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E-Book

E-Book, Italienisch, 393 Seiten

Winner Brilliant Orange

Il genio nevrotico del calcio olandese
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7521-862-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Il genio nevrotico del calcio olandese

E-Book, Italienisch, 393 Seiten

ISBN: 978-88-7521-862-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Di Brilliant Orange Simon Kuper ha scritto che «usa il calcio per comprendere una nazione». Ma questa lode meritata deve anche essere capovolta: David Winner usa la cultura, la storia, l'arte e il paesaggio dell'Olanda per comprendere il totaalvoetbal. Brilliant Orange è così un vero e proprio libro totale sul calcio olandese e sulla sua enorme influenza, da Amsterdam a Barcellona e oltre, da Rinus Michels a Van Basten, da Rijkaard a Guardiola. Winner racconta come un piccolo paese abbia avviato la rivoluzione del football moderno e in Johan Cruijff abbia trovato il massimo esponente di quella genialità nevrotica, il giocatore e poi l'allenatore simbolo. Cruijff è il giovane che non rispetta le regole e sul campo di calcio fa quello che i giovani Provos facevano per le strade nell'Olanda degli anni Sessanta. Ma l'autore ci mostra che il ribelle e i suoi compagni tanto si opponevano quanto continuavano, innovandola, la tradizione. Perché quella modernissima concezione del calcio fondata sullo sfruttamento e il controllo dello spazio di gioco proseguiva, in nuovi modi, la secolare battaglia degli olandesi per stappare terre al mare, e la geometrica perfezione dei quadri di Mondrian ritornava, in diversa forma, nei «Tulipani» su un prato erboso.

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5

Svolta


Tutti hanno bisogno di giocare a calcio.

Roel van Duijn,

ex anarchico del movimento Provo

Fino a non molto tempo fa Amsterdam era una delle capitali più antiquate e noiose d’Europa. Ci vuole un po’ di fantasia: l’immagine attuale di Amsterdam come città cosmopolita traboccante di peccato e sensualità, di bellezza e ricercatezza è meritata. Ma quello che è il più filosofico dei portieri, Albert Camus, trascorse del tempo nella capitale olandese negli anni Cinquanta e la trovò insopportabilmente monotona. «Di qui, da secoli, fumatori di pipa contemplano la medesima pioggia che cade sul medesimo canale», scrisse nella , pubblicato nel 1955. «Ha notato che i canali concentrici di Amsterdam assomigliano ai gironi dell’inferno? L’inferno borghese, naturalmente, popolato di brutti sogni». Laddove i canali ora sono gremiti di turisti giapponesi e pervasi dall’odore pungente della marijuana, Camus percepiva soltanto «le esalazioni delle acque ammuffite, l’odore delle foglie morte che macerano nel canale e l’altro, funebre, che sale dai battelli pieni di fiori». Trovava detestabili perfino i letti olandesi: «così duri, con quelle lenzuola immacolate – uno ci muore come se già fosse avvolto in un sudario, imbalsamato nella purezza». Camus era un turista letterario in cerca di un’ambientazione per il suo prossimo romanzo. Per chi ci abitava davvero, l’esperienza di vivere ad Amsterdam era ancora meno divertente, soprattutto per la generazione dei nati nel dopoguerra che raggiungevano la maturità alla fine del decennio. «Ci annoiavamo tanto, ma tanto», ricorda Max Arian, del settimanale di sinistra . «Amsterdam oggi è nota per essere una città molto bella e provocante. Ma al tempo non era affatto provocante. Era disperatamente monotona. L’intero paese sembrava così limitato e all’antica, noioso, grigio e senza importanza, una piccola nazione puritana schiava del senso di colpa, austera e calvinista». Rudi van Dantzig, un ballerino che sarebbe poi diventato il direttore del Balletto Nazionale Olandese, conferma il giudizio di Arian: «La vita era terribilmente noiosa e pesante. La musica, l’intero ambiente culturale erano davvero pesanti».

