E-Book, Italienisch, 265 Seiten
Zucke / Grussu / Quatraro Rompere il silenzio
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5982-128-7
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Come ho superato un aborto spontaneo
E-Book, Italienisch, 265 Seiten
ISBN: 979-12-5982-128-7
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Jessica Zucker Psicoterapeuta statunitense, si occupa di una vasta gamma di problemi, tra cui ansia, depressione, lutto, perdita, relazioni famigliari e sviluppo dell'identità. Lavora principalmente con donne che vorrebbero avere figli, donne che hanno avuto aborti o perso neonati, donne con gravidanze dopo la perdita di un figlio, donne con disturbi dell'umore e dell'ansia perinatali e postpartum e nel mezzo di sfide relazionali dopo la nascita o la perdita di un bambino. Pietro Grussu Psicologo psicoterapeuta, specialista in Psicologia Clinica, è Dirigente sanitario referente dei Consultori Familiari della città di Padova, Azienda ULSS 6 Euganea, Regione Veneto, e referente aziendale territoriale dell'Area Perinatalità. Rosa Maria Quatraro Psicologa psicoterapeuta, specialista in Psicologia clinica, da oltre vent'anni svolge attività clinica, di ricerca, formazione e supervisione nell'ambito della psicologia e psicopatologia perinatale. Responsabile clinica di «Maternità in difficoltà» presso le sedi di Vicenza e Padova.
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Capitolo 1
«Ormai avevo creduto di essere fuori pericolo»
Avevo trentanove anni e abitavo nel tranquillo quartiere di Laurel Canyon, sulle colline di Hollywood. Stavo appena iniziando ad abituarmi alla vita con un bimbo di tre anni e mezzo, e solo da poco iniziavo a vagheggiare l’idea di avere un secondo figlio quando scoprii di essere di nuovo incinta.
Il pensiero di un altro bambino mi rendeva nervosa. Immaginavo con angoscia come sarebbe stato giostrare tutto quanto, ma alla fine, dopo una valutazione generale della mia vita e di quella della mia famiglia, mi convinsi: si poteva fare. Iniziai i preparativi: tirai fuori dal garage i mobili per la stanza del bebè, ormai tutti impolverati, mi misi a selezionare le tutine da neonato che a nostro figlio venivano già grandi dopo sette settimane, recuperai qualche giocattolo di legno mezzo masticato e una giostrina con gli animali della giungla, che ricordavo di aver scartato dalla confezione con gli occhi pieni di lacrime quattro anni prima.
Io e mio marito cominciammo a prepararci anche in altri modi, meno vistosi ma altrettanto capaci di dare alla testa. Allestire meccanicamente la casa per l’arrivo di un altro essere umano era relativamente semplice, ma ciò che si rivelò molto più difficile era preparare la mente a un cambiamento così grande: il passaggio da uno a due figli ci appariva come molto di più che una semplice somma. Rimuginavamo sulle enormi complicazioni della vita con due figli: come avremmo fatto a organizzarci fra di noi? Come avremmo gestito le numerose trasferte lavorative di Jason? Come avrebbe inciso potenzialmente tutto questo sui rispettivi piani professionali e di vita? Siamo sempre stati il tipo di genitori che mirano a suddividere il più equamente possibile il carico emotivo della vita con figli: il nostro matrimonio si basava sul rispetto reciproco dei punti forti dell’altro. Lui eccelle in tutti gli aspetti creativi, ludici e fantasiosi, il che lo rende un padre e un compagno affettuoso, concreto e allegro. Ero convinta che la sua solarità e joie de vivre non potessero che aumentare con l’allargarsi della famiglia, il che ci faceva sentire autorizzati a gettare al vento la prudenza… eravamo sicuri che in qualche modo ce la saremmo cavata anche con gli aspetti logistici. Fantasticare ad alta voce era diventato uno dei nostri hobby preferiti: su come si sarebbe comportato nostro figlio nel suo nuovo ruolo di fratello maggiore e su come una famiglia più numerosa avrebbe moltiplicato esponenzialmente l’amore al suo interno. Insieme decidemmo che fosse più saggio aspettare prima di dire a nostro figlio che ero incinta — vista la sua età e la sua (mancanza di) percezione del tempo — finché il mio pancione fosse diventato troppo evidente per ignorarlo.
* * *
Prepararmi nel contesto del mio ambito professionale era tutt’altra storia. Sono una psicologa specializzata in salute mentale materna e riproduttiva. Nella mia realtà lavorativa, la gravidanza è quasi sempre al centro dei miei pensieri, anche se non sempre in quella versione mediatica fatta di pancioni splendenti e future mamme dai volti radiosi. Al contrario, nel mio studio ho ascoltato innumerevoli storie strazianti: donne che non riuscivano a restare incinte, o sopraffatte dall’ansia perinatale, in lutto per un aborto spontaneo, indecise se interrompere una gravidanza, messe davanti alla necessità di un aborto selettivo, o in preda alla depressione post partum o a disturbi d’ansia. Parlo con donne che hanno partorito bambini morti a cui non è rimasto altro che una foto dopo averli tenuti per un solo istante, e con donne che hanno visto staccare i loro neonati dai supporti vitali. Sono al loro fianco durante alcuni dei momenti più tragici che si possano immaginare. Ascolto queste donne che si chiedono se sarà mai possibile rimettere insieme i pezzi delle loro vite dopo una devastazione così grande.
