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E-Book

E-Book, Italienisch, 326 Seiten

Reihe: Indi

Fisher Non siamo qui per intrattenervi

Scritti sulla letteratura, interviste e riflessioni
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-3389-541-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Scritti sulla letteratura, interviste e riflessioni

E-Book, Italienisch, 326 Seiten

Reihe: Indi

ISBN: 978-88-3389-541-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



In uno dei suoi post Mark Fisher elenca cinque autori che considera fondamentali: Kafka, Atwood, Spinoza, Ballard, Marcus. Una lista necessariamente ridotta all'osso - Fisher stava rispondendo a un «meme bibliografico» - che però rende l'idea della matrice estetica e politica che aveva caratterizzato la sua formazione. Critico culturale radicalmente «popolare», inteso nella miglior accezione del termine, Fisher è stato in grado di scorgere il comune denominatore sociopolitico che sottende voci, discipline e forme artistiche diversissime e di concentrare nella sua analisi letteratura, filosofia, economia e archeologia culturale, tracciando delle linee che convergono verso il nodo cruciale che ha dominato le sue riflessioni: la necessità di smascherare la fallacia di pensiero che da decenni condiziona tragicamente le nostre esistenze: quel «realismo capitalista» che ci induce a credere che, per quanto la situazione possa apparire disperata, non esiste un'alternativa. Nelle interviste, nelle riflessioni e negli scritti sulla letteratura contenuti in questo volume - il quarto e ultimo della raccolta che mette insieme i post del suo leggendario blog k-punk - Fisher analizza le migliori distopie e le peggiori utopie della nostra epoca, allargando poi il campo per mettere in luce la nostra ossessione nostalgica e la nostra incapacità di inventare il futuro, la burocratizzazione managerialista dell'istruzione, la deriva censoria della sinistra, la scomparsa della dialettica di classe dal discorso politico e la privatizzazione della depressione. Gli scritti di Mark Fisher - intelligentissimi, illuminanti, a tratti dolorosi - non smettono di sorprendere, e confermano quanto sia stato e sia ancora necessario il suo pensiero per comprendere il contemporaneo, e per provare a immaginare, quindi anche a cambiare, il tempo che ci attende.

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MEME BIBLIOGRAFICO1


Almeno due persone mi hanno chiesto di farlo, perciò alla fine eccolo.

1) Quanti libri hai?

È impossibile dirlo. Certo non posso mettermi a contarli e non dispongo di alcun sistema attendibile per fare una stima.

2) Qual è l’ultimo libro che hai comprato?

di Mario Perniola.

3) Qual è l’ultimo libro che hai letto?

Letto e terminato: di Michael Bracewell – deludente e irritante. Ci sono momenti di intuizione, ma l’organizzazione del libro sembra cambiare da un capitolo all’altro: in un punto la narrazione è di tipo storico, poi di tipo tematico, poi regionale. Hai la continua impressione di sfiorare il momento in cui le cose devono accadere o di averle appena mancate. Non posso fare a meno di pensare che Bracewell trarrebbe vantaggio da un’argomentazione maggiormente focalizzata, ragion per cui aspetto ancora con ansia il suo libro sui Roxy che dovrebbe uscire entro l’anno. (E di certo mostra un eccesso di attenzione per la letteratura inglese: non proverò mai interesse per l’opera di W.H. Boredom,2 per dirne una.)

Quasi finiti: di Houellebecq. Non mi stupisce che piaccia a Žižek. Quale miglior attacco al triste edonismo hippie e alla sua patetica eredità incarnata dalle stronzate zen stile New Age?

4) Cinque libri importanti per me

(Detesto tutti i sondaggi sui migliori film/libri/dischi in cui le Ultime Novità stanno in cima, quindi mi sono dato come limite quello di scegliere libri che per me sono stati significativi per almeno un decennio.)

Il processo Il castello

È possibile, da grandi, ricostruire l’impatto che certi libri, dischi e film hanno prodotto su di noi tra i quattordici e i diciassette anni? I periodi più penosi della mia esistenza adulta sono stati quelli in cui ho perso contatto con ciò che avevo scoperto a quell’epoca nelle pagine di Joyce, Dostoevskij, Burroughs, Beckett, Selby... Avrei potuto indicare uno qualsiasi di questi autori, ma alla fine ho scelto Kafka perché, tra tutti, ha rappresentato per me il compagno più intimo e costante.

A dir la verità il primo contatto con Kafka avvenne grazie a un’antologia Penguin intitolata , che i miei genitori, che capivano pochissimo di letteratura, mi comprarono per Natale perché «sembrava una di quelle cose che piacevano a me». E il regalo in effetti si dimostrò azzeccato.

Mi è difficile ricordare oggi come accolsi per la prima volta quel testo. Non saprei dire se inizialmente io l’abbia apprezzato oppure ne sia rimasto deluso. Dopotutto Kafka non è un autore che ti cattura all’istante. Si insinua in te in modo sottile, con lentezza. Suppongo che all’epoca desiderassi e mi aspettassi una dichiarazione di alienazione metafisica più esplicita e diretta. Ma di tutto ciò in Kafka c’era pochissimo. Il suo non era un mondo fatto di grandiose prese di posizione metafisiche, ma piuttosto un cunicolo squallido e angusto, che non comunicava una sensazione generale di alienazione eroica ma di imbarazzo strisciante. La forza fisica è quasi del tutto assente nelle storie di Kafka: è piuttosto l’onnipresente possibilità di vergogna sociale a rappresentare piuttosto la forza motrice delle sue tortuose non-trame.

