E-Book, Italienisch, 240 Seiten
Reihe: narrativa
Cialente / Carbé Interno con figure
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5480-209-0
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 240 Seiten
Reihe: narrativa
ISBN: 979-12-5480-209-0
Verlag: Nottetempo
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Fausta Cialente è stata una delle più importanti scrittrici italiane del Novecento. Nata nel 1898 a Cagliari, ha un'esistenza fatta di frequenti viaggi e trasferimenti. Dal 1921 al 1947 vive stabilmente in Egitto, dove negli anni Quaranta collabora alla propaganda antifascista. Il suo romanzo di esordio, Natalia, esce nel 1930, e al 1936 risale la pubblicazione del primo romanzo di ambientazione egiziana, Cortile a Cleopatra (riedito nel 1953). Dopo un silenzio di molti anni, Cialente torna alla letteratura con il romanzo Ballata levantina (1961), cui fanno seguito Un inverno freddissimo (1966) e Il vento sulla sabbia (1972) - ripubblicati da nottetempo rispettivamente nel 2024, 2022 e 2023. Con l'ultimo romanzo, Le quattro ragazze Wieselberger (1976), Cialente vince il Premio Strega. Sempre nel 1976 viene pubblicato Interno con figure. Lavora anche a importanti traduzioni, tra cui Giro di vite di Henry James. Muore nel 1994 a Pangbourne, in Inghilterra.
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Introduzione
Quando nel 1962 pubblicai riunita per la prima volta nel volumetto Le comete della Universale Economica Feltrinelli (edizione oramai esaurita e introvabile) una parte dei racconti che avevo scritto fra il 1935 e il 1939a Alessandria d'Egitto, e misi come titolo quello del racconto più lungo, Pamela o la bella estate (pubblicato per la prima volta nel 1936 dalla rivista Occidente), nella breve presentazione che mi fu richiesta esprimevo il mio dubbio sull'opportunità o meno di consegnare alla stampa un'operina alla quale non volevo né potevo mutare il tono né allargare i limiti che rinchiudono un mondo fatto quasi esclusivamente di piccola gente modesta ma soprattutto di bambini, con i loro drammi e le loro favole. Oggi posso aggiungere, anche perché nel frattempo di qualcuno di questi racconti i limiti si sono invece allargati, che fra la piccola gente modesta e i bambini v'è anche accennato qua e là il ritratto d'un'incosciente o colpevole borghesia, che è poi il tema fondamentale di quasi tutta la mia opera. Annotavo, in quella presentazione, che soltanto Pamela e Viaggio si svolgono nel primo dopoguerra, fuori d'Italia; negli altri racconti è filtrata invece la memoria d'una provincia italiana assai più vecchia, quella della mia fanciullezza, giacché nel 1921 lasciai l'Italia per il ben lungo periodo che sono ventisei anni consecutivi. La voce sommessa di quella realtà – aggiungevo – ironica o poetica che fosse sembrava già allora, in un tempo divenuto intossicato e feroce, più lontana ancora di quanto la indicavano le date; ma forse per questo era meglio non alternarne le risonanze.
Trascorso quindi un altro bel pezzo di tempo, sempre più velenoso e sempre più feroce, mi domando onestamente quanto la nuvoletta rosea, patetica, ironica e perfino sentimentale potrà convincere nuovi e di certo più spregiudicati lettori. Nel migliore dei casi costituirà quello che un'opera letteraria non dovrebbe mai essere, un'evasione soltanto: una specie di caldo cuscino messo sotto i piedi infreddoliti in una cattiva stagione. Quindi, se anche costretta ad avanzare sul terreno minato e pericoloso dell'odierna ermetica critica, non è forse inutile ch'io faccia un poco la storia di queste novelle, ora raccolte tutte insieme per la prima volta.
Dopo aver scritto Natalia (memoria della provincia italiana durante la prima guerra mondiale) che terminai nel 1927, ma fu pubblicata nel 1930 dalla casa editrice Sapientia di Roma ed ebbe manoscritta il premio dei Dieci, nato circa all'epoca del Viareggio e capeggiato da Massimo Bontempelli, e mentre già stavo scrivendo Cortile a Cleopatra (terminato nel 1931), venni spinta fuori dalla magica realtà in cui rappresentavo l'ambiente levantino “povero” e scrissi Marianna (1930), lungo racconto che fu pubblicato nella Fiera letteraria, fondata e allora diretta da Umberto Fracchia, ed ebbe nel 1932 il premio Galante (Bompiani), ch'era così chiamato perché veniva concesso solamente alle scrittrici.
Il tema dei bambini, les enfants terribles, mi è sempre stato caro e mi ha sempre affascinata, ma si trattava di mettere in scena dei bambini completamente fuori della realtà, così come me li figuravo e avrei voluto che tutti i bambini fossero, ribelli alle costrizioni, all'ipocrisia, alla cattiveria dei “grandi”; Marianna è quindi una favola e nient'altro che una favola. Com'è stato ancora recentemente detto, fin dall'inizio il personaggio Marianna, scacciata di casa dai cugini insofferenti della sua noiosa e provocatoria perfezione, che poi finisce invece ballerina in una taverna, quasi tutti lo riaccostarono alla ben più celebre eroina dell'Angelo azzurro, interpretato da Marlene Dietrich. Ricordo che avevo dato lettura del racconto manoscritto a un gruppo di amici riuniti in casa mia, a Alessandria, e mi rassicurò il fatto che tutti si divertirono, ma l'accusa dell'Angelo azzurro balzò subito fuori. Nondimeno lasciai Marianna così com'era nata, tanto più che l'accostamento vale solo per le poche ultime pagine.