All’epoca della mia seconda gravidanza ero al quinto anno di attività clinica ambulatoriale in ambito privato e pur non rendendomene conto mi ero ormai assuefatta, per quanto fosse possibile, ad ascoltare queste situazioni. In fondo, le avevo sentite anche quando ero incinta di mio figlio. Durante quei nove mesi avevo scoperto che psicologicamente non era così difficile separare me stessa dal dolore e dai rischi che una gravidanza comporta. Ingenuità? Semplice negazione? Eppure, per qualche motivo, ora che ero incinta per la seconda volta sentivo le loro storie in modo diverso, con una consapevolezza più acuta dei rischi intrinseci che si accompagnano a questa importante condizione.
* * *
I primi giorni di questa seconda gravidanza trascorsero senza eventi particolari. Rispolverai i miei jeans premaman, anche se con un po’ di anticipo rispetto alla prima volta. Iniziai presto a rivoltarmi nel letto di notte in preda alle nausee e ai primi bruciori di stomaco. Già alla settima o ottava settimana le nausee erano diventate costanti. Rispetto all’esperienza precedente, questa gravidanza era un calvario per tutti i malesseri che riuscivo a provare in un solo giorno. Una piccola parte di me si rodeva chiedendosi se fosse tutto a posto, basandosi su nulla di più che le sensazioni fisiche orrende che provavo. Cercavo di rassicurarmi pensando a un detto delle signore anziane secondo cui più ti senti male in gravidanza, più tutto procede bene. Anche a causa di questo costante disagio, ero tesissima in attesa del giorno in cui avrei ricevuto i risultati della prossima amniocentesi, prevista alla diciottesima settimana, un esame diagnostico prenatale completo che analizza il fluido amniotico alla ricerca di malattie genetiche, anomalie cromosomiche e difetti del tubo neurale.
Due settimane prima dell’esame, quando ero di sedici settimane, andai in bagno mentre mi trovavo nello studio della mia dermatologa, in quello che doveva essere un normalissimo martedì mattina. Pulendomi, trovai una macchia rosso sangue sulla carta igienica. Può essere normale vedere perdite di sangue marrone durante la gravidanza, anzi è un segno che il sangue vecchio immagazzinato in precedenza sta lasciando il posto al sangue nuovo, attivo e vitale. Ma questo era diverso. Sapevo che era diverso. E vedendolo ero spaventata, più di quanto potessero esprimere le parole: Non può essere sangue mestruale, se sono incinta. Non è normale. Non può essere. Sola, in quel bagno pubblico piastrellato di rosa, nello studio dove qualche minuto dopo mi attendeva un semplice controllo di routine a un neo, fui avvolta da un’ondata di terrore mentre cercavo freneticamente di mettermi in contatto con la mia ginecologa. «C’è del sangue!».
La dottoressa mi rispose con calma professionale, avviando la litania delle domande di rito: «Ha fatto attività fisica?». «No».
«Ha avuto rapporti sessuali?», domandò con tono neutro. «NO!».
«Ha fatto qualcosa di diverso dal solito?». «NO!». La mia voce tradiva il panico.
La dermatologa, senza scomporsi, mi lasciò andare. Dal suo ambulatorio andai direttamente a fare gli accertamenti nello studio della ginecologa, che subito prese l’ecografo: il battito cardiaco era forte. La placenta era in posizione perfetta, tutto sembrava a posto, i livelli dei fluidi erano nella norma. Così me ne andai, rassicurata dal punto di vista medico, ma emotivamente ancora in subbuglio.
* * *
Mercoledì mattina stavo discretamente bene e decisi di andare al lavoro. La dottoressa mi aveva detto di fare ciò che mi sentivo, dunque feci una doccia, mi vestii, indossai un assorbente per precauzione e arrivai al mio studio. Con un cauto ottimismo, pensavo che quel giorno sarebbe andato tutto liscio e che quel sangue rosso cremisi che mi aveva fatto andare nel panico non si sarebbe ripresentato. Ero calma e concentrata e in qualche modo riuscii a mettermi a mio agio per affrontare un’agenda piena di appuntamenti.
Con mia sorpresa, la giornata non fu male. Arrivai fino alla fine e, in generale, mi sentivo bene. Ma mentre tornavo a casa in auto, iniziai ad avvertire delle contrazioni all’utero, a intermittenza. Sentii il disagio afferrarmi come i tentacoli di un polpo, poi la sensazione passò con la stessa rapidità con cui era arrivata. Telefonai a mio padre, medico.
«È possibile avere le contrazioni di Braxton-Hicks a sedici settimane?», gli chiesi.
«Suppongo che sia possibile», mi rispose tranquillamente.
Ma io lo sapevo. Sapevo che questi non potevano essere sintomi tipici. Anche se magari erano possibili alla sedicesima settimana, dentro di me sentivo che non sarei arrivata fino alla quarantesima.
Arrivata a casa, indossai degli abiti comodi e mi gettai sul letto, devastata nel corpo e nella mente.
Più tardi, quella sera i crampi peggiorarono, così chiamai una mia amica ostetrica e le chiesi di venire a casa mia per cercare di capire la causa delle perdite, o quanto meno per controllare ancora una volta il battito fetale. Avevo un disperato bisogno di informazioni. Spiegazioni. Risposte. Al telefono, mi disse di bere un sorso di vino rosso per ridurre i crampi e di fare un bagno caldo, poi si mise subito in macchina per venire da me.
Il suono che emanava dall’ecodoppler ci rassicurò ancora una volta che tutto stava procedendo come doveva: il battito cardiaco del bambino era più forte che mai. Tirammo un sospiro di sollievo, ma i crampi non si fermavano e nella mia mente impazzava una cacofonia di scenari possibili. Cercai con tutte le mie forze di placare questi pensieri nefasti. Dovevo farlo. Non c’era nulla che potessi fare per cambiare il corso che aveva preso questa gravidanza, e non c’era modo di scoprire perché stesse succedendo tutto...




