E-Book, Italienisch, 82 Seiten
Reihe: Narrativa
Yan Cambiamenti
1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7452-356-6
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 82 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-356-6
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Chi era Mo Yan prima di raggiungere fama internazionale con Sorgo rosso? Nel suo ricordo e nelle parole di questo racconto, un bambino cacciato da scuola alla fine degli anni settanta, individuato come responsabile di ogni brutto tiro giocato nel piccolo paese ai margini della campagna cinese in cui è cresciuto. Poi, un adolescente e un operaio al cotonificio di zona che spende tutto ciò che guadagna in guanti bianchi come i divi del cinema e che, per affrancarsi dal ceto di contadino, entra nell'esercito, finendo in una sperduta unità a coltivare i campi e a sognare di morire nella Guerra del Vietnam. Ad accompagnare la sua crescita, a seguire con destini alterni la sua inaspettata fortuna sono due suoi compagni di classe, He Zhiwu - eroe canaglia che non conosce principi di autorità e costruisce un impero economico di azioni azzardate - e Li Wenli - una ragazza testarda, abituata a fare sempre le scelte giuste che la portano sul cammino sbagliato. Trent'anni di storia cinese, trent'anni di transizione raccontati attraverso i cambiamenti epocali di vite minute, con il tono aperto e autoironico di una confessione tra amici.
Weitere Infos & Material
1
Vorrei raccontare i fatti accaduti dopo l’anno 1979, ma i miei pensieri continuano a spingersi oltre quel limite e mi riportano indietro a un pomeriggio d’autunno del 1969, nel sole sfavillante, tra crisantemi giallo oro, mentre le rondini migravano al Sud. A quel punto, la memoria e la coscienza di me stesso si fondono in un amalgama. Eccomi nel mio ricordo, un bambino solo che è appena stato cacciato da scuola. Attirato dagli schiamazzi che provenivano dall’interno, ero scivolato furtivamente attraverso il cancello incustodito e, percorrendo un lungo corridoio buio, avevo raggiunto il cuore dell’edificio, un cortile circondato da costruzioni. Sulla sinistra era piantato un palo in legno di quercia con – in cima – una traversa fissata con del filo metallico da cui pendeva una campana di ferro macchiata di ruggine rossastra. Sul lato destro c’era un tavolo di fortuna in mattoni e cemento per le partite di ping-pong e, intorno al tavolo, era raccolto un gruppo di spettatori che guardavano due persone impegnate a giocare. Il frastuono proveniva da lí. Era il periodo delle vacanze autunnali per quella scuola di campagna e il pubblico era composto per la maggior parte da insegnanti e da poche, attraenti studentesse. Erano state selezionate dalla scuola per partecipare al torneo distrettuale che si sarebbe svolto durante la festa nazionale e non erano andate in vacanza perché dovevano allenarsi. Siccome erano le figlie dei quadri dell’Azienda agricola statale, il loro sviluppo fisico era regolare e avevano la carnagione chiara di chi viene nutrito a sufficienza, e le loro famiglie benestanti le avevano vestite di colori vivaci. Bastava un’occhiata per accorgersi che loro e noi ragazzini poveri non facevamo parte della stessa casta. Noi le osservavamo ammirati e loro non ci degnavano neppure di uno sguardo. Liu Tianguang, il mio insegnante di matematica, era uno dei due giocatori. Era un uomo basso con una bocca dalle dimensioni spropositate. Si diceva che riuscisse a infilarci dentro tutto il pugno, ma noi non eravamo mai stati testimoni di quell’impresa mirabile. Spesso nella mia mente affiora l’immagine di lui che sbadiglia seduto in cattedra, quelle sue fauci spalancate erano una vista spettacolare. Era stato soprannominato hema, “ippopotamo”, ma noi gli ippopotami non li avevamo mai visti e hama, “rospo”, ha un suono simile e una bocca altrettanto grande, e cosí Liu l’Ippopotamo era diventato Liu il Rospo. Il nomignolo non era stata una mia invenzione ma le indagini, chissà come, portarono a me. Affibbiare un soprannome al figlio di un martire di guerra, nonché vicepresidente del Comitato rivoluzionario della scuola, era stato un delitto gravissimo, la cui inevitabile conseguenza fu il depennamento del mio nome dal registro di classe e l’espulsione dalla scuola.
Fin da piccolo sono sempre stato un povero infelice, un disgraziato a cui le furbizie si ritorcono sempre contro. Persino i tentativi di ingraziarmi i maestri venivano presi come macchinazioni ai loro danni. Piú di una volta, mia madre mi aveva detto sospirando: “Figlio mio! Sei come il gufo che annuncia buone nuove, per quanto si forzi non gli crederanno mai!” Proprio cosí, non c’era verso che nominassero me e una buona azione nella stessa frase, ma se si trattava di una bricconata allora il responsabile dovevo essere io. Chiunque abbia pensato che agivo per spirito di contraddizione, che ero privo di senso morale, che odiavo la scuola e tutti gli insegnanti, mi ha clamorosamente frainteso. In verità, per la mia scuola io provavo un attaccamento profondo, e al nostro maestro Liu Bocca Larga riservavo un sentimento ancor piú speciale. Perché anch’io avevo una bocca enorme. Ho scritto un racconto intitolato Bocca larga e il bambino della storia l’ho modellato su di me. Io e il maestro eravamo compagni di sventura e tra noi sarebbe dovuto esserci un rapporto di stima reciproca o, per lo meno, il senso che quel mal comune era un mezzo gaudio. Lui era l’ultima persona al mondo a cui avrei affibbiato un nomignolo. Una logica per me evidente, ma che al maestro sfuggiva del tutto. Quel giorno mi prese per i capelli e mi trascinò fino nel suo ufficio, con un calcio mi scaraventò a terra e la prima cosa che disse fu: “Tu… tu… il corvo che si fa beffe del maiale perché è nero! Fai una pisciata e specchiatici dentro, cosí vedrai la tua boccuccia di ciliegia!”
