Bender | Un segno invisibile e mio | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 251 Seiten

Bender Un segno invisibile e mio


1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7521-370-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 251 Seiten

ISBN: 978-88-7521-370-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Mona Gray, vent'anni, è innamorata dei numeri fino all'ossessione: l'ordine e la precisione dell'aritmetica le servono a difendersi dall'instabilità del mondo. Da quando il padre ha contratto una misteriosa malattia, infatti, Mona ha bloccato ogni propria aspirazione, ha paura di innamorarsi e si rifugia in una serie di piccoli gesti e oggetti scaramantici. Ma quando viene assunta come insegnante di matematica alle elementari, la sua vita - grazie a un'allieva fuori dal comune e aun collega capace di far breccia nella sua timidezza - comincia a cambiare irreversibilmente. Tenero, spassoso, commovente, acclamato dal Los Angeles Times come uno dei libri dell'anno, questo romanzo ha lanciato Aimee Bender come una delle migliori voci nella nuova narrativa americana.

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1


Il giorno del mio ventesimo compleanno mi sono comprata un’ascia.

È stato il più bel regalo che avessi avuto da dieci anni a quella parte. Prima di vederla luccicare appesa alla parete del negozio di ferramenta come un amante di legno e acciaio, avevo completamente rinunciato all’idea di festeggiare il mio compleanno.

Il giorno del diciannovesimo mamma mi aveva sbattuto fuori di casa.

Il giorno del diciottesimo avevo fatto una festa per due persone. Dopo un’oretta entrambe dissero di avere un’allergia e se ne andarono a casa starnutendo.

Il giorno del diciassettesimo mi ero fatta una torta al cioccolato, ma siccome in realtà non volevo affatto mangiarla avevo aggiunto dell’insetticida all’impasto. Lievitò una meraviglia, meglio che mai, e quando la tirai fuori dal forno – perfetta cupola bruna – rimasi a camminarle intorno per ore, inspirando a pieni polmoni l’aria tiepida di burro. Alcune formiche mangiarono le briciole sulla credenza e schiattarono.

Il giorno del mio sedicesimo compleanno mia zia mi aveva mandato un bel vestito di seta rossa, che aveva il profumo e la delicatezza della faccia interna del polso. Me lo misi sulle ginocchia e, accarezzandolo, cominciai a sfogliare l’elenco telefonico per scegliere il nome di una donna che abitasse a un indirizzo che contenesse dei 16. Poi le spedii il vestito. Il rosso non è il mio colore.

Il giorno del mio quindicesimo, quattordicesimo, tredicesimo, dodicesimo e undicesimo compleanno ero andata a far compere con mamma e ogni anno, alla fine, una delle due si metteva a piangere per lo stress perché a me non piaceva niente, e perché dicevo che in realtà non volevo niente, tranne, forse, un altro libro di esercizi di matematica. Vanno ordinati per corrispondenza. Arrivano da un gran capannone pieno di numeri, nel Sud. Mamma scuoteva la testa: si rifiutava categoricamente di regalarmi per il compleanno qualcosa che avesse a che fare con la matematica, così finiva che mi metteva un po’ di soldi in banca.

L’anno del mio decimo compleanno si era ammalato papà, ed era stato allora che avevo cominciato a smettere.

Mi era sempre piaciuto il timbro del pianoforte, così mi iscrissi a lezione per sei settimane alla fine delle quali ci fu un saggio. Mi vestii elegante e suonai un minuetto, e le mie due mani facevano due cose diverse contemporaneamente e alla fine si bevve succo di frutta e mi abbracciarono mentre la melodia continuava a ronzarmi in testa. Accompagnai l’insegnante alla macchina, lei mi sorrise orgogliosa. Il cielo ci si strinse addosso. Abbassai la voce: Senta, le dissi concitata. Lei non deve più, rimettere piede in questa casa.

Interdetta, aggrottò le sopracciglia. Mona?, chiese. Che diamine...

Grazie, risposi. Ma siamo al capolinea.

Dissi a mamma che era un gran peccato, accidenti, che l’unica insegnante di pianoforte se ne andasse dalla nostra cittadina così povera di opportunità per diventare una rockstar nella metropoli. Lei spalancò gli occhi e prese il telefono. Il cuore cominciò a battermi forte, ma con enorme sollievo a casa dell’insegnante di pianoforte scattò la segreteria telefonica e il messaggio di mamma fu vago, qualcosa tipo: Buona fortuna, le facciamo tutti tanti auguri.

Tre settimane dopo si incontrarono per caso al mercato. Non ho idea di cosa si siano dette.

Ho preso dieci lezioni di danza, e il pomeriggio del mio primo saltello ho donato le scarpe in beneficenza. Ho avuto solo un ragazzo: in meno di due mesi, a letto si era trasformato in una statua. Sulla pista d’atletica correvo come una meteora, e mi sono sparata dritta fuori dall’orbita.

Ho smesso con i dolci per il gusto di vedere se ci riuscivo – naturalmente sì; una sera ho smesso di respirare finché i polmoni non hanno preso il sopravvento; ho smesso di toccarmi la pelle, dormendo con le mani sotto il cuscino. Quando non c’era nessuno a casa, legavo il pianoforte con delle corde, così che poi mi ci voleva mezz’ora di lavoro con le forbici per rimettermi su quel minuetto. Dopo un po’ ho nascosto tutte le forbici.

Non ho smesso invece di tamburellare sul legno, cosa che facevo sempre. Era il mio modo di sigillare nelle radici e nella corteccia ogni cosa interrotta; ascolta, dico al legno... guarda bene cosa sto facendo. Prendi nota. Notalo.

