Vollmann | La Camicia di Ghiaccio | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 607 Seiten

Reihe: Sotterranei

Vollmann La Camicia di Ghiaccio


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-076-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 607 Seiten

Reihe: Sotterranei

ISBN: 978-88-3389-076-0
Verlag: minimum fax
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Pubblicato nel 1990, La Camicia di Ghiaccio è il primo dei «Sette sogni» dedicati al mito di fondazione americano: un'unica grande opera che appartiene alla zona grigia tra narrativa e storia e che ruota intorno a un solo motivo conduttore: il difficile confronto tra le popolazioni native del Nuovo Mondo e i pionieri giunti dal Vecchio. «Mi hanno sempre interessato le Metamorfosi di Ovidio,» ha dichiarato l'autore, «e da Ovidio ho mutuato l'idea che nel nostro continente si siano succedute diverse ere, ognuna delle quali meno mitica della precedente. Per ragioni poetiche e didattiche ho stabilito che questa successione di epoche andasse suddivisa in sette momenti diversi e che pertanto ci sarebbero stati sette sogni». La Camicia di Ghiaccio ci porta alle origini stesse del mito americano e al primo impatto dei nativi con esploratori stranieri: i vichinghi, giunti nel continente attorno all'anno Mille. Attingendo alle due grandi saghe nordiche medievali - la Saga dei Groenlandesi e quella di Erik il Rosso - dove si narra dell'accidentale scoperta di una nuova e radiosa terra e del breve quanto fallimentare tentativo di colonizzarla, e a un lavoro di documentazione e ricerca sul posto che lo ha condotto a visitare i siti vichinghi a Terranova, i resti della fattoria di Erik il Rosso in Islanda, le rovine norvegesi in Groenlandia e la vasta distesa ghiacciata dell'Isola di Baffin, Vollmann racconta il segno lasciato dagli invasori bianchi sulla leggendaria Vinland. «Voglio qui raccontare la storia di come venne consumata la rugiada e di come arrivò il gelo» scrive in tono epico, e per l'intero romanzo il ghiaccio diventa metafora di una corruzione sia morale che ambientale, presagio di conflitti razziali e oltraggi alla terra che hanno scandito l'intera storia degli Stati Uniti.

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La storia del demone Camicia Azzurra (noto nella Sua terra d’origine come AMORTORTAK) è accennata in una molteplicità di codici, nei quali non vi è traccia e al contempo è presente ovunque, come la dottrina cabalistica. La spiegazione resta perciò un compito di difficoltà quasi divina – un peccato per me, che altrimenti potrei starmene a tamburellare le dita e scrutare con ammirazione il vialetto d’accesso attraverso le sbarre della mia finestra. Ma devo fare del mio meglio. – Solo in due fonti, allora, sono state trovate menzioni dirette di questo SIGNORE oggetto della nostra segreta adorazione: la , nota in inglese come (1190 ca.), e la consimile (1260 ca.) – e in entrambe appare sotto forma di una grande montagna-ghiacciaio, che alcuni sono propensi a identificare nel Gunnbjørn Fjeld (con i suoi 3700 metri, il punto più alto della Groenlandia) e altri nella meno imponente torre-ghiacciaio di Ingolfsfjeld, vicino ad Angmagssalik. Nessuna traccia di origine diabolica venne riferita dalla spedizione che per prima nel 1935 scalò la vetta del Gunnbjørn Fjeld; né Ingolsfjeld è qualcosa più di un occhio di ghiaccio color cielo che fissa ottusamente il mare. – Allora dov’è la Camicia Azzurra? – Diamine, da nessuna parte e ovunque. – Dato che la storia altro non è che un lungo elenco di azioni deplorevoli, questa ambiguità non dovrebbe sorprenderci. Ma dove in segreto furono sepolti dei cadaveri, lì l’erba cresce più folta; questi segni (e ce ne sono molti altri!) possono essere letti da coloro per i quali la verità è più importante della bellezza.

