E-Book, Italienisch, 330 Seiten
Reihe: SuperTele
Blum Tubi
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-3389-315-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Viaggio al centro di internet
E-Book, Italienisch, 330 Seiten
Reihe: SuperTele
ISBN: 978-88-3389-315-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Questo libro è un avvincente tour dietro le quinte del mondo reale, ma nascosto, di internet. Blum compie un viaggio-reportage e ci mostra in prima persona quanto la rete sia fatta di carne e acciaio, al pari di qualsiasi fabbrica dell'era industriale. È un regno incredibilmente tattile, popolato da una speciale casta di ingegneri che controlla gli hub attorno a cui è organizzato quel mondo soltanto in apparenza immateriale che chiamiamo «online». In questo volume ci sono luoghi reali, presenti sulle mappe ma poco conosciuti: i loro suoni e odori, la loro storia, le loro caratteristiche fisiche e le persone che li abitano sono la sostanza di cui il digitale è costituito. Nonostante tutte le retoriche sulla «assenza di luogo» dell'era contemporanea, internet è legato a spazi reali e fisici proprio come la ferrovia o il telefono. Può essere mappato, toccato, visitato. Blum racconta la complessa storia del suo sviluppo, spiega in dettaglio come funziona e offre al lettore uno sguardo inedito e approfondito, dall'interno, ai monumenti nascosti del mondo di oggi.
Weitere Infos & Material
PROLOGO
Qualche inverno fa, in una giornata di freddo pungente, Internet ha smesso di funzionare. Non tutto l’Internet, solo la porzione racchiusa in un angolo pieno di polvere dietro il divano del mio soggiorno. Ci sono un modem nero con i suoi cavi e cinque luci verdi, un adattatore telefonico blu delle dimensioni di un libro cartonato e un router wireless bianco con un singolo occhio luminoso. Quando tutto va liscio lampeggiano allegramente, soddisfatti dei segnali che arrivano dalle prese nei muri. Ma quel giorno lampeggiavano a fatica. Le pagine web si caricavano a singhiozzo e il telefono (con tecnologia «voice over IP», che trasmette le chiamate via internet) faceva sembrare le voci dei miei interlocutori quelle di sommozzatori sott’acqua. Se in quelle scatole ci fossero stati degli omini, era come se avessero deciso di schiacciare un pisolino. Anche l’interruttore sembrava sonnecchiare.
Il tecnico per la riparazione è arrivato la mattina dopo, pieno di certezze. Ha attaccato una specie di fischietto elettronico, che sembrava una minitorcia a batterie, all’estremità del cavo in soggiorno e poi ha iniziato a seguirne il percorso, in cerca di indizi. Gli sono andato dietro, prima fuori, in strada, poi nel seminterrato, infine, passando da una botola, nel giardino sul retro. C’era una vecchia scatola degli interruttori, tutta arrugginita e nascosta da un groviglio di cavi neri, fissata al muro di mattoni. Li ha scollegati uno dopo l’altro e ha avvitato un minuscolo altoparlante a ciascuno di loro, finché non ha trovato quello che emetteva un sibilo, la prova uditiva di un percorso continuo tra qui e lì.
Poi ha sollevato minacciosamente gli occhi al cielo. Uno scoiattolo sfrecciava lungo uno dei cavi verso una cabina color grigio militare attaccata, come una casetta per uccelli, a un palo, e avvolta da anemici rampicanti cittadini. Gli animali rosicchiano il rivestimento di gomma, ha spiegato il tecnico. Senza materiale a sufficienza per sostituire i cavi di tutto il cortile non poteva fare nulla. «Però potrebbe sistemarsi da solo», ha detto, e così è stato. Ma sono rimasto stupito dalla rude fisicità della situazione: questo era Internet, la più potente rete informatica mai concepita! Capace di metterci in comunicazione istantanea con qualsiasi luogo sulla faccia della terra! Artefice di incredibili rivoluzioni! Un compagno costante, messaggero d’amore, fonte di ricchezza e di intrattenimento. I dentoni di uno scoiattolo di Brooklyn ne avevano intralciato la grandezza.
Mi piacciono i congegni. Sono sempre pronto a parlare di Internet, come cultura e come mezzo di comunicazione. Mia suocera mi chiama quando ha un problema tecnico. Ma confesso che la sostanza di questa cosa (una «cosa» che gli scoiattoli avevano mordicchiato come spuntino) mi sfugge. So come connettermi, ma gli aspetti tangibili della connessione sono sempre stati un mistero per me. Le luci verdi della scatolina nel mio soggiorno indicavano che «Internet» (un insieme privo di sfumature) era , per dirlo con parole semplici. Ero connesso, sì, ma connesso a cosa? Avevo letto qualche articolo su data center grandi come fabbriche, pieni di dischi rigidi e situati immancabilmente in posti lontanissimi. Mi ero disconnesso e riconnesso con i miei modem e i loro cavi rovinati dietro il divano. Ma oltre quel punto, la mia mappa di Internet era vuota, come l’oceano per Colombo.
Quella disconnessione mi aveva colto di sorpresa. Internet è la struttura tecnologica più estesa della nostra esistenza quotidiana. È una luce viva e intensa sugli schermi che ci circondano, turbolenta come una città invasa dal traffico. Ogni giorno, due miliardi di persone usano Internet per qualche motivo. Eppure, se pensiamo alla sua fisicità, vediamo una distesa senza tratti distintivi, completamente incorporea: tutta etere e niente rete. Il protagonista del racconto di F. Scott Fitzgerald «La mia città perduta» sale in cima all’Empire State Building e con rammarico si trova ad ammettere che la città ha dei confini. «E con la terribile rivelazione che New York, dopo tutto, era una città e non un universo, l’intero edificio scintillante ch’egli aveva eretto nella sua immaginazione crollò con un grande fragore».1 Mi sono reso conto che anche Internet aveva dei confini. Eppure, stranamente, non si trattava di confini astratti, ma fisici. La mia rete Internet era a pezzi, letteralmente. Aveva parti e componenti fisici. Era più simile a una città di quanto pensassi.
