E-Book, Italienisch, 252 Seiten
Vv. aut aut 406
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5981-324-4
Verlag: Il Saggiatore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Il nostro lavoro intellettuale
E-Book, Italienisch, 252 Seiten
ISBN: 979-12-5981-324-4
Verlag: Il Saggiatore
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'Aut aut' è una rivista bimestrale di filosofia fondata da Enzo Paci nel 1951. Attraverso la pubblicazione di materiali, saggi e interventi fornisce un quadro aggiornato del dibattito filosofico e culturale di oggi. La rivista si rivolge in modo speciale agli studenti e agli studiosi di cose filosofiche, ma anche a coloro che si occupano di problemi connessi con la psicologia, e a tutti gli operatori del mondo culturale, letterario, artistico e politico, che hanno a cuore una riflessione sulle loro pratiche.
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Pensiero critico e autocritico
PIER ALDO ROVATTI
La rivista “aut aut”, fondata da Enzo Paci nel lontano 1951, nasce come rivista di filosofia critica. Il riferimento è fin da subito un pensiero fenomenologico basato sulle idee di soggetto e di mondo della vita (Lebenswelt, nella lingua del filosofo Edmund Husserl), ma aperto fin dall’inizio alla scena sociale e politica, dunque a un lavoro critico sul presente storico. Questa impostazione, se in quegli anni aveva una sua urgente ragion d’essere, non ha comunque perduto lungo il percorso che arriva fino a oggi la sua specificità:1 “aut aut” non è una rivista soltanto universitaria ed è una rivista critica a carattere internazionale nella quale la fenomenologia viene intesa come un “gesto” di completa e radicale apertura rispetto alla cultura della realtà concreta in cui viviamo. Paci indicava quest’apertura con la parola “enciclopedia”, che oggi non adoperiamo quasi più, per intendere l’orizzonte ampio e non circoscritto della nostra rivista.
Tante cose sono cambiate nel percorso lunghissimo di “aut aut”, attraverso gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, anni decisivi e insieme rischiosi per la cultura critica, poi attraverso i decenni successivi, caratterizzati dai tentativi di orientare il pensiero critico in un orizzonte che era spesso disorientante, e ogni volta, come accade anche adesso, ci accorgiamo che occorre ripensare quel gesto filosofico da cui ha origine la rivista: non solo allo scopo di rinnovarlo, ma anche e soprattutto per impedire che si disperda in un orizzonte sempre più nebbioso, sempre meno propenso ad accettare una parola – la parola “filosofia” – che appare sempre più svuotata.
Aprendo una piccola parentesi al proposito, quando più di dieci anni fa abbiamo messo in piedi a Trieste un’autonoma Scuola di filosofia, dissonante rispetto all’accademismo, la parola “filosofia” e la stessa parola “scuola” volevano essere una sfida rispetto all’aria, che ormai tirava quasi ovunque, di imbalsamazione di questi termini.2
Dobbiamo però chiederci se il termine che ho appena usato (“imbalsamazione”) riguardi anche l’espressione “pensiero critico” che ho subito messo in campo come atteggiamento trainante dell’intera storia della rivista. Come possiamo rispondere tranquillamente di no?
Come possiamo negare che il pensiero critico rischi di addormentarsi affidandosi senza verifiche a sé stesso, quasi che tutti ci intendessimo sulle sue intrinseche virtù e sulla loro conservazione in un tempo lungo quanto quello della vita di “aut aut”?
La risposta a una domanda come questa, difficile e dunque inquietante, resta un problema aperto. Nelle pagine che seguono tenterò di fornire uno spunto, consapevole che la questione risulta molto complessa se accettiamo “coraggiosamente” di affrontarla. Lo spunto che voglio pr0porre è già visibile nel titolo di questa mia nota sul lavoro culturale: in buona sostanza riguarda l’esigenza (a mio parere sempre più impellente) di mettere subito in causa l’altra faccia del pensiero critico, quella che di solito nascondiamo o semplicemente non vediamo, cioè la dimensione “autocritica”.
La differenza tra un pensiero solo critico e un pensiero anche autocritico, se riusciamo a evidenziarla, può restituirci il gesto che caratterizza, o dovrebbe caratterizzare, il lavoro culturale di “aut aut”. Cerchiamo allora di identificare o magari solo di tracciare questa differenza che considero decisiva.
Essa, infatti, può indicarci il bivio tra una riflessione che pretende di essere “oggettiva” e una riflessione che si assume la responsabilità di risultare, per quanto possibile, “soggettiva”. Sono qui in gioco almeno due atteggiamenti che danno senso alle nostre pratiche di pensiero: innanzitutto l’atteggiamento nei confronti della “verità”, poi, ma insieme, il carattere etico che può garantire le modalità del pensiero.
La “verità” non è là, fuori di noi, oggettivabile e trasmissibile come qualcosa di separato dalle pratiche soggettive che caratterizzano ogni pensiero: verità e soggetto devono incontrarsi, per quanto un simile incontro non sia semplice né immediato. Questo significa che nessun pensiero può prescindere da una componente soggettiva che al tempo stesso lo limita e gli dà slancio (ecco una contraddizione che deve essere vista ed elaborata senza che la si dimentichi).
