Garofalo | La tigre e l'usignolo | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 156 Seiten

Reihe: narrativa

Garofalo La tigre e l'usignolo


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5480-185-7
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 156 Seiten

Reihe: narrativa

ISBN: 979-12-5480-185-7
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Cosa resta di noi quando non ci siamo più? Una corda tesa, un sorriso, la malinconia per non aver detto tutto quello che volevamo, per quell'amore che avremmo potuto seguire, e invece. Ma, soprattutto, quel che resta è degli altri: ed è attraverso i loro sguardi, ricordi, narrazioni e appropriazioni che la storia di Alberto, il protagonista del romanzo, viene raccontata, e lui stesso rivive. Perché è la vita, comunque, a essere più forte di tutto: nella Tigre e l'usignolo, titolo ispirato a Cristina Campo, la fine di una persona, la tigre che sbrana, è 'un inno ai giorni che abbiamo a disposizione', l'usignolo che canta, frulla le ali e prende il volo. Alberto si impicca in un parco in mezzo alla primavera. E viene raccontato da diversi personaggi che lo incontrano in qualche tappa del suo ultimo cammino. La runner che una mattina lo trova appeso a un albero; il poliziotto fuori servizio che quel giorno non si aspettava di incrociare quella 'brutta storia'; il ferramenta ignaro dell'uso della corda che gli ha venduto; gli amici di sempre con le loro partite a pallone. E poi la sorella, i genitori, il pugile con cui Alberto si allenava, combattendo le ombre che pesano sul cuore. Perdendo, infine. Ma questo romanzo non è un'indagine sulla perdita: è invece una storia di metamorfosi, recupero e riscatto, che Mauro Garofalo dedica alla memoria di un amico. Perché fino a quando il nostro nome verrà raccontato, di noi resterà traccia nella trama del mondo.

Mauro Garofalo è nato a Roma nel 1974 e cresciuto in Maremma. Specializzato in reportage ambientali, collabora con Il Sole 24 Ore-Nòva, La Stampa Viaggi e Tuttoscienze. Autore di romanzi per adulti e ragazzi, tiene il corso di Storytelling alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti e insegna Editing e Scrittura alla Scuola Mohole di Milano, dove vive da circa vent'anni. Tra i suoi ultimi romanzi, L'ultima foresta (Aboca-Il Bosco degli Scrittori, 2023), Premio Demetra per la narrativa ambientale 2023, e Il mago dell'aria (Mondadori, 2024), finalista al Premio Fondazione Giancarlo Siani 2025.
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Alberto


Venne maggio e Alberto infilò la testa nel cappio e s’impiccò. Fino a pochi attimi prima i raggi avevano inondato il bosco di luce. L’estate sarebbe arrivata presto, ma lui non l’avrebbe vista. Si sentiva stanco. Negli ultimi mesi, gli pareva lo avessero sostituito con un vecchio. Le cosce potenti, i peli arricciati, i pantaloncini da calcetto. Tutto finito. Gli facevano male i muscoli, tremava, non riusciva a tenere ferme le mani né a correre, quando mangiava gli bruciava lo stomaco e non sentiva il sapore della pizza, l’alcol lo faceva addormentare. Per qualche minuto si godette il tepore caldo sulla pelle, la sua esistenza s’era assottigliata. Le foglie sui rami inverdivano, lui no. Odore di resina e di estate, la sabbia che ti s’infilava nel costume, le partite a biliardino tutti i pomeriggi, i toast e il Maxibon al baretto in spiaggia, lui e Giacomo che si buttavano dal pontile, gas di scarico e schiuma sulla battigia.

Era salito piano sui pioli, prima un piede poi l’altro. Pensa se cado?, si era detto, Te lo immagini: ti vuoi impiccare e invece cadi. A guardarlo da sotto la scala, Alberto, avresti ammirato un ragazzo alto un metro e ottantadue per settantotto chili, moro, capelli mossi, la pelle brunita, lo sguardo buono, sempre in tuta, le labbra carnose arricciate in una smorfia, calzettoni bianchi di spugna a strisce blu, scarpe da ginnastica sfondate e lacci consumati. Tranne quando andava a insegnare la sera a quei poveracci, perlopiù ragazzi tunisini scappati coi barconi, gli sbarchi e le lamentele della gente – Sì, il mondo finisce ma a me che cazzo me ne frega –, i siriani dimenticati da dio, gli armeni che tra poco non esisteranno più, i libici, i rifugiati politici, persone di tutte le età ma tanto sono tutti uguali, volti come terre arate, bambini con le rughe sulla fronte. Da quando li aveva beccati le prime volte alle assemblee, Alberto gli faceva lezioni di italiano al serale, tanto non sarebbe durato manco quello.

