E-Book, Italienisch, 601 Seiten
Reihe: Sotterranei
Vollmann L'atlante
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-3389-501-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 601 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-3389-501-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dal Polo alla Jugoslavia devastata dalla guerra civile; dalla Somalia alle autostrade americane, dalla Thailandia a Pompei: non c'è quasi terra o contesto umano che William Vollmann non abbia esplorato e raccontato. L'atlante è, letteralmente, la cronistoria di questa erranza continua e irrequieta, ricostruita attraverso cinquantadue oggetti narrativi diseguali per lunghezza e per tono, ma accomunati dalla stessa brutale innocenza e umanità. I frammenti e i racconti sono organizzati in una struttura palindroma: il primo testo viene ripreso dall'ultimo, il secondo dal penultimo, e il racconto centrale contiene tutti gli altri, come una silloge ideale. Alcuni testi rappresentano una versione compressa dei libri che Vollmann al momento della pubblicazione aveva già scritto. Tanto basta per lasciar capire che L'atlante è un viaggio insieme geografico e personale: una mappa per orientarsi nel mondo «fuori» e al tempo stesso scoprire l'universo narrativo di uno scrittore che conosce ben pochi paragoni.
Weitere Infos & Material
Il profeta della strada
Territorio dello Yukon, Canada (1983)
Territorio dello Yukon, Canada (1983)
Povero il biologo costretto a dimostrare (mai scoperto perché) che il caribù nelle tundre canadesi cede un litro di sangue a settimana alle zanzare. Ovviamente il caribù ha più sangue di noi; forse non è così grave come sembra, pagare un litro di sangue a settimana per il privilegio di vivere. Ricordo giorni d’estate in Alaska in cui quasi non mi vedevo il dorso delle mani perché era coperto di zanzare. Un pilota della forestale mi raccontò che una volta aveva sorvolato una collina dove un uomo sembrava fargli dei segnali con lunghe stelle filanti nere; anche lì si trattava di zanzare a migliaia, che usavano quell’uomo come frangivento mentre lo attaccavano, alzandosi e abbassandosi in spaventosa armonia con le sue braccia frenetiche, velandogli il volto di un nero ronzante e famelico. Di solito è difficile afferrare il concetto di oceano per analogia con una sola goccia d’acqua, ma nel caso di queste sgradevoli creature, l’alacrità vampiresca con cui una sola zanzara ci piomba addosso basterà a rappresentare l’intero sciame, a differenza della goccia di rugiada che giace così docile nel palmo di una mano da sembrare del tutto estranea alle maree e ai naufragi tra gli scogli. La goccia d’acqua è a riposo ovunque. La zanzara sembra soddisfatta solo quando si installa sulla nostra pelle, le sei ginocchia flesse sopra le ali, le zampe anteriori parzialmente in fuori come quelle di un cane sdraiato, le antenne dritte, la testa in giù, la proboscide affondata dentro di noi per succhiarci un altro po’ di vita. Anche in questo stato di soddisfazione la creatura appare in tensione. È pronta a ritrarsi dalla ferita in qualsiasi momento (anche se mentre si gonfia di sangue sarà sempre meno in grado di farlo alla svelta); ottiene, in breve, un orgasmo furtivo e semi distratto, tutto quello che la legge naturale permette a un pigmeo che stupra un elefante. Lo spettro delle sensazioni tra il piacere, la paura e l’appagamento nelle zanzare deve essere molto ristretto. Quando si rannicchiano smaniose sulle foglie o sui soffitti non sembrano tanto diverse da quando si nutrono. Le Culicidae sono vere e proprie macchine. Dotate di delicate fasce e squame, munite di sensori quasi infallibili nel localizzare le vittime, sono state predisposte dal loro creatore al comportamento migliore per portare a termine la loro missione in un dato territorio. Ai tropici sono una moltitudine silenziosa. Sapendo che se una non ci becca lo farà un’altra, si lanciano direttamente, anche se certo approfittano dell’ombra del fogliame e del buio. Nelle zone temperate non abbondano. Di conseguenza sono astute e caute. Nelle notti nere e appiccicose una sola zanzara in camera riesce a morderci una decina di volte. Quando alla fine accendiamo la luce non c’è verso di trovarla. Più a nord non devono ricorrere a certe sottigliezze. Ammazzarne una o dieci è uguale. Ne arriveranno altre cento. La prova che il fabbricante non si preoccupa della possibile perdita di pochi automi è il rumore che le zanzare emettono così spesso e che non solo avverte la vittima, ma la irrita anche, come confermerà chiunque abbia sopportato il ronzio tremulo di una zanzara nell’orecchio. Ci vorrebbe l’autocontrollo di un bramino per non reagire a una simile provocazione, combinata al prurito. A ogni modo, possiamo ammazzarle, scacciarle o lasciarci mordere: cambia poco. Vinceranno loro. Ricordo la mia gratitudine nei giorni abbastanza freddi da impigrirle; e anche quando ce n’era un’orda era tutto così bello con i fiori e il muschio di sfagno che non ci facevo caso finché non mi prendeva la stanchezza; spalancando rovi e cespugli, guadavo bracci di fiume incurante delle zanzare sul mio viso; poi mi arrampicavo sulle colline erbose fino a dove la tundra diventa sottilissima come il feltro di un tavolo da biliardo, a godermi il panorama dei fiumi e dei cumuli di neve, e il rumore dell’acqua mi ricordava sempre che non esisteva solo il canto delle zanzare, a volte sentivo perfino trillare un uccello. Se avevo fortuna, la brezza disperdeva le zanzare e