Bator | Montagna di sabbia | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 400 Seiten

Reihe: Amazzoni

Bator Montagna di sabbia


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-6243-539-0
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 400 Seiten

Reihe: Amazzoni

ISBN: 978-88-6243-539-0
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Polonia, primi anni '70. Jadzia e Stefan Chmura, freschi sposi e genitori della piccola Dominika, varcano la soglia del loro nuovo appartamento a Piaskowa Góra, nella periferia di Wa?brzych. Il modernissimo quartiere edificato dal governo socialista per le famiglie dei minatori promette comodità e benessere, ma presto la montagna di sabbia sulla quale è costruito rivela tutta la propria ingannevole fragilità. Joanna Bator, con uno stile denso di immagini vivide e sorprendenti, racconta la storia di una famiglia e delle tre generazioni di donne che la compongono, dando vita a un intreccio di personaggi memorabili, condannati a un'esistenza sbiadita e a una solitudine profonda, mentre il mondo che li circonda si trasforma inesorabile, abbandona il socialismo e si converte al consumismo. Solo lo spirito ribelle di Dominika sembra capace di spezzare la catena dell'infelicità. Il libro è stato cofinanziato dal programma Europa creativa dell'Unione europea

Scrittrice, giornalista e viaggiatrice, è nata nel 1968 a Wa?brzych, in Bassa Slesia. Specializzata in antropologia culturale, nel 2013 ha ottenuto il prestigioso Premio Nike per il romanzo Ciemno, prawie noc (Buio, quasi notte), da cui nel 2019 è stato tratto un film. Montagna di sabbia - titolo originale Piaskowa Góra (2009) - l'ha consacrata come una delle voci più interessanti del panorama letterario europeo.
Bator Montagna di sabbia jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material


I


Sotto Walbrzych c’è il carbone, sopra sabbia e individui, ammucchiati qui dai quattro angoli del mondo, al posto dei tedeschi espulsi. Nelle case abbandonate i libri scritti in gotico servono ad accendere il fuoco, Schneider, che nonostante il cognome non è affatto un sarto, è andato in fumo, Wasser forse proprio per il suo cognome, una volta bruciato evapora. Attraverso la Adolf Hitler Strasse, ora via Vladimir Lenin, si spingono carrozzine, si trasportano valigie, ci si trascina dietro bambini, cani e vecchie con il fazzoletto a fiori. Il primo gruppo arriva subito dopo la guerra e puzza ancora di polvere. Hitler kaput! gridano i ragazzini agli ultimi tedeschi o a quelli che lo sembrano. Gli altri stranieri non sono ancora una minaccia, perché per il momento nessuno è ancora del posto. Si comincia solo a distinguere chi ha l’oro da chi non ce l’ha, chi è con Dio da chi è contro Dio, che è uno e tale deve rimanere. I forestieri mollano giù i propri bagagli e in quattro e quattr’otto piantano paletti in terra. Qui mettono insieme alla meno peggio assi, cartone e coperte; più in là ricavano un pezzo di terra per patate e carote, lo recintano con una corda, ne ribadiscono la proprietà e guai a chi lo tocca. Si armano di bastoni e parolacce; se serve, sono pronti a dare una bella lezione a chiunque!

La terra riconquistata di Walbrzych risveglia speranze soprattutto in chi non ne ha mai avute. Non vengono da nessun luogo, ma vogliono avere il proprio tornaconto e appartenere a un luogo. All’inizio occupano le vecchie case dei tedeschi, ma queste finiscono presto: vent’anni dopo la guerra attorno ai vecchi quartieri di Walbrzych se ne stringerà un anello di nuovi non privi di una certa bellezza, e sicuramente di ordnung, costruiti in fretta e furia per i forestieri. A Piaskowa Góra, la Montagna di sabbia, ce ne entreranno fino a trentamila, stipati in blocchi di case suddivisi in scompartimenti tutti uguali. Tra i nuovi arrivati c’è la giovane Jadzia Maslak. Ha gli occhi color uva spina, stanchi per il lungo viaggio, una valigia di cartone, un cesto di uova di campagna e un cappotto con due maniche diverse. È difficile distinguerla nella folla perché molte donne si assomigliano.