Il racconto che seguì fu Pamela o la bella estate (1935). Esso continuava, per così dire, l'esperienza del Cortile a Cleopatra: medesimo ambiente levantino “povero” dove la sorte aveva gettato la bella veneziana sposandola a un fotografo armeno. Più che aggredita, il paese in cui vivevo oramai da più di dieci anni mi aveva come incantata, ma soprattutto turbata, ponendomi di fronte a problemi che per me erano nuovi, inquietanti e per i quali dovevo continuamente interrogarmi. Gli europei, levantini o no, non avevano o addirittura rifiutavano il contatto con la popolazione indigena, a parte, naturalmente, la servitù, i fornitori, gli operai; (adopero il termine “indigeno” nel suo peculiare significato, che non considero affatto spregiativo perché se abitassi la Sicilia, per esempio, chiamerei “indigeni” i siciliani a casa loro, e credo che non dovrebbero offendersi). Ma gli europei e i levantini lo adoperavano invece con disprezzo, quasi parlassero d'una razza inferiore o schiava, atteggiamento odioso che m'indignò fin dall'inizio e che trovai anche nella famiglia ebrea italiana della quale facevo oramai parte; ma contro questa mentalità lottai fino all'ultimo, fin quando, cioè, abbandonai definitivamente il paese. La mia casa, del resto, fu una delle poche ch'era frequentata da intellettuali di tutte le nazionalità ed estrazioni sociali, quindi anche dagli egiziani, fra i quali ebbi carissimi e indimenticabili amici; e lo spocchioso che una volta ebbe la sfrontatezza di osservare dopo una riunione in casa mia: “Quand est-ce que vous finirez de fréquenter tous ces tarbouchars?” (il tarboush è il copricapo dei musulmani che da noi si chiama fez) ebbe come risultato che la mia porta, lui, non la varcò mai più.
Nell'Egitto dov'ero arrivata qualche anno dopo la fine della prima guerra mondiale la “belle époque” (la apertura del Canale di Suez, la strada delle Piramidi costruita in pochissimo tempo perché l'imperatrice Eugenia potesse arrivarci in carrozza, il trionfo dell'Aida rappresentata per la prima volta all'Opera del Cairo ecc.) era definitivamente tramontata e potei coglierne soltanto gli ultimi bagliori, soprattutto nei racconti di mia suocera ch'era stata una delle “grandi signore” sulla fine del secolo; e anche dai ricordi di mio marito che, giovinetto, aveva potuto assistere ai balli offerti dai Kedivi nel palazzo di Ras el Tin. Un'altra epoca si sostituiva a quella mentre ancora dimoravo in Egitto, e credo d'averne dato riferimenti ben precisi – direi storici – tanto in Ballata levantina che in Un inverno freddissimo e ultimamente in Il vento sulla sabbia: basta saperli leggere. Ero fra i pochi, pochissimi, anzi, che consideravano il levantinismo un vecchio fibroma incrostato su tutto il Medio Oriente e destinato a scomparire; (“è scritto sui muri,” noi dicevamo); un fenomeno che, contrariamente a quanto si sosteneva, non aveva portato nulla di buono al paese e ai suoi abitanti, mentre europei e levantini godevano di condizioni, in parte da essi create, per cui la vita quotidiana era incredibilmente “dolce” e facile, e se ne vantavano quasi fosse tutto merito loro e un loro diritto, senza guardarsi intorno, quindi senza nemmeno darsi la pena di vedere che di quei privilegi la “massa” non godeva assolutamente nulla. Io vedevo invece quanto atroce era la miseria d'un popolo così mite e pacifico, infame la mano del larvato colonialismo che ancora premeva su di esso e vergognosa la complicità o l'acquiescenza della ricchissima classe dirigente. In Ballata levantina lo faccio dire al personaggio Matteo: “Ma l'Egitto, Daniela, è il fellah! È lui, col suo somarello e il suo fascio di trifoglio, lo stesso di duemila anni fa. Per lui nessuno ha fatto niente, da duemila anni. Si direbbe, anzi, che siano state inventate soltanto per lui le epidemie e le carestie! E quando s'incontrano per strada, l'automobile del pascià e il fellah sul suo somarello, non si vedono… Due mondi che si sfiorano e non si scontrano mai”. (Invece, “scritto sui muri” era anche che si dovessero scontrare.) Ho un ricordo, del resto, per illustrare in tutta semplicità la miseria il cui spettacolo mi aveva già colpita: proprio durante il primo inverno che trascorrevo in Egitto, un pomeriggio andavamo sportivamente camminando, mio marito ed io, sull'alta ripa del canale Mahmudieh, in piena campagna alessandrina, e dal mare, cioè dal Nord, soffiava un vento gelido che ci tagliava la faccia; quando vidi giù accovacciata in riva all'acqua lenta e lurida del canale una fellaha che si teneva stretto fra le gambe un marmocchio di due o tre anni e gli stava sciacquando il davanti della gallabieh di cotone (la lunga veste che portavano gli arabi del popolo, forse la portano tuttora). Il bambino così inzuppato si divincolava piangendo e strillando finché riuscì a sfuggire dalle braccia della madre e singhiozzando disperatamente si mise a correre verso il gruppo di casupole dove certamente abitava – i soliti tuguri in paglia e fango – col vento che gli spiaccicava addosso, sul corpicino visibilmente nudo sotto la veste, la gallabieh tutta bagnata. Sconvolta e irritata non potei fare a meno di esclamare: “Che madre è questa! lavargli la roba addosso, col freddo che fa… in quell'acqua gelida! Ma non poteva aspettare d'essere a casa per...