Ma cosa succede se, come nel nostro caso, è inverno, sicché il sole è scomparso e l’erba giace sotto un profondo strato di ghiaccio?

Dunque, come in una scura notte senza luna la strada sensata può diventare parte dell’oscurità; così in questo caso noi possiamo imparare a concepire il Nulla dal nulla. Procedendo poi a tentoni verso l’alto, su una glaciale scogliera notturna di parole del dodicesimo e tredicesimo secolo, dobbiamo scalare parecchi cupi camini per raggiungere la massima oscurità; qui le due saghe si sostengono a vicenda; perché esse sono le nostre gambe che si arrampicano, la sinistra e la destra, Freydis e Gudrid, Bjarni e Leif; così risaliamo la Montagna di Ghiaccio arrancando ottusamente, come se neppure sapessimo che gli occhi si decompongono per primi, che l’arsenico è quasi insapore, che i corpi più giovani impiegano più tempo a putrefarsi! – Ma al centro dei nostri pensieri deve esserci l’ascia di Freydis, e anche se questa, essendo bilama, luccica in entrambi i resoconti, solo nella miete vite sia bianche sia rosse. E la compare in quel gran cimitero di storie che è il

Il si chiama così perché fu commissionato da un certo Jón Finnsson, ricco agricoltore sull’isola di Flatey, a Breidafjord (il nome dello scriba che realizzò l’opera è, naturalmente, andato perduto). La prima pagina venne iniziata nel 1382; l’ultima fu terminata tredici anni dopo. – Nel frattempo il clima di Camicia Azzurra si fece più rigido in Groenlandia, e due bambini-troll vi morirono per amore di Bjørn il Crociato, come verrà raccontato. – I discendenti di Jón Finnsson ebbero grande cura del libro e lo conservarono in famiglia per quasi trecento anni, finché uno di loro (mosso, senza dubbio, non da costrizione, bensì da devozione e autentico riguardo) lo consegnò al vescovo a Skálholt – un luogo che, seppure verde-ghiaccio sulle carte geografiche, in realtà deve essere stato verde-giardino come l’erba sopra i cadaveri, perché vi attecchì la RELIGIONE, ed era diventato una diocesi delle più fiorenti, come l’amante di Leif il Fortunato previde a cavallo del millennio, quando chiese di esservi sepolta tra le anse del suo fiume. (Povera Thorgunna! Anche se era una strega delle Ebridi, non riuscì a far sanguinare il cuore di Leif, inaccessibile nella sua Camicia Azzurra. Racconterò anche la sua storia.) – Quando nel 1380 i danesi acquisirono l’Islanda, di conseguenza, per metonimia, acquisirono anche il , così a tempo debito il vescovo inviò il manoscritto alla Biblioteca reale di Copenaghen. Per altri tre secoli rimase lì non importunato dai Re danesi, i quali, tra le corone d’oro che appesantivano le loro teste e le corone d’oro che riempivano le loro borse, ritenevano di condurre vite decisamente piene (avevano annesso anche la Groenlandia, ma non gliene importava niente della Camicia Azzurra). Così i Re mangiavano pesce affumicato e pregavano. – Nel 1944, quando la Danimarca era distratta dai guai tedeschi, gli islandesi si appropriarono della loro sovranità, allora la massa marcescente di cartapecora di cui parliamo riattraversò il mare. Ora è sottovetro a Reykjavík.

