E-Book, Italienisch, 224 Seiten, Format (B × H): 130 mm x 210 mm, Gewicht: 300 g
Zucker Zapperi Il viaggio di Ermelinda
1. Auflage 2023
ISBN: 978-3-943810-90-5
Verlag: VoG - Verlag ohne Geld
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Romanzo
E-Book, Italienisch, 224 Seiten, Format (B × H): 130 mm x 210 mm, Gewicht: 300 g
ISBN: 978-3-943810-90-5
Verlag: VoG - Verlag ohne Geld
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Ermelinda aus Catania bekommt ein Stipendium für die Universität in Wien, um ihre Deutschkenntnisse zu vertiefen. Sie kennt bis dahin nur die Gesellschaft ihrer sizilianischen Heimat, vorwiegend patriarchalisch strukturiert und festgefahren in den engen Grenzen alter Traditionen und Regeln.
In Wien ist ihr zunächst alles fremd, zum Beispiel ist sie sehr empört, dass es einen Radetzkyplatz mit Statue gibt, wo doch Radetzky in Italien als Feind und Eroberer angesehen wird. Sie findet ein Zimmer als Untermieterin bei einer Frau Baronin, ein Zimmer mit schönen antiken Möbeln ausgestaltet, aber nur durch das Badezimmer zu betreten und die Beziehung zur Frau Baronin erweist sich auch als sehr konfliktreich.
Neue Freunde findet sie auch, vor allem eine Schweizerin aus reichem, großbürgerlichen Hause, die sie sehr bewundert, da sie zum Unterschied zu Ermelinda sehr selbstsicher und überlegen auftritt und ihr großes Vorbild wird.
Aber dann lernt Ermelinda in der Nationalbibliothek einen Bibliothekar kennen und ihr Leben ändert sich komplett, wenn auch nicht auf erfreuliche Art und Weise. Erst vierzig Jahre später klärt sich alles auf, aber dann ist es zu spät – oder vielleicht doch nicht?
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Una borsa di studio
«Cosa vuoi che siano quattro mesi? Niente, un brevissimo lasso di tempo, una breve stagione dall’autunno all’inverno. Una borsa di studio! L’avessi avuta io, alla tua età.»
Il padre sembrava dovesse partire lui stesso tanto era entusiasta, ringalluzzito addirittura, quasi fosse lui il vero vincitore di quella borsa. Con forzata euforia tentava in realtà di minimizzare la reazione della moglie, che al contrario vedeva in tutta quella impresa solo motivo di preoccupazione. Una ragazza sola, smaniava la madre, senza nessuna esperienza del mondo – e il mondo è cattivo – in una città straniera, lontana almeno duemila chilometri, oltre le Alpi. Non che non si fidasse della figlia, ma era troppo ingenua, sprovveduta, priva di malizia; e poi come avrebbe potuto sopravvivere se non sapeva neanche cucinare due spaghetti? E che vantaggio gliene sarebbe venuto, visto che avrebbe in ogni caso insegnato solo materie letterarie? Certo, il punteggio, ma a costo di quali sacrifici. Tutta colpa del professore. Era stato lui a metterle quella pulce nell’orecchio. Già non aveva mai capito per quale motivo la figlia si fosse messa a studiare tedesco.
Il professore qui, il professore là. Da quando Ermelinda aveva cominciato quel corso, il professor Müller era entrato nella sua famiglia. Addirittura aveva preso posto in mezzo a loro, pur non avendo mai messo piede nella loro casa. Ogni giorno la ragazza arrivava con una notizia: il professore ha detto, e partiva… Il padre, per quietare la moglie che temeva chissà quali interessi particolari, era andato all’Università, – alla figlia disse di essersi trovato a passare da quelle parti per certe sue faccende – per conoscere il famoso professore. Fu sorpreso di scoprire un vecchietto, una specie di nonno, da qualche anno in pensione, che, come gli raccontò, non riusciva a rassegnarsi a restare in casa senza nessuna occupazione. I giovani lo aiutavano a superare la solitudine, disse, ora che aveva perduto anche la moglie.
