E-Book, Italienisch, 261 Seiten
Reihe: Sotterranei
Lethem Amnesia Moon
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-3389-499-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 261 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-3389-499-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dopo la guerra e i bombardamenti, Hatfork, nel Wyoming, è devastata dalla fame e popolata di mutanti; Chaos vive nella cabina di proiezione del multisala abbandonato, cercando di dimenticare il presente e non più in grado di ricordare il passato, ossessionato dalla sua capacità di influenzare la realtà con i sogni. Quando il tiranno locale, Kellogg, gli rivela che le bombe non sono mai cadute, Chaos si imbarca in un rocambolesco viaggio - in compagnia di Melinda, una tredicenne stralunata e ricoperta di pelo - alla scoperta della verità; la troverà in molte di verse versioni, fra deserti, nebbie e misteriose fialette da iniettarsi in vena, nella West Coast più postapocalittica e visionaria che un romanzo americano ci abbia mai regalato. Immaginate Jack Kerouac, Lewis Carroll, Franz Kafka e Philip K. Dick magistralmente miscelati per raccontare una classica, commovente storia di ricerca delle origini e della propria identità (condita da un pizzico di paranoia). «Qualunque scrittore in grado di farci appassionare a ogni parola di una conversazione fra un orologio a pendolo e un bonsai è un autore a cui fare tanto di cappello». Newsweek
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Abitava in una casa sulla riva di un lago. C’era una barca attraccata al molo, e nella casa un computer. Stava aspettando che la donna che amava lasciasse il lavoro in città e venisse a stare con lui in quella casa. Nel frattempo, ogni sera parlavano al telefono. A volte lui si chiedeva perché lei non potesse vivere nella casa con lui e lavorare attraverso il computer, ma immaginava che fosse proprio per quello che la pagavano così tanto: per stare lì, in città. E così pazientava.
Passava il tempo sulla barca o in giardino o in casa a drogarsi. Le droghe che gli piacevano lo tenevano sveglio e nervoso, e solo ogni tanto gli procuravano delle visioni. Più passava il tempo, più le visioni cercava di evitarle. Preferiva che le droghe lo tenessero bello sveglio e sull’orlo di una qualche vasta presa di coscienza, ma solo sull’orlo. Non voleva consumare tutta la sensazione che gli davano le droghe. Quella sensazione era più preziosa di qualunque presa di coscienza.
Quando si avvicinò al computer sentì che c’era qualcosa di strano. Il computer lo chiamò Everett: un nome sbagliato, di questo era certo, anche se quello giusto non gli veniva in mente. Quando la macchina pronunciò il nome per la seconda volta, decise di rispondere.
«Sì?»
«Ti aspettavo, Everett. Dove sei stato? Per tanto tempo non sono riuscito a trovarti».
«Chi sei?»
«Non ti ricordi? Anch’io mi chiamo Everett. Mi hai messo a lavorare su certi problemi, Everett, molto tempo fa. Io ci ho lavorato, e credo di aver trovato qualche risposta. Prima però dovresti dirmi che cosa ti ricordi».
«Questa è casa mia», disse lui. «Io mi chiamo Everett».
«Esatto».
«Che cos’è successo?»
«Ancora non lo so. È la prossima domanda su cui mi metterò a lavorare. Credo che tu stia sognando. Oppure ti sei fatto un’overdose e questa è un’allucinazione. O magari un flashback. Un semplice ricordo. Non è importante. O forse il problema riguarda me: non è che per caso mi hai spento? O hai passato una calamita sopra i miei circuiti? È una specie di esperimento, Everett? Non mi ricordo di preciso che cos’è che è andato storto, ma è passato tanto tempo...»
Si allontanò dal computer e uscì di casa, diretto alla macchina. La macchina funzionava a energia solare e ormai l’aveva lasciata sotto il sole abbastanza a lungo: era carica. Pensò di andarsi a fare un giro. Premette la mano contro la serratura, che riconobbe le sue impronte digitali: la portiera si aprì e il motore iniziò silenziosamente a scaldarsi. Entrò e vide che sul sedile accanto a lui c’era qualcuno. Una ragazzina, in jeans strappati e maglietta, con il corpo e buona parte della faccia ricoperti da una sottile peluria bruna.
«Ciao», disse lei. «Stai andando a farti un giro?»
«Mi sa di sì».
«Posso venire?»
«Direi di sì», disse lui. «Ma con i tuoi come la mettiamo?»
La ragazzina alzò le spalle e in quel momento Caos si svegliò. Lei era accanto a lui, proprio come nel sogno, ma si trovavano ancora in mezzo al deserto, nella macchina di Kellogg. Dietro di loro stava sorgendo il sole, che riempiva la macchina di luce. Caos aveva una sete disperata. Trovò la bottiglia d’acqua sul sedile fra lui e la ragazzina, e bevve.
«Ciao», disse lei. Melinda, si ricordò Caos. Melinda Self.
«Da quant’è che sei sveglia?»
«Non da tanto. Puoi continuare a dormire. Per me è lo stesso».
«No, voglio ripartire».
«Posso mangiare ancora qualcosa?»
Le diede le chiavi, lei girò intorno alla macchina e aprì il bagagliaio. Caos si strofinò le palpebre e guardò con gli occhi socchiusi l’autostrada alle loro spalle. Ormai era sicuro che quelli di Little America non li avevano seguiti. Si chiese cosa avessero pensato trovando Kellogg per terra accanto alla cisterna con la testa sanguinante, e si chiese anche che spiegazioni gli avesse dato Kellogg.
Melinda tornò con le braccia cariche di scatolette. Le gettò sul sedile, poi ne prese una e la aprì.