Questa componente soggettiva, se riusciamo a metterla in campo in una situazione culturale come quella attuale, in cui il sapere è fortemente ideologizzato, può garantire che tra soggetto e oggetto non vi sia una linea di separazione bensì un rapporto di condivisione. Questa garanzia mostra la presenza, anzi l’esigenza di un aspetto “etico” del nostro modo di pensare, un’etica che a me piace chiamare “minima” perché caratterizza il pensiero senza però inglobarlo in una morale esterna e comunque determinante.
Procedendo così cadono la credibilità e il potere di qualunque “ideologia”. Se il pensiero si blocca in un apparato ideologico, come avviene in modi più o meno velati anche nelle pratiche del pensiero critico, allora il pensiero critico risulta depauperato, cioè impoverito, rispetto alle sue pretese di oggettività e di verità e al tempo stesso viene arricchito dalla possibilità di agire come un pensiero in grado di rappresentare la nostra esigenza di soggettività. Da una parte c’è la pretesa di verità che si manifesta anche in ogni pensiero critico. Dall’altra parte permane un’esigenza di soggettività senza la quale qualunque pensiero può rivelarsi un ostacolo al bisogno di vivere la propria vita, bisogno al quale nessuno, in nessun momento, riesce a rinunciare.
Cosa possiamo intendere, allora, quando diciamo “pensiero autocritico”? Mettiamo in campo l’esigenza di criticare noi stessi nel momento in cui ci nascondiamo dentro un modo di pensare tutto rivolto a criticare il mondo e chi lo abita, compiendo una doppia mossa che va disoccultata: la mossa che consiste nel costruire una distanza tra il dentro e il fuori, tra noi qui e il mondo esterno là, un mondo in cui sono compresi gli altri soggetti. Soggetti? Non è davvero il risultato di una simile distanziazione quello di avvicinare a noi soltanto delle oggettivazioni.
Ma non basta, perché un simile sedicente pensiero critico toglie ogni volta dalla sua scena proprio la responsabilità di chi mette in piedi un simile teatro, sul cui palcoscenico non rimane traccia di chi lo sta organizzando. Se volessimo continuare con questa similitudine teatrale, potremmo dire che così scompare ogni traccia dell’autore o anche del regista. L’autore e/o il regista del pensiero critico non sono presenti, ma sono loro che hanno costruito la scena!
Che cosa accade, o dovrebbe invece accadere, quando riusciamo a realizzare qualcosa che ci avvicina a un pensiero autocritico? Forse potremmo paradossalmente immaginare degli attori che salgono sul palco dicendo “noi stiamo recitando” e “questo è un palcoscenico”. Poi comparirebbero regista e autore a dichiarare la loro “debolezza”, cioè mettendosi a repentaglio, facendo sì che il pubblico si renda conto dell’illusorietà del loro potere e dei dubbi che attraversano le loro parole. Poi…
Ma fermiamoci qui con l’esempio, perché la vita è qualcosa di diverso da una scena teatrale, e nelle esperienze concrete del vivere assieme agli altri molto raramente si produce l’esigenza di criticare sé stessi, spingendo chi ci sta attorno a manifestarsi con gesti altrettanto autocritici.
Significa che dobbiamo rinunciare all’autocritica? No, vuol dire il contrario: significa che questo è un passo difficile, sempre più difficile con i tempi che corrono, ma significa anche che senza questo passo il pensiero critico forse non riesce a mantenere nulla di critico.
Ma come funziona la redazione di “aut aut”? Abbiamo sempre la sensazione che non si parli abbastanza tra noi, eppure ogni due mesi si tiene una riunione redazionale con ampia partecipazione (oltre la metà degli appartenenti al comitato) e relativi resoconti delle discussioni avvenute: tuttavia si ha ogni volta l’impressione che il tempo (circa due ore e mezza ogni incontro, solitamente da remoto) sia scarso e non permetta di dire tutto ciò che sarebbe opportuno.
Ricordo che la pratica di queste riunioni redazionali non esisteva nella prima fase di vita della rivista, quando era il direttore, cioè Enzo Paci, ad accentrare le decisioni importanti, magari confrontandosi con alcuni vicini a lui (un esempio: Gillo Dorfles), mentre nei decenni successivi cominciarono a tenersi riunioni aperte a coloro che erano più vicini ad “aut aut” (ricordo la presenza, per esempio, di Franco Fortini e successivamente quella di Elvio Fachinelli).
Una vera e propria redazione, organizzata come tale, nacque più tardi, quando attorno alla rivista cominciarono ad agire un editore vero e proprio (prima La Nuova Italia di Firenze e poi il Saggiatore di Milano) e una distribuzione all’altezza dei compiti specifici: “aut aut” uscì dalla nicchia entro cui era nata e felicemente cresciuta per trovare un proprio ruolo in un mercato editoriale confacente alla sua immagine e alla sua effettiva diffusione non solo in Italia.
Credo sia utile accennare a questa storia della rivista per capire i problemi che oggi ci troviamo ad affrontare nelle nostre riunioni redazionali, perché è lì che ci confrontiamo sul carattere da dare alla rivista, ma anche sulle insufficienze che...




