E-Book, Italienisch, 158 Seiten
Yuknavitch Lasciarsi cadere
1. Auflage 2023
ISBN: 979-12-5480-039-3
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 158 Seiten
ISBN: 979-12-5480-039-3
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
In un villaggio dilaniato dell'Europa Orientale, una fotografa americana cattura un'immagine che mostra con forza terribile la follia della guerra: una bambina fugge dall'esplosione che ha appena inghiottito la sua casa e la sua famiglia e vola verso l'obiettivo - verso chi guarda, al riparo dal pericolo. La foto vince premi e diventa un'icona in tutto il mondo. Ma soprattutto diventa l'ossessione della prima donna a cui la fotografa spedisce lo scatto, una scrittrice già tormentata da una devastante tragedia personale che, di fronte a quell'immagine, precipita in una depressione profonda. Il marito e alcuni amici tentano di rintracciare la ragazzina sconosciuta e portarla negli Stati Uniti, salvandola così da salvare anche la donna e ricondurla alla vita. Ma cosa accadrà quando questi mondi lontani - Est e Ovest, reale e virtuale, poesia dell'attimo e spietatezza del quotidiano - si incontreranno e scontreranno? Lidia Yuknavitch con il suo lucido coraggio ci conduce fino al punto in cui è 'impossibile distinguere le macerie dalla realtà'. Lasciarsi cadere è un romanzo struggente sulla ferocia della Storia, della vita, e sulla tenacia di chi resiste.
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La violenza dei bambini
Quando la violenza si presenta alla porta di una bambina è incomprensibile per lei. Persino se ha una minima consapevolezza della guerra o della ferocia o del pericolo circostanti, la verità è che i volti e le mani dei suoi familiari, i cavalli nella stalla, il topo che accudisce in segreto come animaletto domestico, le patate congelate nel terreno, la palla fatta di cuoio e paglia e spago, i vetri alle finestre e le pareti tremanti della casa sono infinitamente più veri per lei. Non può farci niente. Il canto di una madre che la culla nel sonno, il contralto di un padre che legge una poesia, l’odore della pelle di un fratello appena prima di sognare, l’occhio gigante della luna, tutto ciò eclissa qualsiasi violenza alla porta. Pensate ad Anne Frank che scrive di alberi.
Quando la violenza si presentò al villaggio accanto alla casa della famiglia della bambina, era impossibile evitare che arrivasse alla sua porta, e al suo corpo. Il corpo di una bambina.
Diciassette volte contro il muro o nella stalla: . I suoi occhi quanto più morti riuscisse a renderli. Le sue braccia quanto più inerti. Il suo cuore quanto più nascosto. Mentre il cazzo del soldato entrava nella bianca carne magra della bambina, nella piccola grotta rossa, il pugno del suo cuore martellava: Sii morta, sii morta, sii morta.
Contava.
Nel mondo circostante, la violenza diventò perpetua. Gli uomini venivano spediti in prigioni di ghiaccio. Le donne e i bambini venivano stuprati ripetutamente. I bambini venduti e comprati sul mercato libero. La violenza sistematica entrò a far parte dell’esperienza quotidiana, perciò non era insolito vedere – non tanto sangue o membra umane, ma paura e orrore dislocati in piccoli dettagli. Il tremore di una mano o il fremito di un occhio; le tracce dei proiettili sul fianco di una casa; donne con solchi attorno agli occhi e alla bocca profondi quanto reperti archeologici; bambini piccoli che non riuscivano a sedersi.
Ma c’erano anche sangue e membra umane.
E la fine della realtà a giorni alterni.
L’America – grande fabbricatrice di realtà – cieca e sorda a tutto ciò.
Una storia che non esisteva, dal momento che nessuno l’aveva mai vista rappresentata.
E poi, un giorno, la famiglia saltata in aria.
Uno scoppio insignificante.
Solo un’anonima esplosione.
Dietro la bambina, una fotoreporter con un incarico prestigioso. In quell’attimo la bambina spalancò la bocca in un grido infantile, ma non uscì alcun grido, né al momento dell’esplosione né mai. Il respiro mozzato nei polmoni come quello di un animale. Gli occhi serrati, la pelle sbiancata, esangue, le mani e le braccia lanciate in aria, fuori controllo.
Quel giorno nei paraggi c’erano delle persone da cui sarebbe potuta correre. C’erano, ovviamente, i soldati; persino nella brutalità, doveva essercene qualcuno di buon cuore, un uomo che ricordasse la propria famiglia e spedisse la bambina almeno in orfanotrofio. C’erano altre persone lì attorno, gli abitanti del villaggio, nascosti o che guardavano. E, senza che lei li vedesse, gli stranieri: fotoreporter clandestini a caccia dello scatto perfetto, giornalisti disposti a morire per accaparrarsi uno scoop, operatori dei “diritti umani” che gironzolavano nelle “case sicure”.
Ma lei non corse dalle persone. Nessuno aveva niente a che fare con lei. Quando ci fu l’esplosione, corse nei boschi. Piccola e veloce scomparve, il corpo di una bambina strappato dal cuore dell’amore.
Che fortuna per la fotoreporter. Trovarsi lì per caso. E che istinto coi controcazzi, avrebbe detto il suo editor. Fenomenale. Ovvio che avesse ottenuto l’incarico.
Pensiamo che i bambini siano creature innocenti e indifese, scarabocchiò la fotoreporter su una nota per l’editor, ma in realtà non è del tutto vero. Pensa quanti bambini sopravvivono alle atrocità e alle violenze più tremende. Centinaia di migliaia di bambini. Eserciti. Non è una novità. Piegò la nota a metà e la sigillò in una busta con il rullino di fotografie da sviluppare, che consegnò alla staffetta.
