Yuknavitch | La cronologia dell'acqua | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 336 Seiten

Reihe: Narrativa

Yuknavitch La cronologia dell'acqua


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7452-984-1
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 336 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7452-984-1
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il nuoto, il corpo che si perde e si ritrova nell'acqua, e la letteratura, il desiderio di scrivere senza compromessi, sono le uniche due certezze di Lidia. La cronologia dell'acqua è così la storia di una vita che 'non segue alcun ordine. Gli avvenimenti non rispondono al rapporto di causa ed effetto come vorremmo. È tutta una serie di frammenti e ripetizioni e trame,' perché 'questo condividono il linguaggio e l'acqua'. Tutto scorre, nelle parole come nelle corsie di una piscina, in questo romanzo che rinnova radicalmente la tradizione del memoir, raccontando senza ipocrisie il genere, la sessualità, l'abuso, l'elaborazione del lutto, il superamento della sofferenza. Lidia cresce con un padre violento e una madre incapace di proteggerla, in una famiglia che la condizionerà anche quando, proprio grazie a una borsa di studio per il nuoto, riuscirà ad allontanarsi. Colpita da una perdita straziante, si trova a fare i conti con un dolore estremo: Lidia reagisce, sbaglia, cerca nell'alcol e nel sesso una via di fuga, tocca il fondo, reagisce ancora, riprende a nuotare. Dentro la muove un desiderio di vita e di creazione - e attraverso incontri decisivi con autori come Ken Kesey e Kathy Acker prende forma il suo cammino di scrittrice. Il viaggio che Lidia affronta, e nel quale trascina con passione e levità struggente il lettore, è un viaggio di dipendenza e autodistruzione, e poi di sopravvivenza. Un viaggio che trova una conciliazione finale in un amore sincero, in un figlio che nuota felice anche se malissimo, e in un libro, questo, che testimonia una nuova profonda consapevolezza di sé nel proprio mondo.

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La cronologia dell’acqua


Il giorno in cui mia figlia nacque morta, dopo aver stretto il futuro rosa dalle labbra di bocciolo tra le mie braccia tremanti, tenera inanimata, e aver ricoperto di baci e lacrime il suo volto, dopo che ebbero passato la mia defunta bambina a mia sorella che la baciò, poi al mio primo marito che la baciò, poi a mia madre che non sopportò di tenerla, dopo che l’ebbero portata fuori dalla mia stanza d’ospedale, minuscola cosetta inanimata in fasce, l’infermiera mi diede dei tranquillanti e una saponetta e una spugna. Mi accompagnò in una doccia speciale. La doccia aveva un sedile e il getto scendeva leggero, caldo. Disse: è una bella sensazione, vero. L’acqua. Disse: sanguini ancora un po’. Lascia scorrere. Lacerata dalla vagina al retto, ricucita. Acqua su un corpo.

Mi sedetti sullo sgabello e chiusi la tenda di plastica. La sentivo canticchiare. Sanguinai, piansi, pisciai, vomitai. Diventai acqua.

Alla fine dovette rientrare “per evitare che annegassi”. Era una battuta. Mi fece sorridere.

Le piccole tragedie sono complicate da processare. Si ingrossano e sguazzano tra le grandi doline del cervello. È difficile sapere cosa pensare di una vita quando ci sei immersa fino alle ginocchia. Vuoi tirartene fuori, vuoi spiegare che dev’esserci un errore. Tu sei la nuotatrice, dopotutto. Poi vedi le onde abbattersi irregolari, travolgere tutti, scaraventarli come tante testoline galleggianti ovunque e non puoi che ridere tra i singhiozzi di quelle stupide teste di boa. La risata può riscuoterti dal delirio del lutto.

Quando scoprimmo che la vita dentro di me era morta, dissero che il parto vaginale era comunque la soluzione migliore. Avrebbe mantenuto, per quanto possibile, il mio corpo sano e forte per il futuro. Il mio grembo, il mio utero, il mio canale vaginale. Siccome ero stordita dal lutto, feci come dicevano.