Osservò la danza della polvere nell’aria, cenere fitta nel corpo del bosco. Per un secondo la sua immagine tremolò. Il corpo di Alberto ancora vivo, tra i rami. Si trovò a scambiare un’occhiataccia con un maschio adulto di usignolo. Gli occhietti tondi e neri dell’uccellino gli si erano piantati addosso, Cazzo guardi?, l’aveva anticipato cercando d’essere cattivo. Alberto, che di nascosto pagava le merendine ai bambini, e le madri preoccupate dalla carie e lui che rideva, si toglieva i soldi che non aveva per comprare desideri a chi invece li aveva ancora, da qualche parte, che tanto a lui mica servivano.

Il punto era la solitudine, il vuoto al centro del petto. Il tremore alle mani giusto una conseguenza. La mancanza di forze. Poi, come glielo dicevi alla tipa che non riuscivi a scoparla. Scusa non mi si alza. Il punto era che non valeva un cazzo. Lui, ma nemmeno la vita. All’università a sputare sangue su Ernst Jünger, la guerra la terra la rivoluzione. Quello stava lì a filosofeggiare – il bosco, gli uccelli, la libertà – e poi, Avanti compagni!, e partiva all’assalto. Fuori dalla trincea. Ma noi. Noi eravamo diventati tutti borghesi. E c’erano quelli a cui bastava. L’uccellino frullò via, seguì il suo volo ad arco, una saetta grigia nell’azzurro del cielo. Oggi sarebbe stata una bella giornata. Improvvisamente, tutto gli sembrava avere senso. Proprio oggi, ovvio.

Riempì i polmoni, si fece incantare dall’inutile danza dei semi degli alberi, ricordò una lezione di Scienze alle medie, la professoressa con le gambe lisce, senza calze, lui come tutti cercava sempre di guardargliele da sotto il banco, i semi sfruttavano qualsiasi cosa – api, vento, piume – pur di spargere la vita il più lontano possibile, E a che serve? La sua prof era morta di cancro pochi anni dopo, e lui il suo seme manco lo spargeva più.

Si premurò di stringere la corda al ramo, mise in tiro il nodo, stette attento a passarla dentro l’occhiello come aveva visto sui tutorial on-line.

Comunque, se stava lì non era mica colpa sua. Erano le voci. Quando aveva sofferto d’insonnia, per dormire il dottore gli aveva prescritto un integratore a base di melatonina, adenosina e glicina; anche se non si svegliava mai veramente riposato, per un po’ era andata meglio. Con i sonniferi aveva ricominciato ad addormentarsi, almeno, se pur molto tardi la notte. Per qualche tempo gli era sembrato tutto normale. Poi le voci erano tornate. Stavolta però non erano tante e confuse. Erano un singolo sussurro, preghiere, lamenti sconosciuti e una voce femminile: la Madonna gli parlava, a lui!, che nemmeno ci credeva. Sono acufeni, aveva diagnosticato il dottore sottovalutando la cosa. A lui invece l’avevano terrorizzato. Fino a che, a un certo punto, quelle maledette allucinazioni uditive erano arrivate anche di giorno e si erano trasformate, erano diventate visive: le facce della gente assumevano le forme più strane. Un pomeriggio per strada aveva incrociato una persona col corpo normale e la testa di cavallo. Un’altra volta un suo amico si era trasformato in un cane davanti ai suoi occhi. Non ne aveva parlato con nessuno ovviamente. Niente con suo padre, né con sua madre, avevano già abbastanza preoccupazioni. Neanche con sua sorella, con lei di solito si confidava. E invece. Di notte sudava, le voci bisbigliavano parole sconclusionate, sibili ripetuti, ossessioni. L’unica cosa che poteva fare era alzarsi e andare alla finestra, si metteva a fissare le luci, lontane nella notte, a pensare che laggiù, da qualche parte, qualcuno sveglio c’era. Non era solo, continuava a ripetersi, Non sono matto, tutta la notte così: Non sono matto, ti prego. Ti prego, implorava, le lacrime trattenute, sul confine degli occhi, stava pregando chi di preciso? Dopo i fruscii, aveva incominciato a fargli male la testa, il collo, le voci si erano moltiplicate. Il dottore gli aveva fatto fare esami, analisi: niente. Gli aveva prescritto altre medicine. Lui le aveva prese. Le voci erano rimaste, si vede che s’erano affezionate, aveva pensato.