Il professore aveva decretato: „per imparare una lingua non basta studiare la grammatica e i vocaboli, bisogna vivere sul posto e parlare con la gente del luogo. Ecco cosa è necessario.“ Così, senza neanche informare i genitori, si era messo a brigare con lettere e controlettere, in diretta corrispondenza col Ministero degli Affari Esteri dove diceva di avere delle conoscenze, ed ora ecco la risposta da Roma. Vienna, con uno stipendio di duemila scellini al mese. Nessuno era stato in grado di stabilire se la somma fosse sufficiente per vivere, ma il papà aveva subito assicurato un piccolo aiuto.
Per Ermelinda vennero giorni di grande inquietudine; non riusciva a immaginare la sua vita lontana dalla famiglia, dalla città nella quale era nata e vissuta, dalle sue amiche. Si era allontanata dalla Sicilia solo una volta, insieme ai genitori, nel 1950, per l’Anno Santo. Aveva attraversato lo stretto di Messina col batticuore, conscia del grande momento che stava vivendo. Le sorelle erano rimaste con la nonna; solo lei, la maggiore ormai undicenne, aveva avuto il grande privilegio di fare quel viaggio memorabile per vedere il Papa, il Vaticano e visitare le sette chiese (benché quattro sarebbero state più che sufficienti) e cioè San Pietro, naturalmente, poi San Paolo fuori le Mura, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo fuori le Mura e santa Maria Maggiore. Per la settima era mancato il tempo; tre giorni faticosissimi, una sfacchinata che non avrebbe mai dimenticato. In classe poi, su richiesta della professoressa, aveva dovuto fare una specie di rapporto piuttosto dettagliato, in piedi accanto alla cattedra; per fare più colpo sulle compagne che non avevano mai messo il naso fuori dalla loro città si era permessa qualche correzione e qualche omissione, cioè aveva eliminato tutti i lati negativi delle tre giornate, le corse, la confusione nelle chiese dove era impossibile vedere qualcosa per la troppa gente, il male ai piedi, la stanchezza e non per ultimo la noia. Ma questa della noia non lo ammise neanche a se stessa.
Un peccatuccio di vanità, come era stata rimproverata dal confessore, che le aveva somministrato qualche Avemaria e Paternostro in più.
Già allora aveva una fantasia che correva a briglia sciolta sbizzarrendosi come un puledrino alle prime armi, senza prevedere le reazioni che ogni volta questo suo fantasticare le procurava: le piaceva infatti inventarsi incontri con coetanei, ma anche con adulti, che spuntavano da chissà dove, affermando di averli conosciuti in circostanze tutte particolari. E raccontava storie piuttosto confuse su luoghi e persone, in realtà mai visti, dove era assolutamente convinta di essere stata.
Tutto ciò metteva la madre in crisi e si poteva scommettere che dopo una di queste uscite scoppiasse una discussione fra la madre e la nonna che viveva con loro. L’accusa era sempre la stessa: la nonna con i suoi racconti fantastici confondeva le idee nelle teste ancora in via di formazione dei suoi bambini, incoraggiandoli a inventarsi storie senza capo né coda. Di pari passo venivano criticati aspramente i metodi educativi della nonna che da persona non istruita e senza la minima conoscenza della pedagogia e ancor meno della psicologia, come ogni volta non mancava di sottolineare, non aveva nessuna idea della psiche infantile.
Fin qui il tono era quasi sempre pacato, anche perché la figlia cercava di giustificare il comportamento della madre con la scusa della sua ignoranza, ma bastava che la nonna, alquanto piccata da tanta saccenteria, si mettesse sulle difensive dicendo che da che mondo è mondo ai bambini sono sempre piaciute le fiabe con l’orco e la , per arrivare agli urli e alla famosa frase:
«I figli sono miei e li educo come voglio io.» A questo punto la nonna chiudeva la discussione ritirandosi nella propria stanzetta senza aggiungere altro, borbottando solo:
«Fai come credi.» Tanto sapeva che con la figlia non era più possibile ragionare.
