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E-Book

E-Book, Italienisch, 374 Seiten

Enger Dolore fantasma


1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7091-274-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 374 Seiten

ISBN: 978-88-7091-274-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



'Scopri chi mi ha incastrato e ti dirò tutto quello che so sulla morte di tuo figlio': questa la telefonata che riaccende la speranza in Henning Juul, il cane sciolto della redazione online di 123news, che insegue la verità più della notizia e non scende a patti che con la sua coscienza. Sono passati due anni dall'incendio che gli ha sfregiato il volto e portato via il piccolo Jonas, e che la polizia ha archiviato troppo in fretta come un incidente. Quella notte Henning ha perso una parte di sé che continua a pulsargli dentro come un dolore fantasma, e solo ora le sue vane indagini trovano aiuto in Tore Pulli, noto businessman con un passato criminale e ingiustamente condannato per omicidio. Entrambi vittime di una trappola perfetta e abbandonati dalla legge, giornalista ed ex gangster si ritrovano uniti in una lotta contro il tempo e contro ogni apparenza in nome della verità. Ma in che modo Tore Pulli può essere legato al misterioso incendio? Tra veleni colombiani e miti nordici, musica rock e gang di immigrati svedesi, Thomas Enger tinge di nero una Oslo inondata dalla luce calda di fine estate con un nuovo thriller che esplora i diversi volti della sua città, addentrandosi nel retroterra umano dei delitti come negli interrogativi della coscienza.

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5

Henning si ferma all’angolo fuori dal Café Con Bar. Ha la schiena sudata. Dall’altra parte della strada, il fazzoletto di prato del parco di Vaterland si stende tra l’Oslo Plaza e l’aggressiva rampa di accesso al quartiere di Grønland. Lì vicino una folla di persone passa sul marciapiede di porfido irregolare. Le macchine rombano incessanti.

Henning si toglie la giacca di jeans sdrucita e cerca un tavolo libero. Se Erling Ophus non avesse insistito per venire in città e incontrarsi vicino al suo ex posto di lavoro, Henning non avrebbe mai messo piede in un luogo dove la gente gli passa accanto trafelata.

Lo ha intervistato molte volte in passato, ma non lo ha mai incontrato di persona. Quando Ophus arrivava sulla scena del crimine, di solito le fiamme erano già state domate e i giornalisti erano tornati a casa a scrivere i loro articoli. Henning si era stupito che Ophus avesse accettato di incontrarlo, di sabato per giunta, invece di godersi la placida vita di Leirsund.

Non passa molto tempo prima che Henning lo noti dall’altra parte della strada. L’investigatore in pensione del nucleo antincendi aspetta prudente il verde per avventurarsi sulle strisce. Henning si alza, fa qualche passo verso di lui e gli tende la mano. L’uomo allampanato ha una camicia bianca a maniche corte e pantaloni blu scuro, sorride e dà una stretta decisa alla mano del giornalista.

“Buongiorno”, lo saluta Henning. “Grazie di essere venuto.”

“Oh, sono io a doverla ringraziare. Mia moglie aveva programmato un’intera giornata tra i fiori in giardino, e lei mi ha dato un’ottima scusa per fare un giro in città, e magari, più tardi, quattro chiacchiere con qualche vecchio collega. Sempre che sia al lavoro, s’intende.”

Ophus sorride e allenta la presa. Henning lo invita ad accomodarsi al lato opposto del tavolo. Si siedono.

L’ex poliziotto sembra appena tornato da una gita in montagna, ancora più tonico di quando è partito. La pelle del volto è fresca e rasata con un riflesso di estate. Le rughe della fronte sono ondulate e profonde. Ha un’evidente escrescenza sulla guancia sinistra, senza la quale il suo volto perderebbe carattere.

Si avvicina un cameriere spettinato e con profonde borse sotto gli occhi.

“Qualcosa da bere?” chiede Henning.

“Bah, magari un caffè.”

“Due caffè”, ordina Henning al cameriere, che si gira rapido senza rispondere. Dopodiché mostra il suo nuovo cellulare. “Ha qualcosa in contrario se registro la conversazione?”

“No, no. Va benissimo.”

Henning preme il pulsante rosso in mezzo allo schermo, vede che ha iniziato a registrare.

“Come le ho anticipato al telefono”, dice schiarendosi la voce, “sto lavorando a un articolo.”

“Sì, l’avevo capito.”

Henning sta per fare la prima domanda, quando squilla il telefono.

“Mi scusi, devo…”

“Non c’è problema”, ribatte Ophus mostrando i palmi delle mani.

Henning guarda il numero. Sconosciuto. Niente di importante, pensa, e blocca la chiamata.

“Riproviamo”, dice sorridendo. “Lei ha una lunga esperienza nel nucleo investigativo antincendi.”

“Esatto”, conferma Ophus con orgoglio. “Credo di avere il record norvegese di indagini aperte. Quando sono andato in pensione, certe compagnie assicurative hanno provato ad assumermi, ma se volevo smettere, dovevo tagliare tutti i ponti. Anche se ora un po’ me ne pento.”

“Troppo giardinaggio?”

Ophus annuisce sorridendo, mentre prende una tazzina tintinnante dalle mani del cameriere assonnato.

