E-Book, Italienisch, 611 Seiten
Egan Guardami
1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7521-481-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 611 Seiten
ISBN: 978-88-7521-481-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Charlotte, modella trentacinquenne dalla carriera in lento declino, ma ancora inserita negli ambienti «in» di Manhattan, resta vittima di un rovinoso incidente stradale da cui esce viva, ma gravemente sfigurata; insieme al nuovo viso regalatole dalla chirurgia plastica deve costruirsi una nuova vita, e scoprirà che farlo nel mondo virtuale è più redditizio che in quello reale. Nel frattempo, nel paesino del Midwest di cui è originaria, una sua omonima, ancora adolescente, comincia una relazione con un insegnante di matematica di origini mediorientali che nasconde un pericoloso segreto. Un investigatore privato sulle tracce di un pr misteriosamente scomparso dalla scena notturna newyorkese farà sì che le storie delle due donne convergano. Guardami, finalista al National Book Award nel 2001, è un romanzo ambizioso e potente che all'epoca dell'uscita anticipava quasi profeticamente la catastrofe dell'11 settembre e l'avvento dei social network, e che a più di dieci anni di distanza resta una magnifica testimonianza delle doti letterarie della sua autrice.
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1.
Dopo l’incidente, diventai meno visibile. Non nel senso ovvio che andavo a meno feste e non mi si vedeva più in giro. O almeno non solo. Nel senso che, dopo l’incidente, diventò letteralmente più difficile vedermi.
Nel ricordo, l’incidente ha acquisito una sua aspra e abbagliante bellezza: la luce bianca del sole, un lento e ripetuto volteggio nello spazio, come su una di quelle giostre i cui abitacoli ruotano su una piattaforma rotante a sua volta (da sempre le mie preferite), la sensazione che il mio corpo si muovesse più veloce del veicolo che lo conteneva e in senso opposto. Quindi una luminosa, ramificata incrinatura, io che sfondo il parabrezza e volo all’esterno, insanguinata e terrorizzata e confusa.
La verità è che non ricordo nulla. L’incidente avvenne di notte, durante un acquazzone estivo su un tratto d’autostrada deserto circondato da campi di mais e soia, a qualche chilometro da Rockford, la città dell’Illinois in cui sono nata. Schiacciai il freno e la mia faccia si schiantò contro il parabrezza, facendomi perdere i sensi all’istante. Mi fu così risparmiato il batticuore della macchina che dalla carreggiata sbandava in un campo di mais, si ribaltava più volte, prendeva fuoco e infine esplodeva. Gli airbag non si aprirono. Avrei potuto fare causa, naturalmente, ma non avendo la cintura allacciata fu probabilmente un bene che non si fossero aperti, con il rischio di decapitarmi, aggiungendo, come dire, al danno la beffa. Il parabrezza infrangibile resse in effetti abbastanza bene l’impatto con la mia testa, tanto che pur essendomi rotta praticamente tutte le ossa della faccia, di cicatrici visibili quasi non me ne sono rimaste.
Devo la vita a un cosiddetto «buon samaritano», una persona che mi estrasse dai rottami in fiamme così velocemente da lasciarmi bruciare soltanto i capelli, che mi adagiò con delicatezza sul bordo del campo di mais, chiamò un’ambulanza, descrisse con una certa precisione il luogo in cui mi trovavo e poi, con una modestia che a me pare addirittura perversa, per non dire antiamericana, scelse di dileguarsi rimanendo anonima, anziché prendersi il merito di gesti così nobili. Un automobilista di passaggio e che andava di fretta, qualcosa di simile.
L’ambulanza mi portò al Rockford Memorial Hospital, dove mi ritrovai nelle mani di tale dottor Hans Fabermann, straordinario chirurgo plastico ricostruttivo. Quando quattordici ore dopo riemersi dall’incoscienza, fu proprio il dottor Fabermann che trovai seduto al mio fianco, un signore anziano con la mascella ampia e forte, e ciuffi di peli bianchi che spuntavano da entrambe le orecchie, anche se buona parte di queste cose non le vidi quella sera. Ci vedevo a malapena. Con calma, il dottor Fabermann mi spiegò che ero stata fortunata: mi ero rotta le costole, un braccio e una gamba, ma non avevo lesioni interne. Il mio viso si trovava nel bel mezzo di quello che lui definì un «momento di grazia» prima che subentrasse il «gonfiore grottesco». Se avesse operato immediatamente, avrebbe potuto giocare d’anticipo sulla mia «grave asimmetria», vale a dire la disconnessione dei miei zigomi dalla parte superiore del cranio, e della mandibola da quella «mediana». Io non avevo idea di dove mi trovavo, né di cosa mi fosse successo. Sentivo il viso intorpidito, vedevo doppio e appannato, e provavo una strana sensazione intorno alla bocca, come se i denti superiori e quelli inferiori fossero disallineati. Sentendo una mano sulla mia, mi resi conto che accanto al letto c’era anche mia sorella Grace. Avvertii la vibrazione del suo terrore, che instillò in me un ben noto desiderio di tranquillizzarla, Grace che mi si rannicchiava contro durante un temporale, odore di cedri, foglie bagnate... Va tutto bene, avrei voluto dirle. È un momento di grazia.
«Se non operiamo subito, poi dovremo aspettare cinque o sei giorni perché il gonfiore si riduca», disse il dottor Fabermann.
Cercai di parlare, di acconsentire, ma nessuna delle parti mobili della mia testa voleva muoversi. Produssi uno di quei gorgoglii soffiati che emettono i personaggi dei film in fin di vita per le ferite di guerra. Poi chiusi gli occhi. Ma il dottor Fabermann dovette capire, perché mi operò quella sera stessa.