Quello che valeva per la società, valeva per il calcio. All’inizio degli anni Sessanta, il calcio olandese – che nel giro di un decennio sarebbe stato considerato il più innovativo e raffinato al mondo – era sorprendentemente grossolano, amatoriale, grezzo dal punto di vista tattico. Nel 1959 un giovane fisioterapista di nome Salo Müller arrivò all’Ajax e scoprì che l’attrezzatura per il trattamento consisteva di un unico tavolo di legno e una coperta da cavallo. Quando chiese all’allenatore austriaco Carl Humenberger e al dottor Postuma, medico della squadra, il permesso di comprare un nuovo tavolo di trattamento, quelli lo guardarono come se fosse impazzito. «Mi dissero: “Dai, Salo, non avvelenare l’atmosfera. Sono cinquant’anni che usiamo questo tavolo”», ricorda Müller. «Postuma era un medico di base e lavorava a bordo ring agli incontri di boxe. Era originario di Groningen, nel nord del paese. Gente tagliata con l’accetta, duri con se stessi e con gli altri. Quando si presentava un giocatore, gli diceva: “Dai, non è rotta, non fare tante storie. Prenditi un’aspirina!” Una volta mi disse: “Quando io giocavo dovevamo disegnarci da soli le linee di campo. Mettevamo le porte, le bandierine, tutto quanto. Quindi non mi venire a parlare di lusso”».

Il professionismo nel calcio fu autorizzato per la prima volta a metà degli anni Cinquanta. Prima di allora, praticamente tutti i giocatori olandesi di talento erano obbligati a giocare all’estero – e poi puniti in patria per averlo fatto. Uno dei più grandi giocatori dell’epoca era Faas Wilkes – «la Monna Lisa di Rotterdam» – attaccante di imperscrutabile eleganza e dribblatore fenomenale (e idolo d’infanzia di Johan Cruijff). Insieme ad Abe Lenstra e Kees Eijvers, Wilkes, che aveva imparato a giocare per le strade di Rotterdam, faceva parte di un «trio d’oro» di autentiche star. Ma quando nel 1950 firmò per l’Inter, si ritrovò a essere bandito dalla nazionale olandese per quattro anni. Dopo le disastrose inondazioni che nel 1953 colpirono la Zelanda e l’Olanda occidentale, i migliori calciatori del paese giocarono una partita di beneficenza contro la nazionale francese, a Parigi. Questo avvenne in barba al veto ufficiale della Reale Federazione Calcistica dei Paesi Bassi (KNVB). (Uno dei più feroci nemici del professionismo era stato Karel Lotsy, un aristocratico dal collo taurino che aveva allenato la nazionale prima della seconda guerra mondiale ed era stato presidente della KNVB tra il 1942 e il 1952. Lotsy era rinomato per i discorsi pomposi e minacciosi che faceva negli intervalli delle partite più importanti, improntati su tematiche come il dovere e il patriottismo; nel 1979 i giornalisti Frits Barend e Heng van Dorp rivelarono che durante la guerra Lotsy aveva collaborato con i nazisti, e che aveva escluso gli ebrei dal calcio olandese prima ancora che fossero i tedeschi a pretenderlo.) La partita di Parigi aiutò a forzare la mano alla KNVB, e nel 1954 il professionismo venne finalmente autorizzato. Tuttavia molte squadre erano ancora composte perlopiù da giocatori dilettanti o part-time, di conseguenza anche la loro mentalità era da dilettanti.