Walbrzych è una grande città, a osservarla con gli occhi di Jadzia Maslak. Ad esempio, la stazione in cui è arrivata si chiama Città, e ci sono anche la Stazione Centrale, la Fabbrica e la Szczawienko. Né la madre di Jadzia, Zofia Maslakowa, né la nonna Jadwiga Strak hanno mai visto il mondo: è già tanto se erano andate alla fiera di Skierniewice o in pellegrinaggio a Czestochowa, e la nonna sicuramente non lo vedrà più il mondo dal momento che è sepolta nella sabbia gialla per i secoli dei secoli, amen. Non avevano mai sentito parlare di Walbrzych, perché fino a poco tempo prima Walbrzych non esisteva e nessun treno ci andava, tantomeno da Zalesie, questo è certo. I treni espressi attraversavano Zalesie con un ululato e un boato, al punto che il villaggio non faceva neanche in tempo a riflettersi nei finestrini che già scompariva.

La madre di Jadzia diceva che con i treni i diavoli portano i bambini cattivi all’inferno. Tudum-tudum! imitava il rumore del treno; tudum-tudum! treni pieni di bambini sporchi, con la mano a mo’ di tromba intorno alla bocca, tudum-tudum. I diavoli di Zofia puzzavano di carne bruciata e avevano le labbra sporgenti, sempre umide. Sporgenti come quelle dei negri, tudum-tudum, spaventava Jadzia e scivolava fino in fondo alla casa oscillando come una barchetta sui fianchi poderosi, provocando onde sulle quali per un po’ si cullavano i mobili e le immagini sacre. Non riusciva a ormeggiare a lungo accanto alla figlia, si spostava in dispensa, in giardino, nel bosco a cercare pigne per accendere il fuoco. Brutta sudiciona, diceva torcendosi le mani, i diavoli ti porteranno all’inferno in treno. Dietro la finestra, di notte, passava l’ombra dell’espresso e Jadzia immaginava i bambini stipati nei vagoni come in un barattolo di caramelle che lei in estate usava per raccogliere le dorifore, e chiudeva con il coperchio. Al buio gli insetti morivano e rilasciavano lentamente un liquido scuro, in superficie galleggiavano ali striate. Jadzia sbirciava nel barattolo e il disgusto le provocava una saliva schiumosa.

Una volta cresciuta, Jadzia ogni giorno all’alba aspettava alla stazione di Zalesie il treno locale per Skierniewice, dove studiava da infermiera. Le piaceva fare iniezioni, introdurre l’ago correttamente e con abilità nelle vene blu, indossare il camice bianco e osservare i batteri al microscopio. Nella loro esistenza sinuosa e rigogliosa trovò una giustificazione per l’aceto, il prodotto per l’igiene preferito di sua madre, lei ne era impregnata come una gelatina di stinco di maiale ben condita. Bisogna uccidere i batteri! I batteri sono sporcizia e malattie, sono pericolosissimi, quindi l’acqua con l’aceto deve essere molto calda – il che aveva un senso. Rimase senza risposta la domanda su come Zofia potesse sapere dei batteri, dato che aveva terminato solo le elementari in una scuola di campagna, ma Jadzia non faceva troppe domande. In attesa del treno per Skierniewice, mangiava il primo dei tre panini con la marmellata di fragole che portava con sé per il pranzo in ospedale, e inspirava l’odore oleoso dei binari come se bevesse. Si leccava le labbra piccole e ben disegnate e non era sicura se le piacesse o meno. Esile da bambina, Jadzia era ingrassata pian piano come una palla di neve, e all’età di diciotto anni, la quota di pelle prevista per la sua taglia era bella piena, rimasero sottili solo i polpacci e gli avambracci. Non assumeva mai una posizione eretta, sembrava che una forza invisibile la inclinasse a destra, o che volesse schivare un colpo. Portava grandi mutande di cotone che le cuciva Zofia e si pettinava i capelli chiari color topo davanti allo specchio nell’ingresso, fissandoli con le forcine e piegandosi in avanti e all’indietro per catturare il proprio riflesso che spariva. Era visibile solo da una certa angolazione e alla debole luce del giorno. Ma se si guardava Jadzia in pieno sole, aveva i contorni sfocati e tremolanti come sabbia calda. Quelli che salutava per la strada spesso non erano sicuri di aver proprio incontrato Jadzia Maslak che andava alla stazione, o se l’avevano solo immaginato. Di notte, Jadzia era invasa dalla tristezza per qualcosa di indefinito che confondeva con la nota voglia di dolci, sospirava, tirava fuori una zolletta di zucchero da sotto il cuscino e la succhiava finché non si addormentava. Seguiva con scrupolo le raccomandazioni della madre, la cui ossessione per la pulizia si limitava a lavarsi in acqua calda e aceto. A casa loro i piatti si appiccicavano al tavolo, i pipistrelli di notte stridevano in soffitta, i topi nidificavano fra le pelli di coniglio ammuffite infilate in ogni cassetto, ma Zofia non dimenticava mai l’acqua bollente e l’aceto. Tutte le sere Jadzia si accovacciava subito dopo la madre sulla bacinella di metallo, in cui le sue natiche sempre più possenti entravano a stento. L’aceto bruciava e a volte era piacevole. Dopo il lavaggio, si metteva le dita tra le gambe e poi annusava per controllare che l’odore di sporco e batteri non persistesse attraverso la freschezza dell’aceto.