* * *
Al momento dell’esplosione, la bambina avrebbe potuto morire con la sua famiglia.
Ma non successe.
E così, ora, corre.
Mentre corre, la mente l’abbandona.
Sente solo il proprio cuore, perché l’esplosione l’ha assordata.
La corsa è in un immenso vuoto bianco silenzioso.
Corre.
Corre verso il limitare buio della foresta che si avvicina.
Le mani strette in pugnetti da uomo arrabbiato.
Il margine della foresta diventa più nitido.
I denti stretti in bocca.
La luna, Ménuo, grande occhio bianco nel buio.
Sta nevicando.
Miracolosamente, la neve coprirà le sue tracce.
I rami degli alberi aprono le braccia.
Lei ansima.
Finalmente la foresta l’accoglie.
Continua a correre.
La foresta è bianca e nera – illuminata dalla luna che filtra tra gli alberi.
Corre finché le gambe e i polmoni urlano: .
Si ferma.
Guarda la luna alta nel cielo, visibile attraverso le chiome.
Guarda il proprio respiro formare nuvolette davanti al volto.
Poi cammina e cammina, appoggiando le mani alla corteccia degli alberi per farsi coraggio.
Albero dopo albero, il respiro torna.
Non ha pensieri, solo il corpo.
La foresta è fatta di tunnel. Ogni tunnel conduce a un anfratto più profondo e più lei si addentra, più il passo diventa sicuro. Ha cacciato molte volte in questi boschi e benché la sua mente sia satura di cotone ed elettricità, sa di non essere sola. Tanto per cominciare, ci sono gli alberi. E gli animali. Cervi, conigli, falchi, lupi. Ménuo, la luna. E Saulé, dall’altro lato della notte, la madre sole, dea degli sventurati, in particolare degli orfani. E Aušrine, la stella del mattino, e Vakeriné, la stella della sera.
E, ovviamente, gli accampamenti dei ribelli.
Quando ha le gambe sfinite e la pelle fredda come quella di un morto, un ragazzo che la guerra ha trasformato in uomo la butta provvidenzialmente a terra. Lei si accascia riconoscente in un mucchietto sul suolo della foresta. Lui le blocca la gola con la lunga canna del fucile, che lei non riesce a sentire. Le punta una torcia in faccia. Odora di ragazzo e di fucile e di terra e di sudore. Non riesce a vederlo e ne è felice. Rende il corpo inerte, rende gli occhi morti, poi perde conoscenza, sorridendo.
Si risveglia in una piccola tenda improvvisata. È su un pavimento di terra battuta, sotto le coperte. Sente i piedi e le mani e le guance bollenti e che pungono. Una donna in abiti da uomo le accarezza la testa, facendo . Quasi come una madre. . Vede una pistola mitragliatrice appesa alla sua spalla, oscilla leggermente, accompagnando il suono della voce. In un angolo della tenda stanno vestendo un uomo in abiti da donna, la pistola e il coltello e la pancia fasciati nelle sciarpe. Poi si riaddormenta.
L’indomani mattina c’è il sole e la donna è sparita, ma sopra di lei c’è il ragazzouomo con il fucile. Lo fiuta. Lui le dà un calcetto sulle costole. Alzati, dice. Lei si alza e scopre di indossare pesanti vestiti da ragazzo. Lui le consegna un paio di stivali imbottiti di paglia e foglie. Poi le dice che un altro uomo la porterà al confine della foresta. Non piangere, le dice. Sei fortunata a essere viva. Ancora più fortunata a non essere finita in un gulag, maialina. Io l’ho detto che avremmo dovuto ficcarti in un buco nel terreno per fare da sentinella – strillare come una scrofa quando vedi qualcosa. Se non sai combattere, sei inutile. Io l’ho detto che avremmo dovuto usarti come esca. Il ragazzo sputa per terra. Poi tira fuori il cazzo e le piscia vicinissimo ai piedi. Il vapore si leva tra loro. Io l’ho detto che avremmo dovuto ucciderti. Non mi interessa se vivi o muori.
Lei non ha paura. Sente il suono delle sue parole e si concentra così tanto sulla faccia e sulla bocca che i suoi occhi sembrano trasformarsi in proiettili. Vuole gli stivali. Intensamente. Vuole il cappotto – macchiato e strappato e puzzolente di piscio. Lui si prende il cazzo e glielo avvicina, lei si prepara a rendersi morta, ma quello si limita a strofinarglielo sul braccio. Più forte. Più veloce. Il muscolo arrossato di un ragazzino. Lei conta nell’aria immobile. In un attimo lui viene con un getto forte e caldo sul cappotto. Lei lo indossa senza esitare, guardandolo negli occhi. C’è una sciarpa a terra intrisa di piscio e lei la raccoglierebbe persino se fosse in fiamme. Se la avvolge attorno alla testa, coprendo tutto tranne gli occhi. Vuole la sacca di pane secco, la borraccia d’acqua sporca, il coltello rotto. Vuole tutto quello che lui le può dare.
La scortano sul limitare della foresta. Indicano un punto nel paesaggio imbiancato. Dicono che lì c’è una fattoria. Da dove si trovano, potrebbe essere tutto. O niente. Si avvia. Sta camminando in un oblio imbiancato. Si chiede se alla fine le spareranno. Crede di sentirli ridere. Si gira solo una volta a guardare. Lui le sta puntando il fucile addosso. Con la coda dell’occhio intravede un lupo che guarda...