Il travaglio durò trentotto ore. Quando il feto non si muove, il processo normale è rallentato. Niente muoveva mia figlia là dentro. Né ore e ore di flebo di Pitocin. Né il mio primo marito che si addormentò durante il suo turno al mio capezzale – né mia sorella che, entrando, ci mancò poco lo sbattesse fuori per i capelli.

Al clou ero seduta sul bordo del letto, mia sorella mi teneva le spalle e mi trascinava nel suo corpo a ogni fitta di dolore dicendo: “Sì, respira”. Sentii una forza che non ritrovai mai più in lei. Sentii l’ondata di forza materna di mia sorella.

Un simile dolore protratto a lungo è estenuante. Nemmeno venticinque anni di nuoto bastarono al mio corpo.

Quando infine arrivò, pesciolina morta, me l’appoggiarono sul petto proprio come una bambina viva.

Le ciglia così lunghe.

Le guance ancora rosse. Come fosse possibile, non so. Pensavo sarebbero state blu.

Le labbra un bocciolo.

Quando infine la portarono via, l’ultimo pensiero coerente, in un’incoscienza che mi avrebbe accompagnata mesi: Dunque questa è la morte. Allora scelgo una vita morta.

Quando mi dimisero dall’ospedale entrai in una dimensione strana. Li sentivo e li vedevo, ma se qualcuno provava a toccarmi rifuggivo, e non parlavo. Passai intere giornate sola a letto in un pianto che scivolava in un lungo lamento. Credo che i miei occhi tradissero qualcosa, perché quando la gente mi guardava diceva Lidia? Lidia?

Un giorno mentre mi accudivano – credo qualcuno mi stesse imboccando – guardai fuori dalla finestra della cucina e vidi una donna che rubava la posta dalle cassette nella nostra via. Era furtiva come una creatura silvestre. Si guardava intorno in un modo – saettando gli occhi a destra e a sinistra – che mi fece ridere. Quando arrivò alla mia cassetta, la vidi intascare della posta. Risi di gusto. Sputai un boccone di uova strapazzate senza che nessuno sapesse perché. Sembravano preoccupati, avevano quell’aria da oh-oh. Sembravano una versione da cartone animato di se stessi. Tuttavia, non dissi nulla.

Non mi sentii mai pazza, mi sentivo soltanto assente. Quando presi tutti i vestitini da neonata che mi avevano regalato e li deposi in fila sul tappeto blu scuro, alternati a dei sassi, mi sembrò esatto. Ma chi mi circondava ancora una volta si preoccupò. Mia sorella, mio marito Phillip, i miei genitori che restarono per una settimana. Gli estranei.

Quando sedetti tranquillamente sul pavimento del negozio di alimentari e pisciai, mi sembrò di aver compiuto un gesto fedele al corpo. Non ricordo bene la reazione dei cassieri. Ricordo soltanto i grembiuli di velluto a coste blu con scritto Albertson’s. Una donna con un’acconciatura ad alveare e labbra rosse come una vecchia lattina di Coca-Cola. Ricordo di aver pensato che ero scivolata in un’altra epoca.

In seguito, quando uscivo insieme a mia sorella, con cui vivevo a Eugene, per fare la spesa o nuotare o andare alla University of Oregon, la gente mi chiedeva di mia figlia. Mentivo senza un attimo d’esitazione. Dicevo: “Oh, è una bambina stupenda! Che ciglia lunghissime!” Persino due anni dopo, quando una conoscente mi fermò in biblioteca per chiedermi come stava, dissi: “Oh, è una meraviglia, la luce dei miei occhi. All’asilo sta già imparando a disegnare!”

Non pensai mai: smettila di mentire. Non avevo idea di mentire. Stavo seguendo la storia. Mi ci aggrappavo per sopravvivere.

