E-Book, Italienisch, 384 Seiten
Reihe: Narrativa
Yuknavitch L'impulso
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5480-109-3
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 384 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 979-12-5480-109-3
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Laisv?, una ragazzina nata alla fine del XXI secolo, fugge dalla sua terra su una barca. Nelle acque dell'oceano perde la madre, e appena arrivata nel nuovo paese viene separata dal fratello neonato e dal padre. Ma, oltre il qui e ora di un'epoca segnata dall'innalzamento del livello dei mari e dallo stato di polizia, Laisv? è una portatrice: si tuffa in acqua e viaggia nel tempo, trasportando oggetti, memorie, persone - e cambiando il corso degli eventi. Entra così in connessione con alcuni personaggi degli ultimi due secoli: Frédéric-Auguste Bartholdi, uno scultore francese; Aurora, una donna che sperimenta la libertà in ogni sua forma; un assassino minorenne che in un istituto di detenzione disegna bozzetti visionari; la figlia di un dittatore, alla ricerca di una catarsi che possa affrancarla dal peso delle sue origini; e una squadra di operai impegnati nella costruzione della Statua della Libertà. Lidia Yuknavitch ha un'incredibile abilità nel catturare storie e figure ai margini: esseri umani vulnerabili divisi tra la durezza del quotidiano e il desiderio di trascendenza. L'impulso è un romanzo sorprendente sul corpo, lo spirito e la volontà di resistere all'oppressione. Come Laisv?, nuota tra memoria e utopia, attraverso il tempo e lo spazio, i corpi e gli ideali. Ha in sé 'la forza dei sogni e dell'acqua', è 'la prova che l'immaginazione è un posto reale' e la libertà esiste nel flusso dell'universo.
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Snodo 1
Sognavamo di essere suoi.
Il corpo che costituivamo era convinto che, siccome la stavamo costruendo, appartenessimo a lei. La costruivamo pezzo per pezzo a partire dai nostri corpi, dalle storie che racchiudevamo e dalle storie precedenti e dalle possibili storie a venire. Arrivò a pezzi su una nave.
Quando la nave entrò finalmente in porto, piangemmo. Anche i marinai. Erano convinti che le tempeste affrontate a bordo li avrebbero annegati nell’oceano, insieme al carico che trasportavano. Il ponte della nave era grande quasi quanto un appezzamento di terra. Per il viaggio la stiva era stata ricoperta di enormi tele cerate nere. Quando i marinai le ritirarono, la stiva aveva un’aria buia e funesta.
Mi chiesero di saltare in quel buio.
Fu come immergersi nelle profondità oceaniche.
Giù nella stiva, i miei occhi cominciarono ad adattarsi. Giganteschi imballaggi grandi come case contenevano le parti del colosso: una donna fatta a pezzi, impacchettata e spedita. A una a una, trovammo le parti del corpo.
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Era arrivata, in pezzi di sé.
In seguito, parlando del riassemblaggio, un ingegnere notò che l’“embrione del faro”, come chiamavano lo scheletro interno della struttura, racchiudeva degli indizi per ricostruire la sua forma. Eppure molti elementi rimanevano inspiegati, ci lasciavano confusi. Ci lasciavano soli con la nostra immaginazione a creare degli adattamenti.
In quei mesi vivevamo in città e lavoravamo sull’isola. Eravamo falegnami, fabbri, costruttori di tetti e stuccatori e muratori. Eravamo tubisti e saldatori e carpentieri. Mescolavamo il cemento, polverizzavamo la terra, imbracciavamo le seghe e i trapani. Eravamo esperti di lamine di metallo e di rame. Lei ci arrivò tra le mani sotto forma di centoventicinque tonnellate di metallo. Trecento lamine di rame erano state pressate per creare il suo rivestimento esterno.
Eravamo cuochi e addetti alle pulizie e suore e guardiani notturni. Eravamo infermieri e artisti e custodi, fattorini e messaggeri e ladri. Madri e padri e nonni, sorelle e fratelli e figli.
