Halberstam | L'arte queer del fallimento | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 386 Seiten

Reihe: Indi

Halberstam L'arte queer del fallimento


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-379-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 386 Seiten

Reihe: Indi

ISBN: 978-88-3389-379-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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Ci avevano promesso che saremmo stati dei vincenti. Ci avevano indicato gli obiettivi- i soldi, la famiglia, il potere, l'eccellenza - e la strada, fatta di determinazione, sudore della fronte e pensiero positivo: se cadi rialzati, prova ancora e ancora; ci siamo rialzati e abbiamo visto che a cadere era il mondo intorno a noi. Mai come in questi anni è diventato chiaro che l'idea di successo che avevamo in mente è una condanna e che tra volere e potere c'è di mezzo il capitalismo, con tutte le disuguaglianze (e le catastrofi) che si porta dietro. Dobbiamo dunque ridisegnare quell'idea? Dare al termine successo significati nuovi? Jack Halberstam, tra i più noti e originali teorici queer in circolazione, propone una via più radicale e ci guida nell'affollato mondo dei perdenti: lì dove smarrire la strada, non sapere, dimenticare ed essere dimenticati, essere sconvenienti e indecorosi, indisciplinati e improduttivi (tutte cose che le persone queer hanno sempre fatto particolarmente bene) si rivelano strategie possibili per stare al mondo. Correndo il rischio - anzi inseguendolo- di non essere preso sul serio, Halberstam si muove tra teoria alta e bassa, si concede virate controintuitive e disgressioni, si addentra negli «archivi di cose stupide» ricercando forme di conoscenza lontane dal rigore delle discipline. Accade così che in queste pagine vivano insieme Gramsci e SpongeBob, Jamaica Kincaid e il pesciolino Nemo, Saidiya Hartman, Tom of Finland, Valerie Solanas e un'armata di galline in fuga dal pollaio: con loro, Halberstam ci invita a pensare altrimenti, a sperimentare nuove alleanze, a preferire l'ombra alla luce piena, l'illeggibilità al riconoscimento. A desiderare un mondo in cui nessuno ce la fa da solo e nessuno viene lasciato indietro.

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TEORIA BASSA
INTRODUZIONE


Qual è l’alternativa?


Mr. Krab: Poi, proprio quando pensi di aver trovato il paradiso perduto, ti prendono per le braghe e ti trascinano su, in alto, in alto, sempre più in alto, fino a quando non ti tirano fuori dall’acqua, in superficie, agitato e boccheggiante! E poi ti cucinano, e poi ti mangiano – o peggio!

SpongeBob: [terrorizzato] Peggio?! Cosa può esserci di peggio?

Mr. Krab: [sussurrando] I negozi di souvenir.

«Gli ami da pesca», 1

Poi, proprio quando pensi di avere trovato il paradiso perduto, dice Mr. Krab al povero SpongeBob SquarePants, finisci per ritrovarti nel menù o, peggio, nel negozio di souvenir, tra i prodotti che vendono l’illusione alla quale hai appena detto addio. Siamo tutti abituati ai sogni infranti, alle speranze tradite, alle illusioni fatte a pezzi – ma dopo la speranza cosa c’è? E se anche noi, come SpongeBob SquarePants, non credessimo che un viaggio verso il paradiso perduto debba inevitabilmente finire al negozio di souvenir? Qual è l’alternativa, in altre parole, alla rassegnazione cinica da un lato e all’ottimismo ingenuo dall’altro? Qual è l’alternativa, si chiede SpongeBob, a lavorare tutto il giorno per Mr. Krab, o a essere catturato nella rete del capitalismo proprio mentre provi a sfuggire a quel destino? Questo libro, una specie di , rinuncia all’idealismo della speranza per ottenere in cambio saggezza e una relazione nuova – più spugnosa – con la vita, la cultura, il sapere e il piacere.