potevo pranzare velocissimamente. Ma a quei tempi mi fermavo presto, perché non riuscivo a riposare abbastanza (fossi nato da quelle parti mi avrebbero senz’altro condizionato meno). Montare la tenda era uno strazio, perché il tempo necessario era più che sufficiente alle mie ospiti per assieparsi intorno a me e io non riuscivo a respingerle tutte dato che questo richiedeva l’uso costante di ambo le mani e io dovevo usarne almeno una per lavorare. Se mi schiaffeggiavo quando sentivo il solletico sulla guancia, facevo fuori una decina di zanzare gonfie e mi ritrovavo la mano bagnata di sangue. Avevo il repellente ma durava poco perché, con gli indumenti spessi che le zanzare mi costringevano a indossare, sudavo. E così di sera, sfinito, prima di prendere le bacchette della tenda dalla sacca, mi spremevo sulla pelle qualche altra goccia di quell’elisir assai velenoso, ma tralasciavo sempre qualche parte: forse le caviglie quella volta (al sicuro, pensai, sotto l’armatura dei risvolti dei pantaloni), o l’invitante spicchio di carne sulla nuca, proprio dietro il colletto. Neanche il tempo di montare una bacchetta e venivo assalito da quel prurito tremendo in previsione del quale ero già teso, e mentre mi dimenticavo di tutto tranne che di tirare schiaffi le bacchette cadevano, e dovevo ridere, perché imprecare non sarebbe servito a niente. Almeno avevo indumenti spessi e alla fine riuscivo a montare la tenda, mi ci infilavo dentro e mi chiudevo la cerniera alle spalle, ammazzavo le venti o trenta zanzare che si erano avventurate all’interno (non erano brave a nascondersi), mi massaggiavo le bolle infuocate con l’acqua fredda della borraccia, mi grattavo la faccia e le mani gonfie e mi rilassavo sopra il sacco a pelo, ascoltando le zanzare che scrosciavano come pioggia sull’apertura della tenda. Il giorno dopo, ancora zanzare. Sei chilometri a monte del torrente Inukpasugruk il terreno saliva lungo una cascata. Le masse d’acqua mi mettevano ansia. Non sapevo se fosse pioggia che defluiva dalla montagna o se mi attendesse una lingua di ghiacciaio. Le zanzare non erano tremende. Mi punsero palpebre, lobi delle orecchie, guance, ginocchia, natiche, polsi, mani e caviglie solo alcune volte. Il peggio, come ho detto, era il ronzio canterino. Non bastava che mordessero; dovevano anche fare quel rumore, più forte via via che si avvicinavano, sempre assillante, intermittente, a cui non riuscivo ad abituarmi; una nota diventava un accordo quando mi attorniavano cantando finché non pensavo ad altro che a dove si sarebbero posate. Gesticolavo e le mie braccia incontravano zanzare; serravo la mano di scatto e restavano imprigionate nel pugno. Certo era un fallimento da parte mia accusare così tanto la loro presenza. C’è una scena in Tolstoj (nei , credo) nella quale a un tratto le punture di zanzara si trasformano in lucenti succhiotti e il cacciatore tutto contento attraversa a grandi passi la selva della sua sicurezza in se stesso. E che dire degli inuit, che vivono da venti secoli con le zanzare senza usare il repellente? Una volta un’anziana signora di Pond Inlet mi raccontò che ricordava di aver vissuto in una capanna di zolle. Le zanzare erano tremende, ma la sua famiglia si sventolava con le piume. Lo avevano fatto ogni estate della loro vita finché non erano arrivate le baleniere.
E ora non dovevo pensare troppo alle zanzare, o perché ero di nuovo nella mia tenda a guardare le macchie di sangue sul soffitto dove avevo spiaccicato quelle che mi avevano seguito dentro, mi avevano punto e l’avevano fatta franca per un paio di minuti prima che le raggiungessi, e vedevo le ombre di molte altre dietro il nylon, sentivano l’odore del sangue dentro di me senza potere arrivare a me e aspettavano che uscissi, e poi dopo che io ero corso dentro grattandomi le punture fresche e uccidendo la guardia d’assalto, le altre sarebbero riatterrate sulla cerniera, in attesa che la notte di luce finisse e che io esponessi la mia carne a un nuovo giorno; ma intanto ero dentro e non potevano torturarmi; normalmente, non dovevo schiaffeggiarmi dietro le cosce ogni minuto, o passarmi la manica sulla faccia per sterminare folle di zanzare; incredibile come le dimenticavo in fretta. Erano tutt’intorno a me e non si erano dimenticate di me, ma io le avevo rimosse e non significavano niente. Non ricordo a cosa pensavo. Probabilmente a nulla, perché avevo ottenuto asilo in un’ambasciata del mondo facile a cui ero abituato, godendomela mentre sventolava piacevolmente al sole simile a una barca, tutta azzurra e arancione, con l’ombra della cerniera che si muoveva su e giù.
Quando andai in autostop da San Francisco a Fairbanks le zanzare mi circondarono con un ronzante inno di laurea – non subito, ovviamente; solo quando arrivai in Canada. Finché ero in salvo su un camion non potevano toccarmi e io vissi la familiare emozione della velocità e della distanza, crogiolandomi sul retro dell’autocarro, con un bellissimo husky che mi baciava le mani e le guance, ma appena rallentammo per lasciar passare un alce mi giunsero di nuovo all’orecchio. Una zanzara mi punse. Ormai mi trovavo sull’Alaska Highway. Avevo scordato la notte in cui mi arresi, senza neanche essere in Oregon, e mi fermai in un motel, con il viso lurido e ustionato e gli occhi doloranti; mi parve un peccato spendere sedici dollari per la stanza ma era tutto il giorno che pioveva a dirotto, e nessuno mi avrebbe dato un passaggio. Più il mondo mi sporcava, meno probabile era...