Ricordate le penose scene del , quando K, alla ricerca del tribunale all’interno di un palazzo di uffici, bussa a tutte le porte una dopo l’altra ricorrendo alla patetica scusa di dichiararsi un «imbianchino»? Il genio di Kafka sta nel banalizzare l’assurdità della situazione: sorprendentemente, contro ogni aspettativa del lettore, l’udienza di K si tiene in uno degli appartamenti del palazzo. Ovviamente. E perché si è presentato in ritardo? Più K pensa che la situazione sia assurda, e più sembra imbarazzato dal fatto di non riuscire a comprendere le «pratiche» del Tribunale o del Castello. I contorcimenti burocratici gli appaiono ridicoli e irritanti, ma solo perché lui «non ha ancora capito». Ne è prova la commedia che si svolge nelle scene iniziali del , più un’anticipazione dei call center che del totalitarismo, dove K si sente dire che i telefoni «funzionano come strumenti musicali». Quando compone il numero di telefono della scrivania di qualcuno, quanto è da idioti aspettarsi una risposta da loro? K è davvero tanto ingenuo?

Non è un caso che Alan Bennett, il poeta dell’imbarazzo, sia un grande ammiratore di Kafka. Sia Bennett che Kafka comprendono che la classe dominante, indipendentemente dall’aspetto assurdo dei suoi rituali, della sua pronuncia e dei suoi abiti, è immune all’imbarazzo. Ciò avviene non perché esista un codice speciale comprensibile solo a chi fa parte della classe dominante – non esiste alcun codice, è proprio questo il punto – ma perché . Al contrario, se non appartieni alla «gente giusta», niente di ciò che fai potrà MAI essere corretto: sei colpevole a priori.

Occhio di gatto

Tempo fa Luke mi ha chiesto quale poteva essere un esempio di letteratura «fredda e razionalista». Con la sua fama di freddezza Atwood rappresenta una risposta ovvia, ma a dire il vero più o meno tutta la letteratura è fredda e razionalista. Perché? Perché ci permette di vedere noi stessi come catene di cause ed effetti e in tal modo, paradossalmente, di conseguire l’unica misura di libertà a noi disponibile. (Persino Wordsworth, che pure era un ammiratore di Spinoza, ha descritto la poesia come «emozione rievocata nella calma», vale a dire non come emozione grezza espressa in un orgasmo dionisiaco.)

non è il mio romanzo preferito di Margaret Atwood – in realtà è il suo disadorno – ma è quello che per me riveste maggior significato. Non ricordo neppure tutta la trama: ma ciò che non dimenticherò mai sono le sue descrizioni spaventosamente vivide delle «amicizie» adolescenziali, pregne di spietata crudeltà hobbesiana. Le lunghe giornate, il pane tostato a colazione che ti diventa cartone in bocca, l’ansia talmente acuta e costante da dimenticarne la presenza, da non notarla neanche più.

Gli anni maggiormente formativi della nostra esistenza sono quelli della prima infanzia o della prima adolescenza? La lettura di quando avevo poco più di vent’anni è stata una specie di auto-psicanalisi, una via di fuga dall’eredità di misantropia, rabbia repressa e sensazione cosmica di inadeguatezza che per me avevano costituito il lascito degli anni dell’adolescenza. La gelida analisi di Atwood dimostrava mirabilmente che le umiliazioni degli anni dell’adolescenza erano un effetto strutturale delle relazioni adolescenziali, e assolutamente non una mia esperienza specifica.

Etica

Spinoza cambia tutte le carte in tavola, ma gradualmente. Non c’è nessuna conversione «sulla via di Damasco» allo spinozismo, soltanto una costante e implacabile cancellazione di convinzioni precedentemente date per scontate. Come sempre accade con la migliore filosofia, leggere l’ di Spinoza è come mettere su una cassetta di : tu pensi di controllarla, ma lei finisce per controllare te, producendo una graduale mutazione del tuo modo di pensare e percepire.

Ho subito l’attrazione di Spinoza fin dall’epoca in cui ero ancora uno studente universitario, ma in realtà l’ho letto veramente solo a Warwick, sotto l’influenza di Deleuze. Lì passai più di un anno a meditare sull’ con un gruppo di lettura. Ci trovavamo di fronte una filosofia che era insieme trucemente astratta e immediatamente pratica, fondata sulla più larga dimensione cosmica concepibile e al tempo stesso sulle minuzie della psiche. Forse si trattava dell’«impossibile» riconciliazione di analisi strutturale ed esistenzialismo?

La mostra delle atrocità

Se l’impatto di Spinoza e Kafka maturò lentamente nel tempo, quello di Ballard fu istantaneo. Si ricollegò immediatamente a un inconscio saturo di messaggi mediatici.

Ciò avvenne anche perché in realtà avevo incrociato Ballard molto tempo prima di leggere le sue opere: nei Joy Division (anche se più nel sound di Hannett che in molti dei testi: con le sue angosciate invocazioni, la canzone «The Atrocity Exhibition» non avrebbe potuto essere più lontana dalla distaccata sobrietà di Ballard), in John Foxx e gli Ultravox, nei Cabaret Voltaire, nei Magazine.

Il migliore dei suoi è – in cui una Londra allagata trasformata in paesaggio letteralmente surrealista viene esplorata da un Conrad contemporaneo – ma la vera opera indispensabile di Ballard è . Assai più del ben più noto , il romanzo forniva un repertorio concettuale e metodologico per affrontare il ventesimo secolo, assemblato a partire dal materiale di quello stesso secolo. Un libro rigorosamente modernista che fa poche concessioni a trama e personaggio,...



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