Lethem | L'inferno comincia nel giardino | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 273 Seiten

Lethem L'inferno comincia nel giardino


1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7521-609-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 273 Seiten

ISBN: 978-88-7521-609-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un padre di famiglia che periodicamente torna dall'aldilà e aiuta suo figlio a progettare un videogame ispirato alle sue avventure ultraterrene; un inferno più lewis-carrolliano che dantesco popolato di bellissime streghe a cavallo e cani robot; un felino alieno che segue a mo' di angelo custode due spacciatori di crack dilettanti che si sono cacciati in un brutto guaio; una nuova generazione di giocatori di basket equipaggiati con una futuristica «ipertuta» che li dota delle stesse capacità atletiche di Kareem Abdul Jabbar e Michael Jordan; un temibile penitenziario le cui mura sono costruite con i corpi disarticolati di centinaia di criminali... In questi sette irresistibili racconti la fantasia visionaria di Lethem rende omaggio, mescolandoli e ricreandoli, ai generi più disparati (il racconto poliziesco e la cronaca sportiva, la fiaba, la fantascienza pura e il noir), e al tempo stesso colpisce al cuore, appassiona, commuove e disturba, giocando a nascondere gli orrori del quotidiano dietro il velo del surreale.

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VANILLA DUNK


Io ed Elwood Fossett eravamo in una stanza d’albergo di Portland, dopo aver perso una partita insignificante con i Sony Trail Blazers – tanto eravamo già passati ai play-off – quando in televisione cominciarono i sorteggi della lotteria, quella che avrebbe assegnato il software di Michael Jordan.

Ironia della sorte, le estrazioni si svolgevano sul nostro campo di casa, il Madison Square Garden, mentre noi eravamo in trasferta. Era uno spettacolo assurdo, gli spalti erano pieni di tifosi accaniti che facevano il tifo perché le loro matricole vincessero le doti di Jordan, e i rookie stavano seduti timidi timidi in mezzo a familiari e agenti, in attesa. I giornalisti sciamavano ovunque come zanzare senza ali.

«Ehi, Lassner, guarda un po’ qua», disse Elwood, picchiettando sullo schermo con una di quelle lunghe mazze nere che aveva per dita. «C’è qualcuno che farà compagnia a te e McFront».

Intendeva il ragazzo bianco con la canottiera dei Gulf and Western Knicks, incagliato coi suoi genitori in mezzo a quel mare di facce nere. Io e Michael Front – «McFront» per i giocatori neri – eravamo i soli due bianchi nei Knicks.

«Non è mica detto», feci io. «In squadra ci entra solo se gli escono le doti di Jordan».

Elwood tornò a sedersi sul bordo del letto. «Perché, non prenderemmo nessun altro?»

«No». C’erano, ovviamente, altri sei set di doti in ballo quella sera – fra cui quelle di Tim Hardaway e Karl Malone, se ben ricordo – ma nessuno aveva l’impatto potenziale di quelle di Jordan. In un campionato in cui tutti giocavano con le doti di questa o quella star, ci voleva un Jordan per attirare l’attenzione del pubblico. Quanto al pivellino bianco, poteva essere chiunque. Non importava più chi veniva ingaggiato. Importava solo quali doti gli assegnava la lotteria. Le mosse di quale star sarebbero state tirate fuori dagli archivi e inserite sotto forma di software nell’ipertuta del rookie. Più in particolare, quello che importava stasera era che in palio c’erano le doti di Michael Jordan. Erano passati quindici anni da quando si era ritirato, quindi il periodo di attesa obbligatorio era finito.

Oltretutto le doti di Jordan erano praticamente le ultime. La riserva di vecchie star dell’NBA era quasi esaurita. Era stato solo un paio d’anni dopo il ritiro di Jordan che avevano preso piede le ipertute e il basket aveva smesso di crescere e cominciato a nutrirsi di se stesso, diventando una sorta di montaggio di azioni sensazionali dal vivo e in 3D, l’occasione di vedere in campo tutti i dream team e le accoppiate che non erano mai esistiti davvero: Bird che passava a Earl the Pearl, Wilt Chamberlain uno contro uno con Ewing, Bill Walton e Marques Johnson che giocavano fino alla fine della carriera invece di restare vittime degli infortuni, Earl Manigault e Connie Hawkins che portavano le loro leggendarie partite del liceo sui campi professionistici, per vedere se riuscivano a farcela contro i migliori di sempre.

Solo poche vere star si erano ritirate dopo Jordan. Fra poco avrebbero dovuto inventarsi qualcosa di nuovo. Forse si sarebbe ricominciato a giocare a basket sul serio. O forse si sarebbe ripresa la lista delle star dall’inizio e rifatto tutto da capo.

«Non c’è nessuno che gioca davvero, quest’anno?», chiese Elwood. Per la lettura dei giornali sportivi contava su di me.

«Non credo. O meglio, ho sentito dire che il ragazzino dei Sixers è bravino. Ma non abbastanza da farcela senza le doti». In mezzo a noi star campionate c’erano una manciata di giocatori che se la cavavano da soli, senza ipertute: Willard Daynight, Barry Porush, Tony Smerks, Marvin Franklin. Erano quelli che sarebbero stati i Magic Johnson, i Walt Frazier e i Charles Barkley del nostro tempo, e in un certo senso erano quelli per cui mi dispiaceva di più. Invece di giocare in un campionato di gente nella media ed essere grandi star, come sarebbe stato nel passato, erano costretti a vedersela ogni sera con le doti campionate della Hall of Fame del basket. I tifosi più giovani probabilmente si confondevano e attribuivano le prodezze di giocatori a qualche programma di sampling, senza rendersi conto che avevano sotto gli occhi gli unici che valevano veramente qualcosa.

