E-Book, Italienisch, 360 Seiten
Zadan Mesopotamia
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-6243-393-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 360 Seiten
ISBN: 978-88-6243-393-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nove personaggi destinati ad assumere di volta in volta un ruolo da protagonista, comprimario o comparsa, attorniati da un'umanità varia, spesso bislacca e dolente, ma sempre alla ricerca di una felicità dai contorni indefiniti che immancabilmente sfugge. Il ritratto a un tempo ironico e spietato di una generazione pronta a tutto, in un'epoca instabile, nei meandri di una città-labirinto, con le sue strade anonime, i cortili, gli androni, le periferie sommerse dalla polvere, le fabbriche, i garage, il fiume. In un paese che fatica a trovare la propria identità, sospeso com'è tra un passato ambiguo e un futuro incerto. Nove racconti collegati a formare un romanzo pieno di ritmo e pulsante di energia - con un contrappunto lirico finale.
Weitere Infos & Material
Due anni fa tutte le mattine avevo la sensazione che il cuore mi svegliasse dicendo: forza, alzati, stiamo perdendo tempo. Ma smettila di dormire, suggeriva battendo sempre nello stesso punto, dài, ci perdiamo il meglio. Io mi alzavo e correvo in strada, nessun miracolo doveva sfuggirmi. Due anni fa aspiravo l’aria a pieni polmoni ed ero sicuro che dietro ogni angolo mi aspettassero cose straordinarie: fuochi d’artificio, celebrazioni e orchestre festose. E non mi preoccupava affatto che in realtà poi non ci fosse nessuno ad aspettarmi eccetto le brezze primaverili. Vent’anni è l’età in cui il diavolo viene da te per lamentarsi della vita. Tutto è nelle tue mani, ti si chiede solo di dormire meno. E di usare i preservativi. Il resto accadrà da sé, inevitabilmente. E accadrà proprio come vuoi tu. Che tu lo voglia o no.
Sono arrivato qui alla fine di maggio. Dalla stazione sono venuto a piedi. Avevo poche cose: uno zaino di pelle con dentro un paio di magliette e un vecchio portatile, un termos con il cognac che non ho finito di bere durante il viaggio. Jeans, scarpe da ginnastica, una camicia verde: pensavo di fermarmi a lungo. L’abitudine al jogging rendeva il mio passo leggero e spedito, la pettinatura mi faceva somigliare a un cantante dei Boney M nel loro periodo migliore, il sole illuminava metà faccia, al di sotto degli occhiali scuri. Ero una star e non potevo passare inosservato. Almeno a me sembrava così. La città mi piaceva: silenziosi cortili erbosi piantati ad albicocchi che costeggiavano la stazione, garage, costruzioni varie aggiunte a stabili malridotti da cui uscivano lenti come camaleonti i pensionati. Tutto mi piaceva. L’odore di zucchero e cioccolato nei quartieri adiacenti alla fabbrica di dolciumi, gli austeri capannoni delle officine chiuse vicino al mercato, i portoni, le botteghe e gli ambulatori, tutto mi andava a genio. Girai sul lungofiume. C’erano dei ponti. Bene, pensai, una città sul fiume è più tranquilla e protetta, la vita vi si svolge con moderazione e ordinata. Poi venni a sapere che c’era un altro fiume. La città si estendeva tra i due corsi d’acqua, sulle colline, come su un’isola, riluceva con i suoi edifici bianchi e rossi circondati di erba verde squillante. Bene, dissi incamminandomi sul ponte, potete venirmi incontro e festeggiarmi.
Uno stabile di quattro piani. Aveva un’aria trascurata che lo rendeva familiare. Anche la strada era tranquilla, solo sul lato opposto, dal cortile di una scuola, echeggiava il vocio incessante degli scolari. Aprii il portone. Nessun codice di accesso: entra pure e ammazzali tutti nei loro letti caldi. L’atmosfera era simpatica, l’umore buono, cominciava una lunga giornata di sole. Dovevo andare al terzo piano. Una porta metallica nera, uno zerbino di gomma blu, il campanello con un bel pulsante rosso. A volte la vita si dimentica di noi, ci lascia in pace ed è piacevole.
Suonai e risuonai, spremendo dal pulsante rosso l’ultimo rimasuglio di un trillo sgradevole. Naturalmente non rispose nessuno. Mi misi a battere sulla porta col piede cantando una strofetta allegra. Pensai di provare dal vicino e premetti il medesimo pulsante rosso, ma anche lì non aprì nessuno. Che fare? pensai. Non avevo altri indirizzi. Evidentemente in quella città non mi aspettavano. Buttai lo zaino a terra vicino alla parete, mi sedetti sullo zerbino e aprii il termos. Prima o poi torneranno, pensai, peggio per loro.
Dopo un po’ sentii che dietro la porta qualcuno camminava tranquillamente canticchiando qualcosa. I vicini di sotto, pensai. Ma no, camminavano proprio dietro la porta alla quale ero appoggiato. Mi alzai e mi attaccai al campanello. I passi si fermarono, poi si avvicinarono appena percettibili. Qualcuno mi guardava dallo spioncino. Arretrai perché si vedessero gli occhiali. Regola numero uno: bisogna fare colpo, pensai. La porta si aprì.
Lei aveva una pettinatura allegra. I capelli non erano solo tinti di bianco, erano tinti di varie sfumature di bianco. Erano gradevoli e gioiosi. Aveva lo sguardo incuriosito, anche se assonnato. Si vedeva che era mezza addormentata. Indossava un pigiama rosso e si era buttata addosso alla bell’e meglio un accappatoio candido con il logo di un albergo. L’accappatoio di tanto in tanto scivolava e allora lei sembrava un pugile che sul punto di salire sul ring lascia cadere l’accappatoio della squadra nelle mani dei massaggiatori. Aveva gli occhi verdi, la pelle pallida per il fumo, il collo delicato, era scalza e ciondolava da un piede all’altro.
