E-Book, Italienisch, 446 Seiten
Reihe: Narrativa
Westö La sciagura di chiamarsi Skrake
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7091-987-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 446 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7091-987-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«Tutto è in prestito» recita un adagio finlandese sull'inafferrabilità della vita. Ma è proprio il bisogno di capire se stesso e la propria inquietudine a indurre Wiktor Skrake, incallito scapolo quarantenne di Helsinki, pubblicitario di successo e fondista, ad abbandonare tutto per scavare nel passato della sua famiglia sulle tracce di quella maledizione o vocazione al fallimento che sembra marchiarla. Si riannodano così i fili di una saga che abbraccia tre generazioni e un caleidoscopio di avventure tragicomiche, attraverso un secolo di storia finlandese e di ferite mai rimarginate. Dal misterioso nonno Bruno, parvenu conservatore segnato dalle esperienze inconfessabili vissute in guerra, allo zio Leo, idealista eclettico e sognatore, armato di una cultura enciclopedica e di una fede altrettanto salda negli alieni, al papà Werner, campione di lancio del martello e filosofo della pesca alla trota, fanatico di Elvis Presley e Jurij Gagarin, dotato di talenti e di una genialità tutta sua quanto della capacità di realizzare i propri sogni tramutandoli in rovinose catastrofi. È in lui che la vena di ostinazione e smodatezza degli Skrake si esprime in tutta la sua carica nefasta: un saggio-folle annoiato dalla contemporaneità che nel capitalismo rampante del dopoguerra sprofonda nelle sue passioni senza curarsi del mondo, un ossessivo in perenne lotta contro un destino indomabile e beffardo, preda dell'inguaribile solitudine che ha trasmesso anche al figlio. Intenso, ammaliante, spiazzante, La sciagura di chiamarsi Skrake è il ritratto poetico di un eroico fallito che sembra personificare tutti i paradossi della condizione umana, è un'indagine originale sulla famiglia, le radici, e sulla storia che «è solo una fiaba crudele e irresponsabile» a cui siamo noi a dover dare un senso.
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Minnet
Nel sogno sono bambino, è una nuvolosa mattina feriale ma ho avuto il permesso di stare a casa da scuola perché è venuto a trovarci zio Leo. Sono nell’ingresso e mi sto mettendo cerata e stivali. Vera è andata al lavoro alla segreteria della scuola e Werner è fuori, dalle parti di Ytterharun, a gettare l’amo per prendere i suoi Pesci D’Argento. Dopo l’allenamento mattutino è venuto a farsi la doccia, vestirsi, scompigliarmi i capelli e prendere l’attrezzatura, e poi è sceso alla barca sulla spiaggia.
Zio Leo è in cucina e sorseggia il caffè dal piattino come si faceva una volta. Lui e Werner sono rimasti alzati a bere birra e parlare fino a notte fonda, poi Leo si è steso sul divano e ha dormito per un pezzo, russando alla grande tutta la mattina. Non ha ancora i capelli bianchi, la zazzera scura è solo spruzzata qua e là di grigio. Mi raggiunge nell’ingresso e mi sorride, comincia a infilarsi stivali, cerata e sudovest, e io mi vergogno un po’ del sudovest, perché a parte Leo e Werner non lo mette nessuno e spero che quando passiamo davanti alla scuola gli altri bambini non ci vedano. Zio Leo borbotta qualcosa, come se mi avesse letto nel pensiero, e tutto vestito torna in cucina a spegnere la radio e la voce malinconica che canta Moody River.
Nel sogno, ammesso che sia un sogno, io e zio Leo passiamo davanti alla nostra Anglia parcheggiata sul passo carraio, percorriamo Råbergavägen, scolliniamo lasciandoci alle spalle l’Altura e attraversiamo il paese per proseguire verso nord. È ottobre inoltrato: le chiome degli alberi sono già semispoglie, ingiallite, scosse dal vento. Pioviggina e umide foglie randagie ci turbinano intorno, ci colpiscono il viso, ci si incollano alla guancia. Sul lungo rettilineo di fianco alla scuola e alla tenuta i lampioni sono accesi anche se è mattina inoltrata e formano una rada collana di punti luminosi fino alla provinciale. La luce ha lo stesso colore delle canne appassite.