“Qual è la causa più comune degli incendi negli appartamenti?”

“La gente che non fa abbastanza attenzione”, risponde Ophus bevendo un sorso rumoroso e soddisfatto. “Circa un incendio su quattro è causato da un fuoco acceso, sigarette o candele. La gente non fa caso alla cenere, non pensa che possa bruciare o contenere braci anche molto tempo dopo che le fiamme si sono spente. E poi c’è chi gioca con gli accendini e i fuochi artificiali, ovviamente. Cose del genere.”

Ophus gesticola eccitato con le mani.

“Un bel po’ di incendi, poi, sono causati da pentole bruciate, piastre surriscaldate o caloriferi elettrici coperti. Al giorno d’oggi la gente ha un sacco di diavolerie elettriche in casa, e i prodotti non sono sempre di buona qualità. Circa il venti per cento di tutti gli incendi è causato da problemi tecnici agli impianti elettrici.”

Henning si china in avanti, avvicinandosi al tavolo.

“E gli incendi dolosi?”

“Circa il dieci per cento di tutti gli incendi è appiccato da terzi. Di circa il doppio non si riesce a risalire alla causa. E infine ci sono quelli causati da fulmini o da gente che dà fuoco al proprio appartamento.”

Henning prende un rapido appunto sul bloc notes che ha appoggiato sul tavolo.

“È difficile indagare su un incendio?”

“Molto difficile. Molto spesso le tracce sono andate distrutte. E del resto non esistono investigatori tanto esperti in materia.”

“La polizia deve indagare su tutti gli incendi, vero?”

“Esatto.”

Il telefono di Henning squilla di nuovo. Ancora sconosciuto, vede, e non risponde.

“E come fa?”

“Mmh?”

“Come fa la polizia a indagare su un incendio?”

“Ha mai sentito parlare della regola della «c»?”

“No, cos’è?”

Ophus sorride e prende fiato. “Cercare, cogliere, concludere: chiarire le cause e il contesto chiave delle cose e catturare il colpevole.”

Henning ride.

“Quanto tempo ci ha messo a imparare a memoria questa formula?”

“Settimane. Anzi: mesi!”

Ophus sorride ancora. Cala di nuovo il silenzio mentre lui beve il caffè. Henning guarda i suoi appunti.

“Quindi il dieci per cento di tutti gli incendi è appiccato da terzi?”

“Circa il dieci per cento, sì.”

Henning annuisce in silenzio, sente le cicatrici sul volto bruciare come strisce di fuoco. Lentamente, solleva lo sguardo verso Ophus.

“Un paio d’anni fa, il mio appartamento è andato a fuoco”, dice lasciando di nuovo cadere lo sguardo. “Ho perso mio figlio.”

“Oh, davvero terribile.”

“Ecco perché ho queste.”

Henning indica le cicatrici.

“Sono dovuto saltare attraverso un muro di fiamme per arrivare da mio figlio, ma…”

Non riesce a finire la frase. Non ci riesce mai.

“Credo che l’incendio sia stato doloso.”

“Perché lo crede?” chiede Ophus prima di un nuovo sorso rumoroso e indiscreto. Henning è in imbarazzo, conscio della sua accusa senza un preciso fondamento.

“Non lo so. È una mia sensazione, una sensazione a pelle, o come la si vuole chiamare. E poi…”

Si interrompe pensando che non ha alcun senso raccontare a Ophus dei suoi sogni, di quello che contengono e non contengono. Scuote debolmente la testa.

“Io credo che sia doloso.”

Ophus annuisce in silenzio mentre si porta la tazza alla bocca.

“Quando è successo?”

“L’11 settembre 2007.”

“Dopo il mio pensionamento, purtroppo.”

Henning lo guarda con sconforto, poi gli occhi scivolano ancora in basso.

“Ma che dice la polizia? Avranno ben indagato, no?”

Ophus gli lancia uno sguardo indagatore da sopra la tazza.

“Sì”, risponde Henning. “E hanno concluso che la causa dell’incendio è sconosciuta.”

“Ma lei crede che qualcuno abbia appiccato il fuoco?”

Henning cerca di raddrizzare la schiena, ma ricade presto su se stesso e incrocia le braccia sul petto.

“Come abbiano fatto, non lo so”, dice.

Ophus prende un ultimo sorso di caffè e posa la tazza sul tavolo con un tintinnio.

“Cos’hanno scritto nel rapporto?”

“Io non l’ho mai letto, ma pare che l’incendio sia cominciato nel corridoio.”

“E in quel momento lei era in casa?”

“Sì.”

“C’erano segni di effrazione?”

“Non che io sappia.”

“Aveva chiuso la porta?”

“Non ricordo. Tutti gli eventi dei giorni e delle settimane prima sono scomparsi dalla mia mente. Io credo di sì, chiudevo sempre la porta, anche di giorno, ma non riesco a ricordare con certezza di averlo fatto anche quella sera.”

“Non aveva rilevatori di fumo?”

Il ritmo delle domande e risposte si rompe. I blocchi di porfido fissano Henning accusandolo.

“Ne avevo uno, ma la batteria si era scaricata e…”

Henning prova ad alzare lo sguardo, mentre deglutisce con fatica.

...



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