A livello tattico, gli olandesi erano decenni indietro rispetto agli altri. Gli ungheresi avevano spiazzato tutti con un centravanti arretrato; i brasiliani avevano conquistato il mondo con il 4-2-4; e gli italiani stavano sviluppando il sistema ultradifensivo del catenaccio. Le squadre olandesi utilizzavano ancora il modulo WM (2-3-5), e i risultati nelle sfide internazionali del dopoguerra ne palesavano tutti i limiti. Nel 1948 gli allenatori olandesi non avevano ancora assimilato nel loro dogma la nozione di centromediano difensivo, il cosiddetto «stopper», come l’aveva concepita Herbert Chapman negli anni Venti. (Di fatto, fino ai primi anni Sessanta, molte squadre olandesi hanno giocato con due soli difensori.) A Huddersfield quell’anno l’Olanda venne massacrata 8 a 2: il potente centravanti dell’Inghilterra, Tommy Lawton, fu lasciato libero di segnare quattro gol, e più tardi dichiarò stupefatto di non aver «mai avuto tanto spazio d’azione». Lawton non era stato marcato perché di tanto in tanto gli olandesi erano riusciti a sconfiggere altri pesci piccoli, come il Belgio, la Norvegia e la Danimarca, e nel 1956 avevano battuto la Germania Ovest su un campo coperto di neve a Düsseldorf. Quello in particolare era stato un risultato anomalo. Nel 1957 persero 1 a 5 contro la Spagna; la Turchia li batté per 2 a 1 ad Amsterdam nel 1958; e l’anno seguente la Germania Ovest li annientò con un 7 a 0. Hans Kraay, che negli anni Cinquanta giocava nel Feyenoord e in nazionale, dice: «Semplicemente, a quei tempi non eravamo maturi come gli italiani, gli spagnoli o i francesi. Eravamo figli di colletti blu, della classe operaia, in quel momento non eravamo abbastanza bravi psicologicamente e mentalmente per essere bravi nel resto. Avevamo il talento e le abilità che il calcio richiedeva, ma la nostra personalità non era abbastanza forte – così come il nostro stile di vita. Eravamo troppo timidi. Non eravamo ancora uomini di mondo».

All’inizio degli anni Sessanta tutto cambiò. «Eravamo il paese più arretrato di tutto il vecchio continente, fatta eccezione per l’Irlanda. Totalmente arretrato, specialmente per quanto riguardava la partecipazione delle donne alla forza lavoro, che era la più bassa d’Europa», dice Hubert Smeets, commentatore politico e culturale per il giornale . «Poi abbiamo vissuto una rivoluzione culturale, politica e sociale, di cui Johan Cruijff è stato il principale esponente, e siamo diventati una delle nazioni più avanzate e progressiste in Europa».

Con il senno di poi è facile identificare alcuni dei fattori che hanno contribuito allo smottamento sociale e culturale olandese. Considerando la società nel suo complesso, l’infrastruttura del paese era stata ripristinata, era stata predisposta la rete di sicurezza di uno stato sociale complesso, e cominciava il boom economico. Come negli anni Sessanta il sistema classista britannico si indebolì, allo stesso modo le tradizionali divisioni della società olandese – cattolici, protestanti, socialisti e così via – si sgretolarono in un baleno di fronte a questa nuova prosperità. Man mano che la generazione precedente alla guerra invecchiava, montava una tensione generazionale. Dopo vent’anni di pace, si presentavano inedite opportunità di contaminazione culturale a livello internazionale attraverso i nuovi mezzi come la televisione e la musica pop. Per Karel Gabler, un ex allenatore di calcio giovanile baffuto ed estroso cresciuto tra le rovine del vecchio quartiere ebraico di Amsterdam, gli anni Sessanta furono come un’eruzione di colore in un mondo monocromatico. Ad Amsterdam, dice, il primo sprone per il cambiamento fu l’adattamento cinematografico di di Leonard Bernstein. «L’abbiamo visto dieci o dodici volte. Pensavi, oh mio Dio, esiste qualcosa di diverso! Poi arrivarono i Beatles, e tutti quegli altri gruppi, e le stazioni radio – Veronica, Carline, Radio London, Mi Amigo. E da un momento all’altro c’erano gruppi beat dietro ogni angolo, e la cosa migliore era che i vecchi li detestavano!» Il boom economico olandese creava i presupposti per apprezzare fino in fondo il nuovo mondo che stava emergendo. «A un tratto molti giovani si ritrovarono in una...



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