I bambini disorientati ma nel frattempo abituati a quelle scenate, continuavano a giocare, zitti zitti, facendo finta di non sentire, quasi la cosa non li riguardasse. Ma a loro piacevano le fiabe e il mondo magico della nonna, mentre la mamma non raccontava mai niente, diceva anzi che le fiabe sono solo invenzioni di gente dalla fantasia malata.
Ermelinda in particolare amava le fiabe, soprattutto quelle dove apparivano fate, gnomi e naturalmente il principe azzurro, e se la nonna per qualche tempo, dopo le sfuriate della figlia, diceva di non saperne altre, lei se le raccontava da sola. E quando anche la sua fantasia si esauriva, arrivavano i sogni. Sognava infatti veri e propri romanzi a puntate. La scena era sempre la stessa: in riva al mare, una spiaggia deserta, una distesa di sabbia che si perdeva a vista d’occhio, un veliero corsaro in lontananza e una piccola principessa. Un gruppo di uomini neri si buttavano su di lei e la trascinavano via. In quel preciso momento si udiva lo scalpitio di un cavallo e un puntino luminoso si avvicinava a gran velocità. In uno sfolgorio di luci appariva un guerriero in una magnifica armatura luccicante come il sole, la stessa armatura dei Paladini di Francia che una volta aveva visto all’Opera dei Pupi. In piena corsa, con un braccio solo, sollevava da terra la bambina indifesa (che poi era lei) e tutto finiva lì.
Il gesto meraviglioso di quel braccio fasciato da un bracciale di ferro che si protendeva verso il basso; il cavaliere che si piegava sulla staffa come un acrobata; il cavallo, naturalmente bianco, che schiumava per la corsa: tutto la riempiva di un’estasi, di una gioia così intensa che ogni volta si svegliava col cuore in tumulto, quasi sul punto di scoppiare. Si riaddormentava subito dopo col desiderio di ripetere lo stesso sogno e di non svegliarsi, per favore, per arrivare finalmente al castello. Come avrebbe voluto vedere quel castello, almeno da lontano, le torri merlate, il ponte levatoio e tutto il resto, che conosceva dalle illustrazioni dei suoi libri. Da sveglia poi, aveva tutta quella scena davanti agli occhi, come una realtà da toccare con mano. E invece niente, ogni volta si svegliava nel momento stesso in cui il cavaliere la sollevava da terra. A forza di rifletterci su, finì col convincersi che era proprio quel movimento a svegliarla, troppo brusco, improvviso… se il cavaliere si fosse fermato un momento e l’avesse issata con un pochino di garbo sulla groppa del cavallo, se quel gesto fosse stato guidato da qualcosa che aveva a che fare con la cortesia, con la tenerezza, magari e… qui si perdeva, non riuscendo a trovare un seguito, un finale soddisfacente.
Non raccontò mai a nessuno quella serie di sogni fantastici. Neanche alla nonna.
La nonna.
Il pensiero di quella separazione le procurava un vuoto allo stomaco, un malessere mai conosciuto.
Con la mamma aveva poca confidenza, la vedeva poco, solo il pomeriggio e non sempre.
E poi la mamma era impaziente e autoritaria. Convinta di dover prendere le redini in mano nell’educazione dei figli e nell’organizzazione del ménage famigliare, non tollerava nessun intervento in quello che considerava sue esclusive competenze. E questo significava guerra continua con la propria madre, ormai in pianta stabile da loro da quando era nata Ermelinda. Certo, dovendo lavorare, aveva bisogno di un aiuto in casa, una comodità che a sentir lei la...