Di giorno si sentiva sempre il martellare incessante, lo stridio delle lime, lo sferragliare delle catene, il canto del rame che veniva modellato sulla struttura di legno, l’orchestra cacofonica delle nostre fatiche. Si vedevano sempre le braccia colpire, le mani impegnate, le spalle e i bicipiti e le mascelle dei lavoratori che si flettevano e si digrignavano. Quei suoni erano i nostri corpi. Il suo corpo prendeva vita dalle nostre mani. Noi, il corpo, andavamo fieri del nostro lavoro – come se ci aspettassimo che qualcuno sapesse i nostri nomi, tramandasse le nostre storie.
Quando i venti nel porto si facevano troppo forti, dovevamo abbandonare l’impalcatura. Usavamo corde e carrucole. Stavamo attenti a essere gentili con il metallo morbido. Penzolavamo attorno al suo corpo, altalenavamo attorno alle parti che la componevano, con le picchiate e le ascese degli acrobati, o degli uccelli, o dei lavavetri – sebbene tutti noi fossimo agganciati al suo corpo.
A volte, anche solo per un istante, un corpo può sentirsi reale dentro una storia del genere. Come se ognuno di noi esistesse.
La notte, quando non c’erano turni, alcuni di noi si aggiravano intorno alla sua testa e fissavano gli immensi occhi rotondi. Ci sembrava che avesse un’aria triste. Oppure arrabbiata e triste. Gli occhi, ciascuno molto più grande di una testa umana. Il viso né maschile né femminile, o forse entrambi. Ci sembrava che avesse lo sguardo delle nostre fatiche ma anche delle nostre perdite, del nostro amore, delle nostre vite. A volte, standole vicini, pensavamo o sentivamo , ma in un modo nuovo che nessuno aveva mai immaginato prima.
Eravamo le possibili voci impossibili dei corpi.
Alcuni di noi erano nati qui e alcuni di noi erano i figli e le figlie di madri e di padri che non venivano da qui. Venivano dalla carestia venivano dalla povertà venivano dalle occupazioni e dalle brutalità e dalla guerra. Venivano da qualcosa che dovevano lasciare, ed era il motivo per cui avevano attraversato la terra e le acque. Parlavano di persecuzioni o povertà, ma anche di dolci colline o tramonti nel deserto o fiori con nomi che ci allargavano il cuore. La partenza portava con sé dolore oltre che sollievo, e anche l’arrivo portava con sé entrambi. Parlavamo di brutalità e bellezza – o ricordavamo la bellezza – delle nostre terre natie o delle mani dei neonati venuti al mondo qui. Lasciavamo andare le mani di case passate per raggiungere questo luogo.
Eravamo ebrei e italiani e lituani e polacchi. Eravamo irlandesi e nativi americani e cinesi. Eravamo libanesi e africani e messicani. Eravamo tedeschi e trinidadiani e scozzesi. Eravamo a centinaia nel tempo e nello spazio; impossibile dire quanti.
Eravamo oceani di lavoratori. Parlavamo russo e francese e italiano e inglese e cinese e irlandese e yiddish, swahili e lakota e spagnolo e un turbinio di dialetti. Le nostre lingue una specie di inno.
Capivamo che le fatiche attraversano gli oceani. Alcuni di noi scaricavano i pezzi della statua dopo il suo viaggio transatlantico e alcuni di noi li riassemblavano. Quelli di noi che avevano scaricato i pezzi, e poi li avevano riassemblati, percepivano una strana connessione. Gli uni nei confronti degli altri e nei suoi confronti. O avremmo potuto sentirla.