Dunque, qual è l’alternativa? Questa semplice domanda preannuncia un progetto politico, reclama una grammatica della possibilità (che qui provo a rendere scegliendo, fra le strutture degli enunciati, le costruzioni passive e i gerundi) ed esprime un desiderio fondamentale di vivere la vita altrimenti. Accademiche, attivisti, artiste e personaggi dei cartoni animati cercano da tempo di dare forma a una visione alternativa della vita, dell’amore e del lavoro e di metterla in pratica; attraverso l’uso di manifesti, di una pluralità di tattiche politiche e delle nuove tecnologie della rappresentazione, chi crede in un’utopia radicale continua a inseguire modi di stare al mondo e di intrecciare relazioni diversi da quelli prescritti per il soggetto liberale e consumatore: questo libro usa la «teoria bassa» (concetto che traggo dall’opera di Stuart Hall) e la cultura pop per esplorare quelle alternative e cercare una via d’uscita dalle trappole e dai vicoli ciechi delle formulazioni binarie. La teoria bassa ci aiuta a individuare gli spazi interstiziali che ci salvano dall’essere presi all’amo dell’egemonia e irretiti dalle tentazioni del negozio di souvenir, ma scende anche a patti con la possibilità che le alternative si trovino in un regno dalle acque torbide, spesso terribilmente buio e negativo: il regno controintuitivo della critica e del rifiuto. Per questo il libro si muove avanti e indietro a gran velocità fra cultura alta e bassa, teoria alta e bassa, cultura di massa e saperi più esoterici, per forzare le divisioni fra vita e arte, pratica e teoria, pensiero e azione, e approdare a una concezione più caotica di ciò che significa sapere e non sapere.

In queste pagine guardo ai cartoni animati per bambini, alle performance d’avanguardia e all’arte queer per riflettere su modi di essere e conoscere che si trovano al di fuori di quel che convenzionalmente intendiamo per successo. La mia idea è che in una società eteronormativa e capitalista il successo coincida troppo spesso con specifiche forme di maturità riproduttiva unite all’accumulazione di ricchezza – parametri che però sono stati messi in discussione per via del crollo dei mercati finanziari da un lato e dell’enorme aumento dei tassi di divorzio dall’altro: se i cicli di espansione e contrazione a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo ci hanno insegnato qualcosa, è che dovremmo concederci una sana critica ai modelli statici di successo e fallimento.

Anziché limitarsi a sostenere il bisogno di rivedere questi standard, smantella alla base le logiche del successo di cui sono intrise le nostre vite, per dirci che in determinate circostanze fallire, perdere, dimenticare, disfare, annullare, sfigurare, non sapere, possono essere modi di stare al mondo più creativi, più collaborativi e più sorprendenti. Fallire è una cosa che le persone queer fanno e hanno sempre fatto incredibilmente bene; per le persone queer il fallimento può essere uno stile, per citare Quentin Crisp, o un modo di vita, per dirla con Foucault, in netta opposizione ai cupi scenari di successo basati sull’idea di «provare e riprovare»: se il successo richiede così tanto sforzo, può darsi allora che il fallimento, in fin dei conti, sia più semplice e offra un altro tipo di ricompense.