Adesso, però, adesso voleva silenzio. State zitte, aveva mormorato alle arpie che gli svolazzavano intorno, persino in una mattina come quella. L’ultima mattina. Lo stesso, quelle avevano continuato a strillare. Manco ti puoi impiccare in pace. La verità è che a nessuno gliene fregava niente. Morivi, e il mondo andava avanti lo stesso.

Lui la morte se la immaginava come un ufficio di collocamento. uno spettro si aggira per leuropa scritto su un manifesto appeso sopra la scrivania del tizio che lo avrebbe ricevuto all’ingresso: dall’alto del bancone Karl Marx lo avrebbe guardato paternalistico e benevolente.

Aveva soffiato prima di infilare la testa nel cappio, proprio come quando a pallone vai per tirare un calcio di rigore al novantesimo. Per un momento si era visto da fuori. Lui lì in cima alla scala poggiata al ramo, il cappio era venuto bene, la corda fissata. Il ferramenta da cui l’aveva comperata sapeva il fatto suo. Solo che, a stare lì, in bilico, stava sudando. Aveva sorriso beffardo, Ti stai cacando sotto, dì la verità, si era irriso, non più lui quanto un oracolo di verità. Oppure, magari, aveva vagheggiato mentre andava in iperventilazione e il cuore accelerava, Magari è un sogno, sì, ecco, magari è un sogno, si era ripetuto. Stava dormendo e fra poco si sarebbe svegliato col cazzo dritto in mano, poi avrebbe fatto colazione, preso un caffè al bar.

Alberto fuori da Alberto.

Il profumo di terra umida gli aveva restituito il ricordo di un sé bambino, quando andava a raccogliere funghi con suo padre. Si alzavano all’alba, erano loro due soltanto. Ricordò i sorrisi che non aveva più vissuto. Il blocco al centro del petto che si allargava, il grumo nero che a un certo punto lo aveva assalito. E invece, quelle mattine di pace, lui e il padre in mezzo al laghetto a pescare carpe. E poi. Un’altra estate. In camper, quando erano andati in quella pineta in Toscana, e riaffiorò la sensazione che aveva provato, di assoluto silenzio tra gli alberi. Sulla piazzola giocava con gli amichetti del camping: Celo, Manca, le figurine della Panini, Celo, l’album dei calciatori e la sua squadra preferita, Se mi dai uno del Milan, Manca, lui con la canottiera e il pomeriggio sotto gli alberi in pineta col frinire delle cicale, quel rumore costante, meccanico dell’estate e sua madre che preparava la limonata fresca, Albe’ lo chiamava, e lui correva per andare a prendere la bottiglia. Il pomeriggio così e più tardi, quando avevano digerito, ci volevano almeno tre ore dopo il pranzo, la mamma su questo era irremovibile, andavano in spiaggia e il programma era bagni e poi piste per le biglie, con dentro i ritratti dei ciclisti. Una sera avevano fatto un falò sulla spiaggia con i grandi, c’erano gli arrosticini e pure la Coca-Cola. Aveva chiesto al papà di andare a fare la pipì e lui lo aveva accompagnato. Un grugnito basso nel folto, Cos’è?, aveva chiesto, Un cinghiale, aveva risposto l’uomo con una scrollata di spalle. Ed erano tornati in spiaggia. Precisamente, quand’era successo che si era allontanato da suo padre?

È che bisognerebbe restare adolescenti, aveva pensato. Quando tutto era ancora possibile, non c’era ancora nessun peso sul cuore che ti portasse giù, giovani per sempre e vaffanculo.

Per un istante ci credette, che sarebbe apparso qualcuno per salvarlo in extremis: un alieno, un amico, che so, un procione, Marx. Invece, niente. Non apparve nessuno. Nemmeno la Madonna. Il niente tra le dita. Studiavi, trovavi lavoro, tiravi a campare....



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