Avevo pensato di cominciare questo libro raccontando la mia infanzia, l’inizio della mia vita. Ma è così che ricordo. Ricordo attraverso lampi sulla retina, disordinati. La vita non segue alcun ordine. Gli avvenimenti non rispondono al rapporto di causa ed effetto come vorremmo. È tutta una serie di frammenti e ripetizioni e trame. Questo condividono il linguaggio e l’acqua.

Tutti gli eventi della mia vita si intrecciano nuotando. Senza cronologia. Come nei sogni. Perciò se evoco il ricordo di una relazione o dell’andare in bicicletta o del mio amore per l’arte e la letteratura o della prima volta che bagnai le labbra d’alcol o di quanto adoravo mia sorella o del giorno in cui mio padre mi toccò la prima volta – non c’è un senso lineare. Il linguaggio è una metafora dell’esperienza. È arbitrario quanto la massa di immagini caotiche che definiamo memoria; ma possiamo comporre frasi per narrativizzare la paura.

Dopo aver perso mia figlia, le parole “nata morta” mi accompagnarono per mesi. Alle persone che mi circondavano sembravo soltanto… insopportabilmente triste. La gente non sa come comportarsi quando una casa è toccata dal lutto. Il dolore mi seguiva ovunque, come una figlia. Nessuno riusciva a starci accanto. Senza volerlo se ne uscivano con stupidaggini, tipo “di sicuro ne avrai un altro presto”, oppure parlavano guardando un punto leggermente sopra la mia testa. Qualunque cosa, pur di evitare la tristezza che trasudavo.

Una mattina mia sorella mi sentì singhiozzare nella doccia. Tirò la tenda, vide che stringevo la mia pancia vuota e sventrata tra le mani ed entrò ad abbracciarmi. Vestita da capo a piedi. Restammo così per una ventina di minuti, credo.

Forse la cosa più tenera che qualcuno abbia mai fatto per me in tutta la mia vita.

Sono nata da parto cesareo. Siccome mia madre aveva una gamba quindici centimetri più corta dell’altra, il suo bacino era storto. Gravemente storto. I medici le dissero che non poteva avere figli. Non so se ammirare la volontà feroce con cui decise di avere me e mia sorella oppure chiedermi che razza di donna rischierebbe di uccidere i propri neonati – teste frantumate dal bacino storto – ancor prima di nascere. Mia madre non si considerò mai “storpia”. Mia madre mise me e mia sorella al mondo di mio padre.

Quando i dottori tradizionali espressero le loro perplessità mediche, mia madre consultò un altro tipo di dottore. Un ginecologo/ostetrico che praticava approcci alternativi alla salute. Il dottor David Cheek era noto soprattutto per il suo lavoro di ipnosi sui pazienti, che gli comunicavano con le dita le cause subconsce delle loro malattie fisiche o emotive. Il procedimento è definito “ideomotorio”. Al tal dito viene assegnata (dal medico o dal paziente) la risposta “sì”, a un altro dito “no”, a un altro “non voglio rispondere”. Quando il dottore pone la domanda al paziente ipnotizzato, il dito corrispettivo si alza in risposta – persino se il paziente pensa consciamente qualcos’altro oppure non è cosciente della risposta.

Nel caso di mia madre, ricorse a questa tecnica per aiutarla nel parto cesareo. Durante il travaglio il dottor Cheek le diceva cose come: “Dorothy, sente dolore?” E lei rispondeva col dito. Chiedeva: “È qui?” E stimolava la zona. Lei rispondeva. Lui chiedeva: “Dorothy, può rilassare la cervice per trenta secondi?” Lei lo faceva. “Dorothy, ho bisogno che lei rallenti l’emorragia… qui”. E lei lo faceva.

Mia madre diventò un caso di studio importante.

Il dottor Cheek era convinto che certe emozioni si imprimono dentro di noi già nell’utero. Sosteneva d’aver insegnato a centinaia di donne a comunicare telepaticamente con i propri nascituri.

Quando mia madre raccontava la storia della mia nascita, la sua voce assumeva un’aura particolare. Come se sconfinasse nella magia. Credo che fosse...



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