Va bene, ma quali? Forse la risposta più ovvia è che il fallimento ci permette di sfuggire alle regole punitive che disciplinano il nostro comportamento e che organizzano il nostro sviluppo con l’idea di traghettarci dalla turbolenza dell’infanzia a un’età adulta disciplinata e prevedibile. Il fallimento preserva in parte la meravigliosa anarchia dell’infanzia e fa sfumare il confine, apparentemente netto, fra adulti e bambini, vincenti e perdenti. E sebbene si accompagni a uno spettro di emozioni negative – delusione, disillusione, disperazione – fornisce anche l’opportunità di sfruttare queste emozioni per trovare delle falle nella positività tossica della vita odierna. Come ci ricorda Barbara Ehrenreich in , il pensiero positivo è una malattia del Nord America, un «delirio di massa» che nasce quando l’eccezionalismo americano incontra il desiderio di credere che il successo premi le brave persone e che ogni fallimento sia solo la conseguenza di un atteggiamento sbagliato, e non di condizioni strutturali.2 Negli Stati Uniti il pensiero positivo viene spacciato come cura per il cancro, come via per ottenere ricchezze incalcolabili e come metodo infallibile per costruire il proprio successo: una fede di gran lunga preferibile, per gli americani, al riconoscere che la bilancia di razza, classe e genere non sia ben tarata. Come scrive Ehrenreich, «se l’ottimismo è la chiave per il successo materiale, e se per diventare ottimisti basta praticare il pensiero positivo, allora il fallimento non ha scusanti». Ma, prosegue, «il rovescio della medaglia è una rigida insistenza sulla responsabilità personale», il che significa che mentre il capitalismo produce il successo di alcuni grazie ai fallimenti di altri, l’ideologia del pensiero positivo insiste sul fatto che il successo dipende unicamente dal duro lavoro e il fallimento è sempre e solo colpa tua.3 In un’epoca in cui le banche che hanno truffato la gente comune sono state ritenute «troppo grandi per fallire», e le persone rovinate dai mutui sono invece troppo piccole per meritare attenzione, sappiamo ovviamente che non è così.

In , Ehrenreich porta l’esempio delle donne americane che pensano di sconfiggere il cancro al seno applicando le tecniche del pensiero positivo per dimostrare quanto possa essere pericolosa la fede nell’ottimismo e quanto sia radicata negli americani la credenza che la salute sia una questione di atteggiamento (e non di degrado ambientale) e la ricchezza una questione di saper visualizzare gli obiettivi (e non di aver avuto in sorte delle «buone carte»). Per le non credenti estranee al culto del pensiero positivo, per le fallite e le perdenti, per quelle che si lamentano, che sono arrabbiate e irritabili e che non hanno voglia di passare una «buona giornata», per quelle che non credono che prendersi il cancro le abbia rese persone migliori, la politica offre un quadro esplicativo più valido rispetto alla disposizione personale. A chi coltiva il pensiero negativo, fallire porta precisi vantaggi: senza più l’obbligo di continuare a sorridere durante la chemioterapia o la bancarotta, diventa possibile sfruttare l’esperienza del fallimento per affrontare le colossali disuguaglianze di vita negli Stati Uniti.

Da una prospettiva femminista, puntare sul fallimento è stato spesso più proficuo che puntare sul successo. Laddove il successo femminile è sempre misurato su standard maschili e il fallimento di genere spesso comporta il sollievo dalla pressione di essere all’altezza degli ideali patriarcali, non riuscire a realizzarsi come donna può offrire piaceri inaspettati. In un certo senso è stato questo il messaggio di molte femministe eretiche del passato: Monique Wittig,4 negli anni Settanta, sosteneva che se la femminilità dipende da una cornice eterosessuale, allora le lesbiche non sono «donne», e se le lesbiche non sono «donne», allora si muovono al di fuori delle norme patriarcali e possono ricreare alcuni dei significati del proprio genere. Sempre negli anni Settanta Valerie Solanas ipotizzava che se «donna» assume un significato solo in relazione a «uomo», allora bisogna «eliminare gli uomini».5 Forse è una soluzione un po’ drastica, ma resta il fatto che questi femminismi – che nel quarto capitolo chiamerò «femminismi-ombra» – infestano da tempo le più accettabili forme di femminismo orientate alla positività, alla riforma e alla conciliazione anziché alla negatività, al rifiuto e alla trasformazione. Alle forme del diventare, dell’essere e del fare, i femminismi-ombra preferiscono quelle ambigue e opache del disfacimento, dell’indecenza, della trasgressione.

Per dare inizio a una discussione sul fallimento, prendiamo una versione...



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