L’interruzione causata dallo scoiattolo era stata un bel fastidio, ma ero emozionato dall’improvviso manifestarsi di Internet nella sua struttura fisica. Sono sempre stato molto in sintonia con tutto ciò che mi circonda, con il mondo intorno a me. Memorizzo i luoghi come un musicista farebbe con una melodia o uno chef con i sapori. Non è tanto perché mi piace viaggiare (e mi piace molto), quanto perché tendo a vedere il mondo fisico come una fonte di continua, a volte schiacciante preoccupazione. Ho un forte «senso del luogo», come dice qualcuno. Tendo a notare l’ampiezza dei marciapiedi nelle città e la qualità dell’aria alle diverse latitudini. I miei ricordi sono quasi sempre associati a luoghi specifici. Come scrittore, ciò mi ha spesso portato ad avvicinarmi all’architettura, sebbene l’oggetto principale del mio interesse non siano mai stati gli edifici, ma piuttosto i luoghi che gli edifici creano, la somma di costruzione, cultura e memoria. In pratica, il mondo in cui abitiamo.
Internet è sempre stato un’eccezione necessaria rispetto a questa mia abitudine, un caso speciale. Stando seduto tutto il giorno alla mia scrivania di fronte allo schermo di un computer, e alzandomi a fine giornata con l’altro schermo più piccolo che porto in tasca sempre sottomano, ho accettato che il mondo al loro interno fosse distinto dal mondo sensoriale intorno a me, come se il vetro dello schermo non fosse trasparente, ma opaco, un confine tangibile tra dimensioni. Essere online coincideva con l’incorporeità, ridursi a occhi e dita. La questione era semplice. C’era un mondo virtuale, il cyberspazio, e i luoghi reali, e non si sarebbero mai incontrati.
Ma, come in una favola, lo scoiattolo aveva aperto la porta di un reame dietro lo schermo fino a quel momento invisibile, un mondo fatto di cavi e degli spazi tra loro. Il cavo rosicchiato indicava che c’era un modo per cucire insieme Internet e il mondo reale in un unico spazio. E se Internet non fosse stato un altrove invisibile, ma un ? In fondo qualcosa sapevo: il cavo nel cortile era collegato a un altro cavo e a un altro dopo di quello, e oltre, in un intero mondo fatto di cavi e di tubi. Internet non era una nuvola, il , e solo un’ostinata illusione potrebbe convincere qualcuno del contrario. Né era veramente wireless, fili. Internet non poteva essere dappertutto. Ma quindi dov’era? Se avessi seguito il filo elettrico, dove mi avrebbe portato? Che aspetto avrebbe avuto il posto che avrei raggiunto? Chi ci avrei trovato? E perché si sarebbe trovato lì? Ho deciso di fare visita a Internet.
Quando nel 2006 il senatore dell’Alaska Ted Stevens ha descritto Internet come una «serie di tubi» è stato facile prendersi gioco di lui. Sembrava un povero ingenuo intrappolato in un modo vecchio di concepire il mondo, mentre noialtri avevamo compiuto il salto per entrare nel futuro. Inoltre ci si aspettava che fosse meglio informato. In quanto capo della commissione del Senato statunitense per il commercio, la scienza e i trasporti, Stevens aveva il compito di vigilare sul settore delle telecomunicazioni. Eppure eccolo lì, all’Hart Building in Campidoglio, a spiegare da dietro un leggio che «non è che su Internet puoi buttarci quello che vuoi. Non è un grosso camion, è una serie di tubi e se non capite che quei tubi possono riempirsi, e che se sono pieni il tuo messaggio finirà in coda e arriverà in ritardo, per via di tutti quelli che mettono nel tubo enormi quantità di materiali... quantità di materiali!»2 Il si è indignato per il fatto che il senatore non avesse idea di cosa stesse parlando. I comici dei programmi in onda in seconda serata hanno mostrato foto di camion della spazzatura e di tubi di acciaio le une accanto alle altre. I dj hanno realizzato mash-up del discorso. Io ho riso di lui con mia moglie.
Eppure ho trascorso gran parte degli ultimi due anni sulle tracce dell’infrastruttura fisica di Internet, seguendo il percorso dal cavo nel mio giardino. Ho potuto constatare in prima persona che Internet è molte cose e si trova in molti posti. Ma una cosa pressoché certa è che, quasi dappertutto, si tratta effettivamente di una serie di tubi. Ci sono tubi sotto l’oceano che collegano Londra e New York. Tubi che collegano Google e Facebook. Ci sono edifici pieni di tubi e centinaia di migliaia di chilometri di strade e ferrovie lungo le quali, interrati, scorrono tubi. Tutto quello che facciamo online passa attraverso un tubo. Quei tubi contengono (in linea di massima) fibre di vetro. E in quelle fibre c’è luce. Codificati in quella luce, in misura sempre maggiore, ci siamo .
Probabilmente tutto questo sembrerà improbabile e misterioso. Quando Internet è decollato, a metà degli anni Novanta del Ventesimo secolo, tendevamo a immaginarcelo come un posto reale, una specie di villaggio. Ma da allora le vecchie metafore geografiche hanno perso forza. Non visitiamo più il «cyberspazio» (se non per dichiarare guerra). Dalle «autostrade dell’informazione» sono stati rimossi tutti i cartelli stradali. Al contrario, pensiamo a Internet come a una ragnatela di seta in cui ciascun luogo è...




