Wallace | Un antidoto contro la solitudine | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 300 Seiten

Reihe: Sotterranei

Wallace Un antidoto contro la solitudine


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7521-540-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

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Reihe: Sotterranei

ISBN: 978-88-7521-540-8
Verlag: minimum fax
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La brillante originalità dello stile, e soprattutto la capacità di raccontare in maniera commovente e acuta le contraddizioni del nostro tempo - sia in forma narrativa che saggistica - hanno fatto di David Foster Wallace uno scrittore ammirato dai critici e amatissimo dai lettori. Benché la sua morte abbia tragicamente posto fine alla sua produzione letteraria, questa raccolta di interviste e conversazioni che ne ripercorre l'intera carriera ci permette di ascoltarne ancora una volta la voce. Dialogando di volta in volta con brillanti critici letterari, giovani editor o altri scrittori (fra cui un romanziere di culto come Richard Powers), Wallace racconta e analizza spassionatamente le proprie opere, espone le sue idee sulla scrittura e la letteratura, si lascia andare a commenti sulla società e la cultura americana e occidentale in genere: ne esce il ritratto di un intellettuale curioso e appassionato, lucidamente critico rispetto a se stesso e alla realtà contemporanea ma anche animato da un autentico amore per il suo lavoro e da una straordinaria generosità verso il lettore.

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Introduzione di Stephen J. Burn


«Sono pessimo nelle interviste», mi disse David Foster Wallace in una lettera scritta verso la fine dell’estate del 2007, «e le faccio solo se costretto con la forza».1 Il disagio di Wallace rispetto alle interviste è comprensibile sotto molti punti di vista. La sua riluttanza a esporsi al pubblico è ragionevole se si considera l’arco complessivo della sua carriera, un continuo andirivieni fra quella che Wallace definì (in un’intervista con Lorin Stein) la «schizofrenia dell’attenzione» e la desolazione della sofferenza personale. Allo stesso tempo, i temi che più lo ossessionavano – la consapevolezza di sé, la difficile economia di scambio che esiste fra il paesaggio interiore dei personaggi e il mondo che li circonda – chiamano in causa le stesse energie che si impiegano nel corso di un’intervista. Infine, una delle tecniche che Wallace tipicamente usava per mettere in luce il carattere dei personaggi attraverso il dialogo – cioè la conversazione a una sola voce, quella che potremmo chiamare «intervista via Bell», da un termine coniato per riferirsi alla critica di Nabokov delle conversazioni telefoniche in cui il lettore sente solo uno dei due interlocutori2 – trasformò la dinamica dell’intervista in un elemento fondamentale della narrativa di Wallace nel periodo centrale della sua carriera (, 1996, e , 1999). Per Wallace, questo conglomerato di attività immaginativa rendeva la convenzionale intervista qualcosa di più di una formalità educata: un atto che non si poteva freddamente separare dalla pratica creativa. Ma ovviamente c’erano altre ragioni, più personali, per cui Wallace era diventato restio alle interviste. Dopo essere stato avvolto dalla bufera mediatica che si sollevò intorno a , Wallace parlò di quell’esperienza in una lettera a Don DeLillo:

Se cerchi di essere modesto e sincero, il giornalista parla della maschera di modestia e sincerità che hai indossato durante l’intervista. Il tutto, in definitiva, ti fa sentire solo ed è profondamente deprimente. E strano. Ho fatto venire gente (errore tattico) [...] Il tipo del [...] che è diventato mio amico perché era la mia prima intervista e sono stato enormemente indiscreto su cose tipo le mie esperienze con la droga [...] e lui mi ha bloccato a metà del discorso e mi ha spiegato con grande pazienza una serie di regole su cosa dire e non dire ai giornalisti...3

Ma i buoni consigli potevano solo attenuare, non eliminare completamente, l’intrusione nella privacy. Quando Frank Bruni intervistò Wallace per il , si sentì in dovere di elencare il contenuto dell’armadietto delle medicine dello scrittore («il suo bagno contiene una speciale pasta smacchiante per i denti che combatte gli effetti del tabacco da masticare. C’è anche una pomata particolare contro l’acne, per mantenere la pelle perfetta»),4 gesto che lo lasciò scandalizzato. Mettendo insieme tutti questi motivi di preoccupazione, Wallace giunse alla conclusione complessiva che una serie di difetti strutturali minavano le aspirazioni epistemologiche del formato dell’intervista, e nel 1999 dichiarò alla rivista che il problema delle interviste era «che a nessuna domanda veramente interessante si può dare una risposta soddisfacente all’interno delle restrizioni formali (ad es. la lunghezza di un articolo, la durata di un programma radiofonico, il pubblico decoro) imposte da un’intervista».5