In camicia da notte, Jadzia leggeva romanzi, girando lentamente le pagine con il dito inumidito di saliva. Era ingorda di storie, si gustava le felicità e le disgrazie straordinarie che purtroppo accadevano di rado a Zalesie, ma per fortuna l’insegnante Gorgólowa le prestava i suoi libri. A Jadzia piaceva più di tutti La lebbrosa4 che leggeva di continuo, quasi incantata, alla luce di una lampada a cherosene, per la disperazione di Zofia. Al mattino, gli occhi color uva spina di Jadzia erano stanchi, sembravano inchiostro annacquato. A volte immaginava di essere sdraiata su un bel prato, mentre il conte Michorowski la copriva con il proprio corpo come una trapunta, come il coperchio di una bara rivestito di raso. Non faceva nient’altro in quei sogni; stava solo lì, e il conte arrivava in auto, in carrozza davanti all’ospedale di Skierniewice e la portava su un prato, all’estero. Forse nella bellissima Unione Sovietica che aveva studiato a scuola. Là dove governava il compagno Stalin, che aveva le labbra più dolci dei lamponi, e i fiumi dai nomi strani erano grandi, impetuosi. E nei suoi sogni tutte potevano solo constatare che il conte aveva scelto lei, Jadzia. Gabrysia, che si trucca gli occhi di blu, Teresa, che porta tacchi alti e rumorosi, vedevano il conte straniero partire con lei e con nessun’altra, e il velo svolazzare sulla sua testa, non su quella di un’altra. Oh, mio conte, sono tua! Portami via, lontano, sognava Jadzia.

L’avvenimento più romantico della sua vita di ragazza fu la visita di uno sconosciuto, uno straniero che un’estate era comparso a Zalesie. Il giovane arrivò in auto alzando una nuvola dalla cenere con cui si coprono le buche delle strade di campagna. Sollevò il cappello, buongiorno signore, posso, disse da dietro il cancelletto, posso chiedervi un bicchiere d’acqua? Era apparso d’un tratto al cancello, senza preavviso, proprio mentre al tavolo sotto il noce, vestite alla meno peggio, snocciolavano le ciliegie per fare la marmellata! Lanciavano i noccioli nella ciotola, schizzandosi a vicenda, oh, se almeno avessero fatto in tempo a darsi una sistemata, a pettinarsi prima che lo straniero chiedesse loro all’improvviso un bicchiere d’acqua. Jadzia raccontava a Dominika che per come era vestito sembrava ritagliato da una rivista di moda o da un giornale a colori; e perché arrivare lì così, in un giorno feriale, con tanto di cappello, per chiedere un bicchiere...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.