Né io né zio Leo diciamo niente. Quando superiamo il distributore Esso e attraversiamo la provinciale lui mi prende per mano, poi ci inoltriamo nel bosco. È un bosco misto, conifere e latifoglie tutte mescolate, sottobosco di felci, sterpi di ginepro, odore di bagnato e di funghi in decomposizione. Camminiamo a lungo e il terreno diventa sempre più accidentato, inciampo in radici e felci ma non ho paura perché qualcosa in zio Leo impedisce di avere paura quando si è con lui. «Dove andiamo?» chiedo lo stesso alla fine, perché è la prima volta che mi inoltro così tanto nel bosco a nord della provinciale. «Tra poco vedrai», risponde Leo dandomi una stretta alla mano per tenermi tranquillo.
Poi il bosco si apre, si allarga in una radura, e nella radura c’è un laghetto. Il laghetto è immobile, la superficie nera e lucida: il vento non arriva qui nel folto del bosco. Ci fermiamo a guardare, io e zio Leo, immobili. «Dentro ci sono dei pesci?» chiedo, perché sono nell’età in cui si ammira il proprio padre e ho ereditato la maggior parte delle fisse di Werner, mi interessano la pesca a canna, Elvis e Jurij Gagarin, che è morto quella primavera.
«Penso proprio di sì», risponde Leo. «Però, se ci sono, in questa stagione se ne stanno sul fondo. E l’acqua è molto profonda.»
«Perché siamo venuti qui?» dico.
«Sai a cosa somiglia questo lago, e sai da dove ha preso nome?» chiede Leo ignorando la mia domanda. Nel sogno parla nello stesso modo un po’ solenne di quando Racconta.
«No.»
«Somiglia a noi, e ha preso nome da noi», dice Leo.
«Da me e te?»
«Da te e me e tutti gli altri esseri umani. Perché è nero e impenetrabile come noi. Ma se ci si avvicina nel modo giusto, se è la stagione giusta e si cammina piano e in silenzio e ci si siede sulla riva e si rimane lì abbastanza a lungo, può capitare di vedere qualcosa balenare in superficie o appena sotto, come un muso di pesce che lascia un anello leggero sul pelo dell’acqua o come il luccichio di una moneta d’argento laggiù in fondo a tutto quel nero.»
«E cos’è allora che si vede?» chiedo io che sono pragmatico e concreto come la maggior parte dei bambini di otto anni. «Un pesce o una moneta?»
«Impossibile scoprirlo. Perché in una frazione di secondo il balenio sparisce e la superficie torna scura e lucida come se mai nulla l’avesse increspata. E non serve ostinarsi a fissare per cercare di far ricomparire quello che ha luccicato un attimo ed è sparito. Viene fuori alle sue condizioni, mai quando si cerca di farglielo fare.»
«Allora ci fermiamo ad aspettare?» domando.
«Non credo che ne valga la pena. Come ti dicevo, in questa stagione tutto quello che è vivo se ne sta sul fondo», risponde Leo.
«Uffa, ma allora come si chiama questo lago?» chiedo urtato.
«Dovrai scoprirlo da solo, figliolo», risponde Leo ridendo. «Chiedi a tuo padre di procurarsi una cartina del circondario.» Poi mi prende per mano e riattraversiamo il bosco. Ha smesso di piovere, nella coltre di nuvole si sono aperti degli squarci azzurri e il ritorno sembra molto più breve dell’andata.
Un po’ a nord della provinciale, fino alla metà degli anni Settanta c’era un laghetto chiamato Minnet, «la memoria». Poi i sobborghi si sono estesi sempre più a est, i confini tra Helsinki, Sibbo e Vanda sono stati praticamente cancellati e tutti i terreni edificati. Gran parte di Norrskogen è stata disboscata e Minnet prosciugato e riempito di terra e scarti. Sono state tracciate strade e vie, sono spuntate nuove case prefabbricate e centri commerciali a cui presto si sono aggiunte piccole zone industriali, una pista da go-kart e un palazzetto del ghiaccio per i ragazzini della zona est della città.