Dalle storie che circolavano, la somma di ciascuno di noi – il che avremmo potuto essere – avrebbe potuto pensare che i nostri compagni francesi volessero commemorare l’abolizione della schiavitù. Il primo modello dello scultore francese stringeva una catena spezzata nella mano sinistra. Avevamo visto i disegni con i nostri occhi. Il modello. Sapevamo che cosa significava la catena. Alcuni di noi si erano massaggiati i polsi o le caviglie o il collo al pensiero o al ricordo. Poi però la catena era stata spostata. Sul suo corpo, sui nostri corpi. Giù accanto al piede.
Allora avremmo potuto capire, nei nostri corpi, che le nostre condizioni erano cucite in maniera imperfetta – che la guerra aveva aperto una ferita eterna. Che alcuni di noi non sarebbero mai stati considerati appieno, che i nostri diritti erano ancora schiacciati ogni giorno. Che i bambini venivano ridotti in polvere ovunque, nelle fabbriche. Che eravamo esclusi dalla legge anche se noi, i corpi, stavamo costruendo i mezzi di trasporto del paese. Le storie viaggiavano tramite noi e avrebbero potuto condurci ovunque, svoltare in qualsiasi direzione, malgrado il lavoro ci spezzasse la schiena.
avremmo potuto essere nati da lei, ma piccole crepe cominciavano ad apparire nella storia, così come nei materiali del suo corpo e nelle nostre fatiche. Anziché una catena spezzata stringeva una tavola. La tavola rappresentava l’esercizio della legge. La catena spezzata e i ceppi erano stati spostati a terra, quasi del tutto nascosti sotto il piede. Era praticamente impossibile vederli, ma noi sapevamo che erano lì – il nostro lavoro li aveva poggiati lì – e avevamo dei pensieri al riguardo.
Ci chiedevamo quale storia sarebbe emersa al posto dell’emancipazione, adesso che le catene erano nascoste. Ci chiedevamo quale storia sarebbe derivata dalla tavola, dalla nuova prominenza dell’esercizio della legge. Ci chiedevamo cosa pensasse la figura stessa dei cambiamenti apportati al suo corpo, delle variazioni nella storia. Nessuno ci aveva chiesto cosa ne pensavamo e per quel che valeva nemmeno cosa ne pensava lei. Le statue non parlano. Una paura ci corse lungo il collo – forse lei non era nostra o noi non eravamo suoi – ma nessuno voleva esprimerla ad alta voce perché dovevamo guadagnarci da vivere.
Una volta, mentre stavamo lavorando alla testa e al volto ancora posati a terra, vidi una suffragista di ritorno da una manifestazione sputarle sul viso. Perché mai un volto femminile dovrebbe rappresentare la libertà se le donne non hanno ancora il diritto di voto, chiese. Tremava e urlava, mentre la sua domanda rigava la dura guancia di bronzo.
Ripensai a quella riga per molto tempo.
Dopo che tutti se ne furono andati per la notte, avvicinai uno straccio al bronzo, piangendo per un attimo mentre lo pulivo. La suffragista aveva ragione. Capivo cosa intendeva. Ma ero tra coloro che avevano lavorato al viso della statua, avevano lavorato affinché esprimesse la gravità e la tenerezza di un ideale che credevo potesse essere splendido. In un futuro… non il nostro, ma in un giorno a venire. Il viso sarebbe potuto diventare qualcosa che ancora non eravamo. Una libertà celata nei ceppi nascosti sotto il piede, che le risaliva il corpo e il braccio fino a raggiungere la torcia, il cielo, le infinite volte. Avevo un sogno straordinario con la forma del suo viso. Il mio stesso viso ne portava i segni.
Le nostre fatiche avevano un ritmo e una forma e un canto più ampi e più vasti delle differenze. Forse il canto che costituivamo ci aiutava a sentirci parte di un insieme che esisteva e non esisteva. Il canto che costituivamo ci aiutava a svolgere il lavoro, aiutava i nostri corpi a non cedere o a non arrendersi. Il canto di incontrava l’aria e l’acqua che ci circondava in maniera diversa rispetto a quanto avrebbe potuto fare quello di una persona singola;