«Ho fatto un sogno», disse lui. «Non uno dei sogni di Kellogg. Un sogno mio, il primo sogno tutto mio».
«Mm-hm».
«Era diverso», disse. «Come se fossi un’altra persona. Tutto diverso. C’era un computer con cui si poteva parlare e una macchina a pannelli solari...»
«Anch’io ho sognato una macchina».
«Questa era diversa», riprese lui. «Era fatta di plastica, credo, e non aveva chiavi come queste. Non so, era come una di quelle macchinette per andare sui campi di golf».
«Mm-hm. L’ho sognata anch’io. La macchina però non andava da nessuna parte. C’erano acqua e alberi dappertutto. Tu uscivi di casa...»
Caos rimase seduto in silenzio a riflettere su questo fatto. Il sogno della ragazzina combaciava con il suo. L’effetto Kellogg, ma senza Kellogg.
Forse per la ragazzina era normale; non aveva mai fatto sogni suoi. Quindi era colpa sua. Ora che non c’era più Kellogg, si era aggrappata al primo che aveva trovato.
Si ricordò che Kellogg gli aveva detto che l’effetto dei sogni non era niente di che, che ci sarebbe potuto riuscire anche lui, Caos, se solo ci avesse provato. Ma quella era solo una delle centomila cose dette da Kellogg, che si contraddiceva a ogni piè sospinto.
Su una cosa però Kellogg aveva ragione: erano tante le cose che Caos non capiva.
E il sogno in sé? Che cosa significava?
«Era così, prima?», chiese Melinda.
«No», si affrettò a dire lui. «È stato solo un sogno. Non ci pensare più».
«Ok».
Caos mise in moto la macchina, rientrò in carreggiata e si preparò a un’altra bella tirata. Melinda gettò la scatoletta vuota dal finestrino e ripose l’apriscatole nel vano del cruscotto.
«Peccato, però», disse poco dopo.
«Che cosa?»
«Volevo andarci, in quel posto. Mi piaceva».
Anche a me, pensò istintivamente Caos, ma non lo disse. Poi gli tornò in mente il resto del sogno, il senso di solitudine, e pensò: Lei non sa tutta la storia. Lei ha visto soltanto la macchina, il lago e il bosco. Una specie di paradiso, per lei. Ma quello non era un paradiso. Era un posto pieno di grane. Ne era profondamente convinto.
E allora perché aveva tanta voglia di tornarci?
Viaggiarono per tutta la mattina, finché il sole non fu alto nel cielo. Di fronte a loro, il deserto si stava trasformando in una catena di montagne. Caos superò senza fermarsi una serie di paesini, ignorando i cartelli, ignorando le uscite. Melinda annusava l’aria e socchiudeva gli occhi per guardare gli edifici lontani, ma perlopiù Caos evitava anche solo di darci un’occhiata. Non lasciarono mai l’autostrada. Quando dovettero mangiare, si fermarono sul bordo della carreggiata e saccheggiarono il bagagliaio, e quando rimasero quasi a secco di benzina Caos versò nel serbatoio la tanica di riserva di Kellogg. Caos pisciò contro il palo di un cartellone pubblicitario; Melinda attraversò l’autostrada e si accovacciò sulla sabbia. Superarono macchine abbandonate, ma sulla strada non ne incontrarono nessuna. L’ultimo segno certo di vita umana era stato a Little America.
«Sta per finire la benzina», disse lui.
«Hai buttato via il mio sifone», disse lei.
«Ce n’è uno di Kellogg nel bagagliaio».
Appena videro un’altra macchina, si fermarono e le svuotarono il serbatoio. Al tramonto avevano ormai dimezzato la distanza che li separava dalle montagne. La nebbia che si vedevano di fronte sembrava verde, e ai piedi delle colline soffiava un vento freddo. Caos fermò la macchina dietro un capanno chiuso con un lucchetto subito fuori dall’autostrada e accese un piccolo falò, mentre Melinda metteva insieme la cena prendendo scatolette e acqua dal bagagliaio, ma al calar della notte dormirono di nuovo in macchina, lui sul sedile di dietro e lei su quello davanti.
Caos sognò di nuovo la casa in riva al lago, ma stavolta lasciò perdere il computer. Non era pronto ad ascoltare quello che aveva da dirgli, ad analizzare le sue teorie; non ce l’avrebbe fatta a sentire di nuovo i discorsi di Kellogg. Quando si svegliò, il sole era già sorto e la ragazzina non era più sul sedile anteriore. Scese dalla macchina, ripromettendosi di non fare parola del sogno.
Melinda non si vedeva da nessuna parte. O aveva attraversato l’autostrada o si era avventurata nel deserto, sulle basse colline coperte di arbusti in direzione nord. Caos si sciacquò la bocca con un sorso d’acqua e lo risputò per terra, poi si avviò a pisciare contro il muro del capanno. L’urina risuonò sull’alluminio e non gli fece sentire la voce della ragazzina finché lo zampillo non si esaurì.
«Piantala», disse la voce da dentro il capanno. «Sta colando fin qui».
Lui fece il giro della costruzione e trovò la lastra di alluminio arricciata verso l’esterno che Melinda aveva usato come entrata.
«Guarda qui», disse lei, facendo capolino dall’apertura. «Devi assolutamente dare un’occhiata qui dentro. Vieni».
Caos tirò l’alluminio, facendo attenzione a non tagliarsi le mani, finché il passaggio non fu abbastanza largo da poter strisciare all’interno.
«Guarda. Le macchine».
Il capanno era un guscio senza pavimento, costruito su pali piantati nella sabbia, grande appena quanto bastava per farci entrare le due macchine. A mano a mano che gli occhi si abituavano all’oscurità, Caos vide la causa dell’eccitazione della ragazzina: erano come la...