Non sono mai andato al laghetto chiamato Minnet, o almeno non penso, ma ho sempre fatto fatica a distinguere tra sogno e realtà. I miei sogni sono terribilmente reali, a volte carezze fresche sulla pelle, a volte onde roventi di irragionevole gioia o irragionevole terrore. Quando qualcuno mi prende per il collo e mi sbatte la testa contro il muro urlando «Guarda in faccia la realtà, cazzo! Guardala negli occhi per una volta! Piantala di sognare e vivi la vita che ti è toccata, porca puttana!», mi costringe a trasformarmi in qualcosa di frusciante, elettronico, astratto. Un fax, forse.
***
Un’altra immagine, o sogno o qualsiasi cosa sia. È sera. Il sole è già basso e la sua luce molto rossa, l’aria limpida e fredda. Dev’essere aprile o l’inizio di maggio perché il terreno è già pulito e asciutto e perfino sul versante nord dell’Altura non c’è più traccia di neve, ma i grandi aceri del cimitero e quello solitario nel praticello davanti all’alimentari di Österman sono senza foglie, spogli nel modo delicato e quasi stilizzato di quando i venti di marzo si attenuano e la luce improvvisa e intensa colpisce gli alberi proprio nel momento in cui si curvano e richiudono su se stessi in vista dell’ennesima gelata notturna o dell’ennesima ricaduta di neve bagnata.
Nella Piazza (noi abitanti di Råberga la chiamavamo così, anche se era una definizione piuttosto pomposa per uno slargo sterrato e quasi sempre ventoso delimitato dall’alimentari di Österman, dal chiosco aperto solo d’estate, dalla casa della Scotennatrice, dal nuovo edificio basso e lungo di Andelsbanken e da un paio di altre costruzioni) c’è una donna che aspetta e scruta l’orizzonte. Ha i capelli scuri, è piuttosto alta e molto magra. Indossa un cappotto verde muschio con il collo di pelliccia e i piedi sono stretti in un paio di eleganti scarpe a tacco alto che ha comprato in un negozio di Alexandersgatan a Helsinki. Sono bianche, le scarpe, di un bianco abbagliante. La donna arriccia il naso sentendo l’odore intenso della liscivia e forse rabbrividisce un pochino nel freddo della sera. In ogni caso si avvolge meglio nel cappotto e stringe ancora più forte la mano infantile che tiene nella sua; è una manina ossuta e abbastanza appiccicosa che ha appena trasferito l’ultima caramella frizzante alla frutta di Österman dal sacchetto di carta alla bocca in attesa.
Poi succede.
Qualcuno o qualcosa attira l’attenzione della donna che smette di scrutare l’orizzonte, gira le spalle al sole a ovest e, slanciata e diritta, fissa… qualcuno, e lo fa con uno sguardo che è serio ma confidenziale. Ha la faccia in ombra e la forte luce sullo sfondo la fa sembrare più scura di pelle di quanto non sia. Ma nonostante l’ombreggiatura si vede chiaramente che il viso invia dei segnali: non ha l’aria rassegnata e il portamento è fiero, con un che di felino.
Il bambino accanto a lei (porta un berretto con il pompon e una giacca a vento marrone che gli arriva quasi alle ginocchia, con la lampo rotta, e anche se nell’immagine non si vede gli manca un dente nell’arcata superiore) non ha smesso di scrutare l’orizzonte. Tiene ancora la mano della donna ma il corpo si prepara ad allontanarsi, e anche la faccia è distolta: guarda verso la curva a qualche centinaio di metri, l’angolo che nasconde il lungo rettilineo di Råbergavägen, oltre la scuola e la tenuta e poi fino al distributore Esso e all’incrocio con la provinciale.
Un minuto dopo la corriera rossogrigia spunta dalla curva, il muso arrotondato e i fanali piccoli e tondi.
Fa il solito giro dello slargo per invertire la marcia. Il motore borbotta e la ghiaia scricchiola. Il silenzio precedente rende i rumori duri e nitidi, la polvere turbina e il sole serale la colora di giallo oro. Poi la corriera si ferma davanti alla casa della Scotennatrice, come...