La lotteria iniziò assegnando il pacchetto di doti di David Robinson al ragazzetto nero alto dei Pan Am Nuggets. Era una formalità, un risultato scontato, visto che era l’unico esordiente abbastanza alto per utilizzare le doti di un centro. Il ragazzo salì al microfono e ringraziò il suo manager, il suo agente e, quasi in un ripensamento, sua madre e suo padre, e tutti sorrisero e fecero brillare i flash per un minuto o due. Si vedeva chiaramente che il manager dei Nuggets aveva altro per la testa. La Pan Am era una delle squadre più deboli del campionato in quel momento, e per questo aveva diritto a un altro posto sui sette del sorteggio: un ragazzo snello e muscoloso che avrebbe potuto giocare con le doti di Jordan, se fossero toccate a lui. Se si fossero beccati Robinson e Jordan i Nuggets sarebbero diventati uno squadrone potentissimo da un giorno all’altro.

Personalmente, avevo sempre un fremito di disappunto quando vedevo un talento di due metri e dieci come Robinson reincarnarsi nel campionato. Anch’io ero un centro, e già passavo la maggior parte delle partite seduto in panchina. Sal Pharaoh, il centro titolare dei Knicks, giocava con le doti di Moses Malone, uno dei più grandi di sempre, ed era uno stakanovista a cui non piaceva affatto stare seduto a bordo campo.

Elwood mi leggeva dentro come un libro aperto. «Stai sudando freddo, Lassner. Hai paura che i Nuggets vendano il centro adesso che si sono presi Robinson?»

«Vaffanculo, Elwood». Il vecchio centro dei Nuggets giocava con le doti di un tipo chiamato Wes Unseld. Non era una superstar, almeno non in un campionato come questo, ma era più forte di me.

Io giocavo con le doti di Ralph Sampson – più o meno. All’epoca Sampson era stato per qualche tempo una star, soprattutto grazie all’altezza, e come tutti i centri era piuttosto passivo, non dominava certo l’azione sotto i tabelloni. Era troppo tenero, e di fronte alle doti campionate di Abdul-Jabbar, Ewing, Walton, Olajuwon, Chamberlain e tutti gli altri grandi centri che affrontavamo ogni sera io e lui non potevamo certo fare granché.

Il motivo per cui dico che giocavo «più o meno» con le doti di Sampson è che, dato che ero incapace di dominare sotto canestro, le volte che mi facevano entrare in campo – in genere in quei minuti del cazzo verso la fine della partita – facevo affidamento soprattutto su un tiro in sospensione da fuori. È un tiro ridicolo per un centro, ma che volete, non avevo altro da offrire. E il mio piccolo segreto era che il tiro in sospensione di Bo Lassner era leggermente migliore di quello di Ralph Sampson. Perciò quando lo facevo disattivavo l’ipertuta. I giornalisti non lo sapevano, e neanche Van, il coach.

«Rilassati, scemo», disse Elwood. «Non ti venderanno mai. Hai un’assicurazione sulla pelle». Si allungò e mi diede un pizzicotto sulla coscia.

«Ahia!»

Assegnarono il software di Hardaway a un tappetto pelle e ossa che giocava coi Coors Suns. Il suo sorriso mostrò tutta la sua delusione. Erano rimasti solo in quattro, ora, e le doti di Jordan non erano ancora toccate a nessuno. Il nostro ragazzo – sotto l’inquadratura comparve il nome, Alan Gornan – era ancora in lizza.

«Merda», disse Elwood. «Le mosse di Jordan sono troppo sciolte per un bianco, bello mio. Quando gli programmano la tuta quello si spezza le anche».

«Da ragazzino eri un bel patito di Michael Jordan o sbaglio?», chiesi. Elwood era cresciuto in un quartieraccio di Chicago.

«Puoi dirlo forte», rispose. Aveva gli occhi fissi sullo schermo.

«Non ce la farà», dissi. «Ci sono altre tre squadre». Quello che intendevo, anche se non lo dissi, era che c’erano altri tre neri ancora in gara. Avevo la strana sensazione che Elwood non volesse che fosse il nostro pivellino a beccarsi le mosse di Jordan. Riuscivo a immaginare almeno un paio di motivi.

Le doti di Karl Malone andarono al ragazzo degli I.G. Farben 76ers. Erano rimasti in tre. Ci fu un break per la pubblicità. Improvvisamente Elwood si mise a passeggiare avanti e indietro per la stanza. Chiamai la reception e ci feci portare su un paio di birre, per pietà.

Il secondo dei Nuggets prese Adrian Dantley e rimasero due rookie per due squadre: noi e i Beatrice Jazz. Tutt’a un tratto fui contagiato anch’io dall’eccitazione, e per il momento misi da parte il mio disprezzo per il baraccone mediatico.

Guardammo il commissario battere il numero sul suo terminale, alzare gli occhi e sospirare. Aprì la bocca e sulla folla calò il silenzio, tanto che per un secondo pensai che il televisore dell’albergo avesse perso l’audio.

«Jazz, seconda scelta».

I giochi erano fatti. I diritti sulle doti di Jordan erano di Alan Gornan, e dei Knicks. Il povero ragazzino dei Jazz, che assomigliava a una pantera, si era appena assicurato le doti di Chris Mullin, innegabilmente un grande tiratore, una star di prima categoria, ma altrettanto innegabilmente lento, coi piedi piatti e bianco. Era una stupida beffa del destino, ma che volete farci, il basket è un gioco stupido.

I giornalisti si assieparono intorno a Gornan e ai genitori. Martin Fishall, il manager dei Knicks, si infilò fra il ragazzo e i reporter e cominciò a rispondere alle domande con un gran sorrisone stampato sulla faccia. Volli dare un’occhiata a Elwood. Lui...



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