E-Book, Italienisch, 192 Seiten
Reihe: Amazzoni
Lepri La gentile
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6243-570-3
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 192 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-570-3
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nata a Città di Castello nel 1965, è cresciuta in Maremma. Vincitrice di alcuni premi letterari - tra cui Moak, Teramo e Cimitile - ha pubblicato: Sulla terra, a caso (2003), L'ordine inverso di Ilaria (2005), L'amore riflesso (2006), La ballata della Mama Nera (2010), Il volto oscuro della perfezione (2011), Io ero l'Africa (2013), Ci scusiamo per il disagio (2017), Facciamo tardi (2018), Le lacrime di Hitler (2019).
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*
In quello stesso 20 novembre 1910 accaddero due fatti sorprendenti.
Entrambi avrebbero cambiato la mia vita.
Il primo fu vedere nella vetrina di una libreria di Perugia il libro della professoressa Montessori, messo in risalto da un manifesto pubblicitario che raffigurava la Montesca.
L’anno precedente c’era stato un corso di aggiornamento per maestre: “1909” era impresso a caratteri cubitali sulla réclame. Io naturalmente non ne avevo saputo nulla, perché avrei dovuto? Cosa suscitava in me venire a conoscenza adesso di quell’avvenimento? Mi dispiaceva, potevo sopportarlo o ero addirittura felice per le ragazze che erano riuscite a godere di tanta, nuova sapienza? Se fossi rimasta a Città di Castello, di sicuro ne avrei avuto notizia. Forse avrei potuto partecipare, almeno come auditrice. Certo con molte difficoltà, visto che allattavo i gemelli.
E poi? Cosa avrei provato, osservando un mondo a cui non appartenevo più, con delle regole e un linguaggio che forse non avrei nemmeno compreso fino in fondo? Mi sarei sentita, ancora una volta, esclusa. Di certo la baronessa avrebbe presenziato alle conferenze e l’avrei rivista. Alla sola idea il cuore mi batteva all’impazzata. Mi sembrava l’aspetto peggiore della faccenda, il più doloroso. Ripensai a quando sognavo che mi portasse con sé in America. Le sciocche speranze e la mia adorante obbedienza. Il desiderio di essere scelta.
Incontrare di nuovo la persona più importante della mia vita, la più amata e detestata. Chissà se le avrei fatto di nuovo la riverenza. Buongiorno, signora baronessa. Avrebbe voluto sapere di me, almeno come forma di cortesia.
Anche io potevo sfoggiare qualcosa. Una famiglia, un lavoro, tiravo avanti bene. I miei figli erano proprio miei, non un surrogato preso a prestito su cui sperimentare il progresso educativo del genere umano.
Quanta fatica, tutti quei pensieri. Era stupido provare una tale ridda di sentimenti per qualcosa che non era accaduto.
Metà del mio essere bruciava d’amore e di curiosità. L’altra metà di rimpianto. Non mi restò da fare altro che entrare e acquistare il libro, spendendo tutti i soldi guadagnati quel giorno.
Cercai di scacciare la tristezza. Avevo molte cose per cui essere felice.
Mio marito aveva avuto ragione nel voler cambiare città, adesso guadagnava in modo decente e non ci mancava nulla. I gemelli erano svezzati, aspettavo di nuovo un figlio, e la quantità di latte che producevo era tale che avevo iniziato a fare da balia al neonato di una delle famiglie più ricche di Perugia. Me l’aveva proposto la padrona del negozio, vedendo che le mie tette bagnavano la camicia nonostante nel busto avessi messo delle pezzuole.
“Che ci fai con tutto quel ben di Dio?” chiese indicando la chiazza che si allargava. “Lo sai, vero, che molte donne devono comprare il latte ai loro bambini perché non ne hanno nemmeno una goccia?”
Non credevo che si potesse guadagnare tanto in quel modo, senza nessuna fatica. Dovevo solo prendere in braccio un bambino e scoprirmi la tetta. Ed era anche bello. Mi fissava con gli occhi che ancora non sapevano vedere bene, e attraverso la nebbia mi cercava e sorrideva, grato. Qualche volta, mentre succhiava, mi addormentavo e sognavo. Quando era sazio si staccava con un piccolo schiocco delle labbra e io mi svegliavo. Allora me lo appoggiavo sulla spalla per il ruttino liberatorio. Tutto qui.
Per primo allattai il piccolo del notaio Monetti, in breve si sparse la voce e i bambini a balia divennero tre. Più ne sfamavo, più latte producevo. Un latte grasso che li faceva crescere sani e forti. Sembrava un prodigio, vista la mia magrezza e l’inconsistenza dei seni. In condizioni normali erano due prugne vizze ma appena venivo ingravidata si gonfiavano fino a scoppiare. E siccome negli ultimi tre anni ero stata sempre incinta, avevo di continuo le mammelle piene. E anche se i miei figli adesso mangiavano le farinate, quel fiume copioso non si era arrestato.
Fino a quel momento, non avevo mai provato la sensazione di possedere denaro in abbondanza.
Potevo comprare abiti nuovi per tutti, avevamo sempre cibo in casa e pagavo la pigione senza ritardi. I soldi cominciarono perfino ad avanzarmi. David non mi chiedeva mai dei miei guadagni, e lui metteva in casa tutto quello che ricavava. Pensai perfino di aprire un conto ma mi parve una cosa troppo difficile da realizzare. E poi nessuno doveva sapere che avevo del denaro da parte. Non mi fidavo degli impiegati della banca e per loro non potevo essere certo una cliente di riguardo, visto che erano gli stessi a cui vendevo ombrelli.