– Tu chi sei? – chiese guardando oltre le mie spalle.
– Roman – risposi voltandomi indietro. – Le ha telefonato la mia mamma.
– La mamma? – domandò senza capire. – E perché ha telefonato?
– Dovrei vivere qui – cercai di chiarire.
– Con la mamma?
– No, da solo. La mamma è a casa.
– A casa? – chiese ancora aggiustandosi l’accappatoio che continuava a scivolarle dalle spalle. – E che fa lì a casa?
– Ha un processo – risposi.
– Cosa?
– Un processo. È avvocatessa.
– Già – si ricordò improvvisamente. – Tu sei Roman, vero?
– Sì, Roman.
– E tua madre è avvocatessa.
– Giusto.
– E cos’hai sulla testa?
Si chiamava Daša. Aveva conosciuto mia madre un mese prima a un seminario. Di giorno stavano sedute accanto, prendevano appunti su quello che dicevano i relatori e si versavano l’un l’altra il caffè nelle pause. Di sera si ritrovarono tutti per giocare a bowling, le due donne si presero una sbronza, la mamma sfruttò la situazione: a fine serata abbracciò la nuova amica e le raccontò che a breve io avrei lasciato la casa dei miei genitori per trasferirmi in città a studiare. Gli manca un anno per finire gli studi, – piangeva la mamma – è ovvio, perché dovrebbe continuare a stare con me, a che gli servirebbe? E quindi lui si trasferisce. Ma dove potrebbe alloggiare? Alla stazione? La mamma si asciugava le lacrime ordinando ancora da bere, poi si rimetteva a piangere ancora più forte. Alla fine Daša disse: be’, che problema c’è, venga da me, ho un appartamento libero, mia nonna è morta proprio al momento giusto. Pensavo comunque di affittarlo, tanto meglio a persone conosciute, almeno non si portano via i mobili. Del resto, pur volendo non potrebbero farlo, perché mobili non ce ne sono proprio. La mamma non si lasciò sfuggire l’occasione: visto che il ragazzo, cioè io, doveva andarsene di casa e affrontare la vita da adulto, meglio sapere dove cercarne eventualmente il cadavere. Io ero d’accordo. Anche se non ci fosse stata Daša mi sarei trovato un posto dove vivere. L’importante era abbandonare quella camera che puzzava di vestiti da bambino e libri di scuola. Da parecchio tempo avevo l’intenzione di andarmene da qualche altra parte, vivere con mia madre a vent’anni non era certo il massimo. Per essere avvocatessa lei beveva troppo, e d’altronde anch’io passavo troppo tempo in bagno. In quella situazione la cosa migliore per tutti era separarsi e scriversi una lettera ogni tanto.
A quanto pare non le feci una grande impressione. Il che naturalmente mi dispiacque. Forse dovrei raccontarle della mamma, pensai, o dire quali sono i miei interessi, di cosa mi occupo, che mi aspetto, ma lei mi anticipò.
– Andiamo, – disse – ti faccio vedere.
Si avvicinò alla porta accanto, l’aprì ed entrò. Non mi invitò a seguirla, restai sulla soglia, poi le andai dietro. Due stanze. Parevano ristrutturate da poco. I lavori però doveva averli fatti lei stessa: la carta da parati si staccava, nel bagno c’era acqua stagnante, il soffitto sembrava imbrattato di vernice piuttosto che imbiancato. Daša attraversò la stanza, aprì la finestra e si sporse fuori. Aveva bei polpacci. È bene che io venga ad abitare qui, pensai. A quel punto lei si voltò.
– Non hai un sacco a pelo? – chiese. – Vabbè, ti darò un materasso. Ecco, qui c’è la cucina – mi tirò nell’altra stanza. C’era un fornello elettrico per cucinare, nient’altro. – In realtà non è grave – disse lei. – In caso qui sotto c’è una pizzeria. La doccia – indicò evitando accuratamente la pozza. – Un asciugamano te lo do io – aggiunse. – Che altro? Ah, internet, luce, gas. Mi hai svegliato, – disse – non riesco a concentrarmi.
Dal suo appartamento trasportammo un grosso materasso sporco di colori ad acquarello, di rossetto e dentifricio. Daša era slanciata e aveva una voce gradevole. Pensai che sarebbe stato bello dormire con lei su quel materasso. Del resto, perché no, mi dissi. La cosa fondamentale era far colpo su di lei. A quanto pareva, viveva da sola. Dorme fino a mezzogiorno. Esce sul pianerottolo in pigiama. Mi piace, meditai guardandola chinarsi con agilità sul materasso per tentare di pulirlo. Devo soltanto prendere in mano la situazione, considerai andando a fare la doccia.
Dopo pranzo si affacciò di nuovo. Mi comunicò che aveva qualche faccenda da sbrigare, mi portò le lenzuola, mi lasciò le chiavi del suo appartamento e disse che se mi veniva fame potevo andare a prendere quello che mi pareva in frigorifero. Forse non c’è altro che del cavolo, aggiunse. Fresco, precisò. Aveva un tailleur color sabbia che la ingrossava un po’, ma le scarpe col tacco erano perfette: un’avvocatessa non più giovanissima ma sicura di sé, con una pettinatura stravagante e una camicetta candida da cui traspariva la biancheria. Si era truccata in fretta, sapeva di caffè e parlava così tanto e ad alta voce che non mi resi neppure conto di quando uscì.
Be’, non fa niente, pensai stizzito, non se n’è andata per sempre,...