Niente piano. Niente dolci. Niente atletica. Niente. Sono innamorata dello smettere.

A suo modo è un’arte, se ci pensate. Smettere bene richiede un innato senso della bellezza; bisogna saper sentire il momento della svolta, proprio quando il desiderio fa la sua comparsa, quello è il momento di darci un taglio, giù deciso, l’istante in cui lo smettere è maturo come una pesca che si fa dolce sull’albero: crack, si spacca il picciolo, la pesca cade per terra, nera e argento di mosche.

Ho avuto solo un ragazzo. Di solito era distratto ma una bella sera d’estate eravamo seduti di fronte a casa sua e le sue labbra si mossero sulla mia pelle come un quartetto d’archi e sentii che quella pesca era pronta a cadere dall’albero.

Ho smesso di andare al cinema.

Ho smesso di lavorare alla tavola calda visto che il cuoco non la smetteva più di dire che ero stata un’atleta eccezionale.

Ho smesso di mangiare le uova sode in insalata.

Ho smesso di consultare gli atlanti.

Avevo smesso da un pezzo di pensare che me ne sarei andata di casa quando, il giorno di quel diciannovesimo compleanno, mamma mi buttò fuori lei. Aveva chiuso l’ufficio di informazioni turistiche, di cui è proprietaria e responsabile, era venuta a casa presto e aveva detto: Mona, buon compleanno, ecco il mio regalo. Mettendomi le mani sulle spalle mi aveva spinto fuori dalla porta lasciandomi lì sul prato.

Ti voglio bene, disse, ma sei troppo su con gli anni per abitare qua.

Ma mi piace stare qui, protestai.

I capelli le volavano scomposti nell’aria. Menti, mi disse, e il peggio è che nemmeno sai di mentire.

Non capivo se faceva sul serio o se stava solo blaterando finché non spinse il mio letto nel corridoio d’ingresso. Papà, confuso, passava accanto al cuscino e al copriletto in disordine, con aria quasi furtiva, e per due notti io sognai nello spazio tra muro e muro. Il secondo mattino mi svegliai, andai in bagno, tornai, e vidi che il letto era sparito di nuovo. La porta d’ingresso era spalancata. Mamma stava sulla soglia, dandomi le spalle, spalle scosse dalle risate al vederlo con le coperte tutte scompigliate là in mezzo al prato, come una mucca.

Allora dormirò là fuori, dissi, dirigendomi verso il letto.

Mi prese tra le braccia e mi strinse forte. Sentivo il riso caldo nelle sue braccia e nel petto.

Quel sabato andai a cercarmi un appartamento. Mamma era al lavoro, ma prima che uscissi papà mi chiamò dal salotto. Si sentiva la febbre, e stava sdraiato sul divano con un panno bagnato steso in fronte come la bandiera ammainata di una nazione sconfitta. Riscaldamento centralizzato, mi consigliò. Ti serve qualcosa?, gli chiesi, ma lui scosse il capo. Ah, Mona, mi disse, vedi di prendere un posto con lo sciacquone che funziona. Annuii. Gli portai un bicchier d’acqua prima di uscire.

Tutto quello che aveva a che fare con questo trasloco mi irritava, così mi feci compagnia con il numero 19 mentre giravo per la città da sola. 19: il terzo numero esagonale centrato. Un numero primo. La quantità di tempo vissuta dal mio mento, dalle mie dita, dal mio cervello. Vagai senza meta per i viali, fino al limite dell’abitato dove un nastro grigio di strada addobbava le colline in lontananza come se fossero un voluminoso pacco dono giallo. Passai davanti a qualche cartello AFFITTASI, ma l’appartamento che alla fine scelsi stava solo a tre isolati da casa dei miei, era dipinto a colori vivaci, con una toilette che poteva mandar giù anche qualche paio di calzini, e aveva un numero civico che mi piaceva: 9119.

Il giorno che mi ci trasferii, disposi i mobili più o meno com’erano prima a casa. Il letto, dapprima grigio per via dell’atmosfera spenta di casa dei miei, stava già riprendendosi le sue sfumature rosa. Erano nove anni che non lo vedevo rosa, e ricordava le pubblicità a colori sui quotidiani che conservano quella sensazione metallica del bianco e nero anche se sono state inchiostrate di fresco di rosso e blu.

Quando mi allacciarono il telefono chiamai mamma.

Sono qui, dissi. E adesso?

Lei stava mangiando qualcosa di croccante. Arreda, mi disse. Fai una festa.

I muri spogli giganteggiavano bianchi e vuoti. Corsi per le stanze, e in ognuna pronunciai il mio nome.

Mona, dissi alla cucina.

Mona, sussurrai nell’armadio a muro dell’ingresso.

Quando batterono le undici mi infilai nel letto in cui avevo dormito per tutta la vita, in una stanza in cui non avevo mai dormito, mai, e spensi la luce. Le ombre erano spiriti oscuri che si muovevano sulle pareti, e allungai un braccio verso la pianta in vaso che mi aveva regalato mamma per riscaldare un po’ l’ambiente, e tamburellai con le nocche sul tronco. Tamburellai e continuai a tamburellare. Non mi limitai a dare qualche colpetto, avrò tamburellato forse cinquanta volte. Cento volte. Anche di più. Centocinquanta volte. Di più. Smisi, ma poi sentii che qualcosa non andava, qualcosa non andava nel mio stomaco, così tamburellai ancora un po’.

Intorno a me, il nuovo appartamento era all’altezza della situazione, imparava. Questa sono io, volevo dirgli....



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