E-Book, Italienisch, 623 Seiten
Reihe: Sírin
Zupan Minuetto per chitarra
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-6243-459-1
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
(a venticinque colpi)
E-Book, Italienisch, 623 Seiten
Reihe: Sírin
ISBN: 978-88-6243-459-1
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
'Non c'è nulla di più disgustoso che essere un rivoluzionario deluso.' Due tempi storici, due narrazioni si intrecciano in questo splendido romanzo. Gli anni della guerriglia slovena contro l'occupante tedesco, la resistenza in montagna, la disparità delle forze e degli armamenti in campo, il terribile 1941 che vede la frammentazione della Jugoslavia. E a controcanto una vacanza negli anni '70 in Spagna, dove Berk, lo sfrontato e inquieto partigiano che narra in prima persona, incontra Joseph Bitter, il nemico tedesco di un tempo che aveva combattuto anche in Slovenia. Un racconto complesso e mai consolatorio sulla guerra, due personaggi principali, quello del partigiano senza macchia e del nemico senza cuore, che escono dagli stereotipi. Accostato a classici americani come Addio alle armi e Comma 22, Minuetto per chitarra ci offre la possibilità di capire meglio la storia recente di genti a noi geograficamente vicine.
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Una decina di metri più in là, procedendo sul lato sinistro della strada principale, raggiungo un bivio, da dove una traversa secondaria conduce a un punto determinato, il luogo di raccolta. Mi cadono le catene dal corpo, sull’animo pesa però la cappa di vetro della cautela. Guardare solamente in avanti, ma avere occhi da tutti i lati.
Un carro trainato da un cavallo si avvicina da ovest, dove il sole tramonta. Sul margine destro della strada, una donna con uno zaino sulla schiena si incammina dalla città. Di fronte a una casa bambini che giocano, come se non ci fosse una guerra in corso. Tre ragazze con dei cestini. Un tizio con il soprabito slacciato. Due giovani soldati tedeschi con le Schmeisser negligentemente gettate sulla spalla destra, scherzano tra di loro. Uno ha un sorriso largo, il collo bruciato dal sole, ma la pelle che si vede sotto il colletto è chiarissima; non ha nuotato molto e non ha preso abbastanza sole la scorsa estate. Nemmeno mi guardano, mentre passo. Dalla loro pronuncia mi pare che siano della Germania del nord. Io avanzavo ad andatura regolare, spensierato all’apparenza. Tuttavia tendevo l’orecchio a ogni suono, osservavo ogni filo d’erba, ho colto il tintinnio nella tasca di un soldato, breve, metallico, come se nel movimento il temperino tascabile si fosse scontrato con un altro metallo, forse una pallottola, forse l’accendino. Ho notato distintamente anche il fumo blu, sinuoso e perpendicolare, dal camino di una casetta bassa. La polvere sulle foglie di un piccolo melo lungo la strada. Un cane minuto e macilento, immobile, poco lontano da alcuni bambini che con dei sassi giocavano a bocce, guardava il cavallo aggiogato al carro. Il carrettiere era piegato in due sul suo trespolo. Una nube oblunga, nebbiosa, distesa su una morbida collinetta. Un vecchio appicca il fuoco a un mucchio di erbacce e di spazzatura nell’orto. Colpi di martello di là dai muri – forse dietro la casa c’è un’officina?
So così poco di queste zone, di questo ambiente che mi circonda. E del pianeta sul quale vivo, che cosa conosco? Da qualche parte, nella foresta vergine, la vita segue il proprio corso naturale, la lotta per la sopravvivenza. Un rampicante, strappato dall’uragano, freme e si torce dall’alto di un albero. Nell’oceano, il plancton rifluisce dentro le mascelle della balena. Bombardamenti aerei sulle città e sui nodi ferroviari. Un sommergibile silura un convoglio di navi. Tempeste di sabbia infuriano sui carri armati tedeschi e inglesi, che vomitano granate dai loro cannoni. Un uccello canta in un parco devastato. I soldati cadono sotto le raffiche delle mitragliatrici. Nascono bambini, concepiti durante i congedi. Telefoni, telegrafi, reti di servizi di intelligence, radiostazioni. Grida dei feriti. Canto dei cori. Bianche altitudini ghiacciate nel pallido sole artico. Un villaggio nel deserto. Cavalieri nella savana. Voci rauche dei conquistatori. Blocchi stradali e campi di concentramento, celati agli occhi del mondo. Le note di una chitarra. Morte dell’uccello canoro impigliato nella rete del cacciatore. Bombe a mano. Sbarramenti antiproiettile. Lavandaie sul fiume. Fabbriche. Strade. Pioggia su una fattoria di montagna. Qualcuno prega in una chiesa vuota, scura. Un bambino in una capanna abbandonata muore di fame. Tutto in questo momento.