Cosa c’è da dire su questo talismano? Be’, per fortuna non è decomposto come l’originale , il cui tessuto oleoso di fogli neri assomiglia moltissimo alla carcassa schiacciata di un corvo. Leggiamo che per realizzarlo ci vollero centotredici pelli di vitello – fatto singolare, nella sua inutilità, ma certamente credibile, perché le pagine del libro hanno uno spessore che va dal mio polso al mio gomito e margini sontuosi. Ciascun foglio di cartapecora è marrone per l’età e su questo sfondo marrone c’è un mare di inchiostro marrone, chiazzato da isole di decomposizione più scure, come la stessa Flatey, che è un’isola piatta di erba e licheni arancioni e pietre, dove ciuffi di lana di pecora giacciono sull’erba come nuvole e le stesse pecore ne sono così fittamente ricoperte da assomigliare a mucchi di fieno. Gli agnelli masticano l’erba con molta circospezione, ma pecore e montoni vecchi non alzano gli occhi quando ti avvicini perché nessuno ha mai fatto loro del male e non comprendono il significato dei crani di pecora sparsi nel prato su cui pascolano. – Gli uccelli, viceversa, attendono il peggio con isterica preveggenza, sicché se ci si avventura sui loro terreni di nidificazione, dove l’erba è verde e poi bianca, come ricoperta di brina, a migliaia cominciano a scendere in picchiata e a emettere grida e a sbattere le ali finché i loro cugini gabbiani sugli scogli al largo sono contagiati dall’allarme e singhiozzano come bambini. (Tu, lettore, preferiresti essere una pecora o un uccello? dico che quelle adorabili pecore non hanno preoccupazioni, e per questo motivo la loro stupidità va apprezzata.) – Ma queste catastrofi sono rigorosamente locali. Il mare grigio protegge l’una dall’altra paure e sofferenze diverse. Dopotutto ci sono tante di quelle isole a Breidafjord! Vicino a Flatey, per esempio, si addensa una costellazione di isolette le cui code rocciose si allungano nel mare; questi banchi di scogli sono a volte bianchi di uccelli, che non sentono o non prestano attenzione (non vi so dire quale delle due eventualità) quando gli uccelli di Flatey cominciano a strillare per le uova rotte. Anatre bianche e nere vagano serenamente intorno al perimetro di queste isole – tutte isole , a proposito, formate da lastre parallele di roccia accatastate l’una sull’altra e a perpendicolo sul mare; e le loro creste sono solo rocce su roccia, con licheni grigi e gialli, sì che lo sguardo si posa meno frequentemente sulle altre isole basse per indugiare invece sulla china rocciosa e ricoperta di muschio sotto i tuoi piedi e, rivolto ai prati ondulati, sui fiori, su una moltitudine di fiori, più fiori che isole! – perché, nei mesi primaverili della Marea della Semina e della Marea delle Uova, l’Islanda riluce dorata di papaveri artici di diverse specie: Melasól, Steindorssól, Stefánssol, con la linfa gialla e la linfa bianca che si spandono sulle dita come liquidi raggi solari; e arenarie rosa fioriscono accanto all’acqua, e orchidee bianche crescono nella melma, e le rocce sono morbidamente vellutate dalle piccole silene muscose e purpuree; e nei capitoli muscosi del spiccano i germogli primaverili dei capilettera provvisti di lunghe code e di maniglie; dalle cengie tra le parole spuntano fecondi polloni, come la p che sprofonda nel margine per far sbocciare un fiore rosso adagiato su piccole e delicate foglie bianche, proprio come la vagina di una donna è amorevolmente adagiata tra fragranti peli segreti; e un fiore osseo bianco e verde gonfia le sue balze increspate dentro la testa di quella p che comincia la storia di come Freydis e Camicia Azzurra portarono il gelo a Vinland; e le parole stesse sono sagome floreali con scure radici che si contorcono; sì che ogni isola-storia è un’isola-fiore profusamente tappezzata... e ogni isola-fiore è di per sé peculiare, anche se, come ho detto, a Breidafjord il loro numero è incalcolabile; e la marea sale e la marea scende, ma le isole restano sulla pagina-mare come tutte le differenti storie che avanzano strisciando, una lettera perfetta dopo l’altra, sui fogli a due colonne del

Tra queste storie, per i motivi indicati sopra, io mi sono fatto intrappolare dalla , che si erge come una colonna di roccia nel mare grigio tra la , tra le cui scogliere-teschio urlano gabbiani e fantasmi cristiani; e la una storia in generale più morbida, più muscosa, anche se non priva di occhi cavati o mutilazioni di mani e piedi; per diritto divino io ora ordino a queste isole-storia di sbocciare! – e se ciò non accade non importa, perché io le...



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