Perché, allora, curare una raccolta di interviste a Wallace? Sul piano più elementare, è degno di nota il fatto che negli anni successivi alla sua morte, Wallace come persona (distinto dallo spettro puramente stilistico o tematico di Wallace come scrittore) è diventato una presenza sempre più frequente nella letteratura contemporanea americana: nel racconto «Extreme Solitude» di Jeffrey Eugenides (2010), in di Richard Powers (2009) e più direttamente in di Jonathan Franzen (2010), la biografia di Wallace sembra rielaborata e sparsa qua e là nella storia. Mentre la sua influenza tecnica è senz’altro ancora ampiamente evidente – la narrazione a scatole cinesi di Wallace viene giocosamente parodiata da Jennifer Egan in (2010) – dal momento che una bella intervista o un bel profilo gettano luce sia sullo scrittore che sulla sua opera, è più facile porsi domande oggettive sui parallelismi fra la biografia di Wallace e le opere di cui sopra – e dunque, misurare l’impatto personale di Wallace sulla letteratura americana – dopo aver letto queste interviste.6 Cosa significa, ad esempio, venire a sapere da David Lipsky che Wallace aveva dipinto la sua stanza di nero ed era affascinato da Margaret Thatcher, e poi accorgersi che questi dettagli coincidono con la biografia di Richard Katz in ?

Allo stesso tempo, anche se Wallace si faceva poche illusioni sui limiti formali dell’intervista come genere, questo non significa necessariamente che le interviste da lui rilasciate fossero fallimentari. La sua acuta sensibilità per le restrizioni insite nel mezzo stesso rendeva l’intervista una sede produttiva per la notevole eloquenza di Wallace. Come sostiene Jonathan Franzen, «la struttura delle interviste» offriva un luogo formalmente circoscritto in cui Wallace «poteva attingere senza pericolo alla sua innata riserva di gentilezza, saggezza e competenza».7 Non sorprende, dunque, che una delle fonti più citate negli studi critici su Wallace sia un’intervista – la fondamentale conversazione con Larry McCaffery sulle pagine della – e che, al di là delle corrispondenze biografiche, le interviste di Wallace siano importanti per uno studio testuale più approfondito della sua opera. Anche se Wallace stava in guardia contro la tendenza degli intervistatori a richiedere spiegazioni a posteriori sulla genesi di un’opera finita,8 le sue osservazioni sui propri temi e le proprie tecniche sono spesso penetranti. Gli argomenti che hanno magneticamente attratto la riflessione critica di Wallace per quindici anni – l’ironia, il suo rapporto con altri scrittori – sono ampiamente rappresentati in questa antologia. Ci sono inoltre affermazioni rivelatorie sulla sua posizione rispetto ai master in scrittura creativa (specie nell’intervista di Hugh Kennedy e Geoffrey Polk), sui suoi tentativi di venire a patti con la fede religiosa (in particolare nei pezzi di Streitfeld e Arden), sul ruolo delle note a piè di pagina nella sua scrittura, e sulla sua complessa concezione dell’architettura dei suoi romanzi.

Nella successione delle interviste, si nota anche che cominciano a emergere tendenze che indicano un mutamento negli interessi di Wallace. Mentre distoglie l’attenzione da , descrivendo i suoi obiettivi come «aspetti di tecnica, di forma, [...] roba di cui non so se voglio parlare», nelle interviste che accompagnano si preoccupa viceversa ripetutamente di dare un contesto alle citazioni tratte dai racconti puntando l’attenzione sulla molteplicità del punto di vista narrativo. Parlando di «Mister Squishy» con Michael Goldfarb, ad esempio, Wallace nota che il punto di vista «fa avanti e indietro tra un narratore onnisciente in terza persona e l’interno della coscienza di [...] Terry Schmidt». Analogamente, nel leggere un brano tratto da «L’anima non è una fucina», Wallace sottolinea un’altra prospettiva variegata quando dice a Steve Paulson che il suo narratore «racconta la storia in parte da bambino e in parte da adulto». Al di là di questi aspetti tecnici, è anche possibile riscontrare cambiamenti più ampi, più generali nella vita lavorativa di Wallace nel corso di vent’anni di incontri con gli intervistatori. All’inizio del 1987, ad esempio, quando Helen Dudar scrisse il suo profilo di Wallace per il , i commenti del giovane scrittore sulle proprie abitudini professionali suonano leggeri e disinvolti. Tredici anni dopo – conversando con John O’Brien e Richard Powers – Wallace si esprime sullo stesso argomento con tono notevolmente più solenne.

La realizzazione di un libro di questo tipo dipende dalla disponibilità degli intervistatori e dei proprietari dei diritti a permettere la ripubblicazione dei testi. Muovendomi all’interno di questi limiti, ho cercato di selezionare le interviste in modo che il libro ripercorra l’intero arco della carriera di Wallace – dai primi pezzi di Katovsky e della Dudar a quella che ritengo essere la sua ultima intervista ufficiale, uscita sul 9 – testimoniando al tempo stesso lo spettro totale dell’onnivoro talento di Wallace come scrittore. Le interviste raccolte, quindi, si soffermano su ciascuna delle sue principali opere di narrativa, mentre i pezzi di Tom Scocca e Caleb Crain affrontano vari aspetti della non fiction di Wallace. Alcune delle interviste sono disponibili online presso l’editore originario – gli eccellenti archivi del sito web della Dalkey Archive Press, per esempio, rappresentano una risorsa di particolare valore per i lettori non solo dell’opera di Wallace, ma della letteratura contemporanea nel complesso. Tuttavia, nel selezionare i materiali per la raccolta, non mi sono tanto preoccupato della relativa...



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