Dopo dodici ore di intervento, durante le quali ottanta viti di titanio vennero impiantate nelle ossa distrutte del mio viso per riconnetterle e tenerle unite; dopo che la testa mi fu incisa da un orecchio all’altro affinché il dottor Fabermann potesse scollarmi la pelle dalla fronte e riattaccarmi gli zigomi alla parte superiore del cranio; dopo che mi furono praticate in bocca alcune incisioni per connettere la mandibola inferiore a quella superiore; dopo undici giorni durante i quali mia sorella si librò intorno al mio letto come un impressionabile angelo, mentre suo marito Frank Jones, che disprezzavo e mi disprezzava a sua volta, restava a casa con le mie due nipoti femmine e il nipote maschio, dopo tutto ciò venni dimessa dall’ospedale.
Ritrovandomi a uno strano bivio. Avevo passato la giovinezza ad attendere l’occasione per fuggire da Rockford, Illinois, cosa che avevo fatto non appena mi era stato possibile. Ero tornata di rado, con rammarico dei miei genitori e di mia sorella, e quelle poche visite erano state precipitose, umorali e brevi. Nella vita reale, o almeno in quella che concepivo come tale, mi ero data da fare per nascondere i miei legami con Rockford, raccontando alla gente, se proprio dovevo raccontare qualcosa, che ero di Chicago. Ma per quanto dopo l’incidente desiderassi tornare a New York, camminare a piedi nudi sulla morbida moquette bianca del mio appartamento al venticinquesimo piano affacciato sull’East River, il fatto che vivessi da sola lo rendeva impossibile. Avevo la gamba destra e il braccio sinistro incastonati nel gesso. Il mio viso stava entrando nella «fase acuta della guarigione»: lividi neri che si estendevano fino al petto, il bianco degli occhi divenuto di un rosso mostruoso; una testa gonfia, grossa quanto un pallone da basket, con la sommità coperta di punti (un miglioramento, rispetto alle graffette che avevano usato inizialmente). Avevo il cranio parzialmente rasato, e i pochi capelli rimasti erano strinati, fetidi e venivano via a ciocche. Il dolore, grazie al cielo, non era un problema: i danni ai nervi mi avevano lasciato pressoché insensibile, specie dagli occhi in giù, anche se soffrivo di mal di testa lancinanti. Volevo rimanere nei paraggi del dottor Fabermann, che però, con tipico autolesionismo da Midwest, sosteneva che avrei trovato un suo equivalente chirurgico altrettanto capace, se non superiore, a New York. Ma New York era per i forti, e io ero debole, debolissima! Dormivo quasi sempre. Mi sembrava appropriato cullare la mia debolezza in un posto che avevo sempre associato ai miti, ai deboli e agli inutili.
E così, tra lo stupore degli amici e dei colleghi di New York, e con dolore di mia sorella, il cui marito si rifiutò di accogliermi sotto il suo tetto (non che io potessi tollerarlo), Grace fece in modo che mi trasferissi a casa di una vecchia amica dei nostri genitori, Mary Cunningham, che abitava a est del fiume Rock, in Ridgewood Road, vicino alla casa dove eravamo cresciute. I miei genitori si erano da tempo trasferiti in Arizona, dove i polmoni di mio padre si stavano lentamente dissolvendo per un enfisema, e dove mia madre aveva finito per credere nel potere di certe pietre dalla forma irregolare, che di notte gli collocava sul petto ansante mentre lui dormiva. «Fammi venire lì, ti prego», implorava al telefono mia madre, che nel frattempo aveva confezionato sacchettini pieni d’erbe e piume e denti. Ma io le dicevo no, per favore. Rimani con papà. «Andrà tutto bene», le dicevo. «C’è Grace che si prende cura di me», e anche in quella mia voce roca ed estranea percepivo una determinazione che mi era familiare, e che senza dubbio lo era per mia madre. Di me stessa mi sarei presa cura io. Come avevo sempre fatto.
La signora Cunningham era diventata una vecchia, dai tempi in cui l’avevo conosciuta come la vicina che scacciava con la scopa i bambini che tentavano di pescare i gonfi pesci rossi dalla vasca limacciosa dietro casa sua. Quei pesci, o i loro discendenti, c’erano ancora, e li si intravedeva a sprazzi di bianco screziato d’oro in mezzo a un intrico di muschio e ninfee. In casa c’era odore di polvere e fiori morti, e gli armadi erano pieni di vecchi cappelli. Le vite del defunto marito della signora Cunningham e dei figli che abitavano lontano si trovavano ancora nella casa, addormentate nella soffitta rivestita di cedro, il che spiegava certamente come mai lei, una donna anziana e con un’anca malandata, ci vivesse ancora, costringendosi ad arrancare su per quella rampa di scale quando quasi tutte le sue amiche vedove e giocatrici di bridge avevano da tempo traslocato in splendidi appartamenti. Mi mise a letto in una delle stanze delle figlie e sembrò godere di una rinascita da seconda maternità. Mi portava tè e succhi di frutta che bevevo da una tazza per bambini, mi infilava i piedi in babbucce fatte a maglia e mi imboccava con cucchiai di omogeneizzato all’albicocca Gerber che leccavo avidamente. Chiese al ragazzo che le falciava il prato di portarmi su in camera il televisore, e di sera veniva a stendersi nel letto singolo accanto al mio, con i polpacci cerei e coperti di vene che spuntavano sotto l’orlo della vestaglia trapuntata. Insieme, guardavamo il tg regionale, grazie al quale io scoprivo che perfino a Rockford le strade erano ormai in balia delle bande della droga, e le sparatorie dalle auto in corsa erano diventate la norma.
«Se ripenso a com’era una volta questo posto», mormorava la signora Cunningham mentre...