Con uno sforzo gigantesco l’essere umano grazie al suo sapere e alla sua immaginazione si apre un varco evadendo dal proprio ristretto ambiente verso tutto quello che esiste. Che esiste sulla terra. E si espande verso tutto – quello che esiste in tutti i tempi e in tutto lo spazio dell’universo. Poi, da un momento all’altro, deve tornare all’hic et nunc. Al proprio habitat, pieno di pericoli. E di nuovo dileguarsi nell’aria, nell’acqua, nei labirinti della terra. Nella lava dei vulcani. Nelle costellazioni. Probabilmente ti passa proprio questo per la testa quando ti mettono al muro, per fucilarti. Forse allora in una frazione di secondo senti e conosci tutto quello che è accaduto ovunque, in qualsiasi tempo, inclusi i pensieri, le sensazioni, i passi degli uomini, il fluire della linfa nelle piante, il muoversi dei più piccoli esseri viventi sotto la crosta terrestre, ogni sasso che rotola sul fondo del giallo fiume in piena – e poi, in un lampo, ti trafigge la consapevolezza dell’ambiente attorno a te e della tua sorte in esso. A che cosa serve questo continuo scappare da sé e in sé? Pensiamo noi stessi nel nostro proprio preconscio. I neonati che Erode ordinò fossero massacrati, non fuggirono da nessuna parte. Il cavallo condotto al macello, dicono che fiuti la morte. Alla specie umana è data la più alta consapevolezza di ciò che accade, e con essa grandi tormenti e un inutile sforzo. Consapevolezza, conoscenza, sapere, discernimento. Vedere, sentire, toccare, annusare, assaggiare, percepire, pensare. Tutto ciò all’inizio serviva per la caccia e per la lotta, per procurarsi il cibo e sopravvivere. In seguito si è sviluppato in immense aree culturali. Filosofia, idee. Conflitto di idee. Guerre di pensiero. L’invenzione della polvere da sparo. Il fucile. Il cannone. La bomba. Il motore a vapore.
Tutto vive in una goccia di obnubilata consapevolezza.
È necessario essere connessi a questa frazione di attimo. Non fuggire verso i giardini pensili di Semiramide. È in corso in questo momento una guerra per la vita e per la morte tra diversi tipi di persone. Anch’io faccio parte di un esercito. La nostra parte è nel giusto – l’altra nell’errore. E quelli dall’altra parte predicano esattamente la stessa cosa. È necessario lasciarsi coinvolgere nell’odio. Questa non è una spedizione verso le sconosciute rapide di qualche fiume nel cuore dell’Africa. La massima difficoltà la incontra chi non riesce a immedesimarsi, diventare tutt’uno con il proprio ambiente. Lo conducono alla fucilazione e lui riflette sulla spiritualità dei suoi esecutori. Lo torturano, e lui percepisce il ridicolo della sua situazione dal punto di vista della galassia. È condannato a essere sempre e ovunque una vittima, mai un carnefice, mai un conquistatore, mai un vincitore. Forse ci sono dei periodi in cui persone del genere vengono apprezzate – questo periodo certamente non è uno di quelli. Negli ultimi capitoli del suo Principe, il savio Machiavelli pondera su questioni analoghe. “Felice è colui” dice più o meno “che si comporta in armonia con la natura dei tempi” – come infelice è colui che vive in contrasto con tale natura.
Se non controllo e non indirizzo il mio sentire, se non imparo a pensare come esigono i tempi – forse davvero sperimenterò la verità del sapere di Machiavelli. Niccolò disse anche, molto saggiamente, che il destino favorisce i fanatici piuttosto che i freddi calcolatori. Come potrebbe giocare un calciatore, se si mettesse a riflettere su cosa in realtà sta facendo – che è uno all’interno di un branco che corre dietro a un pezzo di cuoio. E che senso ha tutto ciò, visto dalla profondità dei milioni di anni e dall’infinità degli spazi in cui ruotano le costellazioni? Non devo dimenticare il motivo per cui ho perduto così scioccamente un incontro di boxe con quel tedesco, prima della guerra: lui a ogni colpo affidava tutto sé stesso e tutta la sua sorte, io invece meditavo sulla differenza tra la corsa degli ottocento metri e uno scontro a mani nude e dio sa su che cos’altro ancora. Funzionavo come un robot – e ho perduto ai punti. Perché nelle risse da osteria mandavo a tappeto chiunque? Perché mi affidavo all’istinto. C’era un mucchio di spazzatura lungo la strada e uno sciame di mosche ci ronzava sopra, si posava e si alzava. Alla famiglia delle mosche si oppongono le famiglie delle formiche, delle api, delle termiti. Mi rappresento nell’immaginazione ogni specie animale. Ciascuna vive in maniera identica in tutti i tempi, a eccezione della specie umana che muta il proprio modo di vivere. In ogni momento sarebbe necessario capire tutto, e concentrarsi però solamente su quel frammento di esperienza che potrà fungere da acceleratore per la prosecuzione del cammino.
Allons enfants de la patrie,
le jour de gloire est arrivé...
Marciamo, figli della patria,
è giunto il giorno della gloria...
Cantiamo sottovoce, pianissimo. Non sono lontani quelli che la sera cantano Lili Marlene.
Ancora più piano: In piedi dannati della terra! In piedi forzati della fame...
Una mosca mi ronzava vicino all’orecchio. I soldati in uniforme verde non danno la caccia alle mosche. Loro disprezzano le mosche, gli italiani che hanno capitolato, i propri quisling, i non ariani. Loro sono un popolo di dominatori, un Herrenvolk, con una sola idea, personificata nel loro duce.
Oh gentil brezza, rasserena
la ripida vetta
dove la gioventù slovena
per la patria lotta.
La casa mostra le costole, l’intonaco è a toppe, affiorano i mattoni rossastri. La porta è chiusa, le finestre inchiodate, come se qui non ci abitasse nessuno.
Lassù in Carniola delle armi il canto,
tedesco soldato hai nel cuore il pianto.
Di ferro agognavi una croce ad gloriam,
di legno una croce alzata ad memoriam
sul tumulo – Lili Marlene...
sul tumulo – Lili Marlene...
Nell’ora di francese leggevamo racconti su Napoleone. Non so su quale fiume stesse navigando, quando (com’era sua abitudine) sorprese un giovane ufficiale del seguito con una domanda: quante aquile ci sono su questo fiume? Il giovane ufficiale sparò la risposta: Una sola, Sire. Un seul, sire. – Un militare deve essere: acuto, rapido, devoto. Urrà! Ma il tenente era un militare di professione.
Questa...