Avrei voluto spiegarmi ma lui non me ne diede modo, e cosí Mo Bocca Larga, il bravo bambino che sentiva di avere una grande affinità con il maestro Liu, fu cacciato da scuola. A dimostrazione del fatto che sono un essere abietto, anche dopo che il maestro aveva dato l’annuncio ufficiale della mia espulsione davanti all’assemblea degli insegnanti e degli studenti riuniti, io continuai ad amare la mia scuola come prima e ogni giorno, con il mio vecchio zaino in spalla, trovavo il modo di scivolare oltre il cancello.
Le prime volte era stato il maestro stesso a cacciarmi via, vedendo che non mi muovevo, lui mi prendeva per un orecchio o per i capelli e mi trascinava fuori. Non faceva però in tempo a tornare nel suo ufficio che io ero già rientrato. Allora aveva dato l’incarico di mandarmi via ad alcuni tra gli studenti piú robusti, loro mi avevano afferrato per le braccia e le gambe, trasportato fuori dal cancello e scaraventato in strada. Non si erano ancora riseduti in aula che io ero ricomparso dentro. Mi appiattivo contro i muri, cercavo di farmi piú piccolo per non attirare l’attenzione, per cercare di muoverli a compassione. Stavo lí nel cortile ad ascoltare le loro risate allegre, a guardarli scorrazzare felici. Quello che amavo piú di tutto erano le partite di ping-pong, le osservavo rapito, spesso con le lacrime agli occhi, mordendomi il pugno. Alla fine, rinunciarono a cacciarmi.
Eccoci a quel pomeriggio d’autunno di quarant’anni fa, io schiacciato contro il muro guardo Liu il Rospo che fa volteggiare la racchetta, se l’è costruita da solo ed è piú grande del normale, ricorda una di quelle vanghe in dotazione all’esercito. Sta giocando contro Lu Wenli, la mia ex compagna di banco. A essere onesti, anche la bocca di Lu Wenli era alquanto grande, ma era di una grandezza che a lei si addiceva, non spropositata come la mia o quella del maestro. In un’epoca in cui una bocca generosa non era tra i canoni estetici, lei era tuttavia considerata una piccola bellezza. Per giunta, suo padre faceva l’autista per l’Azienda agricola statale, guidava un camion Gaz-51 di produzione sovietica, rapido come il vento, veloce come una saetta, dall’aspetto imponente e minaccioso. Quelli erano tempi in cui fare il camionista era un nobile mestiere. Una volta che il maestro Zhang, l’insegnante responsabile della nostra classe, ci assegnò il tema “Il mio ideale”, almeno la metà dei maschi scrisse che avrebbe voluto fare l’autista. He Zhiwu, il piú alto e robusto tra i nostri compagni, con una faccia piena di brufoli e una peluria sul labbro che lo faceva sembrare un ragazzo di venticinque anni, aveva scritto semplicemente: “Nella vita ho un solo ideale, il mio unico sogno è quello di fare il padre di Lu Wenli”. Al maestro Zhang piaceva prendere il migliore e il peggiore tra i temi e leggerli a voce alta davanti alla classe. Non ci diceva chi era l’autore, voleva che lo indovinassimo noi. A quell’epoca in campagna chiunque si esprimesse in putonghua, la lingua cinese standard, veniva messo alla berlina senza eccezione alcuna, neppure a scuola. Zhang era l’unico maestro che aveva il coraggio di fare lezione in putonghua. Si era diplomato all’Istituto di Magistero e avrà avuto poco piú di vent’anni. Aveva un viso magro, allungato e pallido, si pettinava i capelli con la riga in mezzo e si vestiva con una giacca in stile militare di gabardine blu che a forza di lavarla era diventata quasi bianca. Portava il colletto fermato con due graffette e i coprimaniche di stoffa blu scuro. È improbabile che per quattro stagioni all’anno abbia indossato le stesse cose, ci saranno pur stati altri colori e altre fogge, ma io me lo ricordo sempre vestito in quel modo. Prima si materializzano i coprimaniche e le graffette sul colletto, poi la giacca e dopo il viso, i lineamenti, la voce e l’espressione. Se non rispettassi questo ordine preciso, non riuscirei mai a evocare la sua immagine nella mia mente. Negli anni ottanta sarebbe stato definito un “pallido damerino”, nel gergo degli anni novanta un “giovane aitante”, oggi probabilmente si direbbe un “tipo affascinante”.
Ci saranno sicuramente altre espressioni alla moda, modi piú attuali per descrivere un bel ragazzo, lasciatemi controllare con la figlia del mio vicino e vi dirò. He Zhiwu sembrava molto piú vecchio del nostro maestro. Dire che poteva sembrare suo padre sarebbe un po’ eccessivo ma, se avesse affermato di esserne lo zio, nessuno si sarebbe stupito piú di tanto. Ricordo ancora la scena del maestro Zhang che, in toni enfatici e beffardi, leggeva il tema: “Nella vita ho un solo ideale, un unico sogno: fare il padre di Lu Wenli”. Dopo una breve pausa di silenzio pesante, uno scroscio di risate riempí la classe. Il tema di He Zhiwu era tutto lí, in quelle tre frasi. Il maestro Zhang reggeva il quaderno con due dita e lo scuoteva, come se volesse farne uscire i bigliettini di note da copiare all’esame.
“Un vero talento, brillante!” disse il maestro. “E indovinate un po’ chi è il geniale autore di questo capolavoro?” Non ne avevamo idea, ci girammo...