Temevo l’invidia e i pettegolezzi, sapevo che la maldicenza avrebbe attirato la cattiva sorte. Meglio dissimulare, far credere alla gente che ero ancora molto povera. Perciò decisi di comprare ogni tanto un piccolo oggetto d’oro, e di tenerlo in casa, al sicuro sotto una mattonella del pavimento.
Guardavo crescere i miei figli e cercavo di educarli come avrei fatto se fossero stati degli scolari. Mi ero procurata alcune matite, e anche se Luisa aveva solo due anni, cominciai a disegnare le lettere e a farle sentire il suono di ognuna. Passavo molto tempo con lei e i suoi fratelli, e quando uscivo per vendere gli ombrelli li affidavo a una vicina, raccomandandole di intrattenerli con giochi e piccole sorprese. A quattro, cinque anni di età, avrei insegnato loro a prendersi cura delle piante dell’orto seguendo le stagioni, come avevo imparato a fare alla Montesca. Ma forse non sarebbe bastato. Decisi di studiare a fondo il libro della Montessori per capire come crescerli nel miglior modo possibile.
La seconda sorpresa quel giorno fu trovare mio padre davanti al negozio per cui lavoravo. Aveva l’aria di uno che aspetta da un pezzo ma non intende andarsene prima di aver fatto ciò per cui è arrivato. Non lo riconobbi subito per via della barba lunga. Di solito si radeva quasi ogni giorno e una volta alla settimana andava dal barbiere. Inoltre aveva l’aria trasandata. Non solo per via degli abiti, era sempre stato modesto e indossava sempre indumenti da lavoro. Sembrava anche poco in salute e, curvo sotto un peso invisibile, teneva la testa bassa.
Mi resi conto che quel vecchio con il cappello in mano era lui solo quando mi chiamò con un filo di voce: “Ester” e posò lo sguardo sul mio ventre di sette mesi, quasi a voler chiedere: “Ma come, ancora?”
Se fino a un attimo prima me lo avessero proposto, non avrei accettato un incontro con lui.
Al solo pensarci, mi veniva un groppo in gola e dovevo ricacciare indietro le lacrime. Troppo dolore, troppa solitudine. Per mesi nella mia testa avevo architettato cento discorsi per rimproverarlo del suo disamore. Ce l’avevo con lui molto più che con mia madre. Lei era sempre stata cattiva, da quando potevo ricordare. Mio padre invece era quello buono. Un mite che con la sua viltà aveva avallato tutti i comportamenti della donna che mi aveva rovinato la vita.
Riuscii solo a dirgli: “Babbo.”
E subito ogni mia intenzione bellicosa era sparita.
Credevo che fosse lì per me – era evidente, mi aveva chiamata per nome – ed ero così felice che mi sarei messa a ballare. Forse si era pentito, magari gli ero mancata. Di certo voleva conoscere i bambini.
“La mamma è molto malata e ha bisogno di te” disse senza staccare gli occhi dalla mia pancia. “Devi tornare a Castello.”
Eccolo, dunque, il motivo. Non gli passava neanche per la testa che adesso avessi una famiglia e dei figli piccoli.
Avrei potuto negarmi, voltargli le spalle, scappare, correre a casa dove mi aspettavano i bambini. O almeno riversargli addosso l’odio che provavo per ogni privazione subita, e che mi aveva avvelenata per anni.
La mia vita era il frutto della sua incuria, inutile che adesso stesse lì a rimirarmi la pancia. Era grazie a lui se mio fratello aveva frequentato la scuola e fatto strada. Ora dirigeva una ditta edile e aveva sposato una donna ricca e bellissima. Nazareno nuotava nell’oro, anche se con un braccio solo. Io invece sfornavo figli a un brutto ebreo convertito.
Non feci niente di tutto questo. In silenzio, mi incamminai lentamente e lui rimase un passo dietro a me, per tutta la strada, senza proferire una parola. Non ero arrabbiata, ma mi sentii di colpo stanchissima pensando a tutta la fatica che avevo fatto meditando una vendetta che non avevo la forza di mettere in atto. Pensieri sprecati. Comunque ero abbastanza lucida da capire che non sarebbe servito a niente. Nessuna recriminazione, nessuna accusa avrebbe cambiato le cose. Mio padre non era in grado di capire. Tutto qui.
Quando lo vide, anche David fu cortese con lui, e arrivò quasi a esprimere una contentezza che di certo non provava. Aveva davanti a sé un suocero ricco e avaro, che non ci aveva aiutati nemmeno con una lira. Mai si era informato della nostra salute o di quella dei bambini.
Ne avevamo parlato spesso, a letto, prima di dormire. Mio marito conosceva bene quanto fosse grande la mia pena. Seppur poverissimi i suoi genitori lo avevano sempre sostenuto, finché erano vivi, diceva scuotendo la testa. Non poteva immaginare quanto aumentasse il mio dolore a queste parole.
Eppure gli disse: “Accomodatevi” e gli versò un bicchiere di vino. Non ne fui contrariata. Anzi, per la prima volta mi parve di provare per mio marito un sentimento che mi dava speranza. Non perché lo amavo ma perché avevamo lo stesso modo di comportarci e di stare al mondo.
L’alcol gli sciolse la lingua.
La situazione era grave. La mamma si era ammalata poco dopo il mio matrimonio. All’inizio...




