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E-Book, Italienisch, 144 Seiten

Limetti A perdere

Un gioco senza amore
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-6839-764-7
Verlag: Athesia-Tappeiner Verlag
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Un gioco senza amore

E-Book, Italienisch, 144 Seiten

ISBN: 978-88-6839-764-7
Verlag: Athesia-Tappeiner Verlag
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



'A perdere' prende spunto da storie vere, tessute insieme a far luce su un problema molto più diffuso di quanto si pensi: il gioco d'azzardo patologico, con tutti i suoi correlati di violenza psicologica ed economica. È una storia come tante. Purtroppo. La storia di una coppia, di una famiglia, distrutta dal gioco d'azzardo patologico. Una dipendenza che annienta tutto ciò che trova sul suo cammino, a cui va tolta l'allure romanticamente decadente a cui la letteratura dei secoli passati ci ha reso avvezzi. Una spirale deforme e malata, che ricade con tutto il suo peso sulle spalle dei familiari del giocatore. Spesso, le spalle delle donne. La storia di una violenza e di un disamore. E, forse, di una rinascita.

ALESSANDRA LIMETTI Milanese ma altoatesina d'adozione, attrice e vocologa, laureata in filosofia e con diverse specializzazioni accademiche nell'ambito della vocalità, si occupa di tutto ciò che concerne la voce parlata e i suoi utilizzi artistici e professionali. Oltre al teatro, lavora con centri di formazione, studi di registrazione, radio e centri di doppiaggio ed è specializzata in vocal training per professionisti. Giornalista pubblicista e autrice, ha all'attivo diverse pubblicazioni e collabora col quotidiano Alto Adige e con alcune riviste di cultura e di critica teatrale.

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2. E COSÌ
Dopo poche settimane dall’inizio della nostra relazione, quel mio assegno ti aveva aiutato a pagare alcuni mesi di affitto arretrato. Non mi era ben chiaro perché tu ti trovassi in un periodo di difficoltà: un bravo professionista, un lavoro prestigioso. Non capivo. Ma avevo preso per buona la tua parola: un investimento sbagliato in passato, dei debiti che adesso stavi poco per volta ripianando ti avevano creato qualche problema di liquidità, mi avevi detto. Ero orgogliosa di poterti venire in soccorso. Mi sono sentita così pienamente adulta, così… risolutiva. Sì, risolutiva. Messa sulla tua strada per un disegno preciso del destino: avrei contribuito alla tua rinascita. Hai accettato la mia offerta con semplicità, come qualcosa di intimo e normale. Una prima messa in condivisione delle sorti. Meno di un anno dopo, ti sei trasferito da me. Ero felice. Così mi apparivi: un uomo sensibile, forse poco pragmatico, ma onesto e volenteroso; un essere mite che, per ignote ragioni, il fato avverso aveva smarrito tra le pieghe della vita adulta. Un’anima delicata, gettata in pasto a un mondo troppo aggressivo, troppo competitivo e che ora, finalmente, grazie alla mia piccola luce, poteva ritrovare la giusta direzione. Come i sassolini di un perduto Pollicino. Nell’incanto dei primi tempi, leggevo il nostro incontro come un luminoso segnale, in grado di raddrizzare qualcosa che i rovesci di fortuna avevano stortato. In cambio: un amore gentile. Protettivo. Stabile. * * * Spesso crediamo che l’amore nasca da sé, e che mantenga la forma che gli abbiamo dato; che non occorra fare nulla per imparare l’amore: imparare a comprenderlo, a maneggiarlo, a donarlo e riceverlo. A temerne le contraddizioni, anche. A non ascoltarlo attraverso il filtro dei bisogni. Beata ingenuità. * * * Giovane, entusiasta e molto sprovveduta. Venivo da una famiglia senza misteri, dove la gestione economica era materia condivisa, i beni comuni, nel rispetto della proprietà di ciascuno, e amministrati in concordia. Fattore difficile da disinnescare, l’abitudine. Non avevo mai appoggiato il pensiero sul fatto che potesse essere diverso. Non “in un paese lontano lontano”. Qui. Ora. Per me. Avevo fiducia. I primi anni. Il fidanzato quasi perfetto: amabile, affascinante. Un uomo cortese, tranquillo, dall’intelligenza vivace. Diplomatico, in ogni circostanza. La battuta sempre pronta. Certo, un poco freddo, distaccato, poco incline a mostrare i sentimenti; ma eri dolce, nel tuo modo posato di prenderti cura di me. Avevi sempre un pensiero, una parola al momento giusto, un fiore regalato senza un perché. Non una passione travolgente, è vero. Negli ormoni della mia gioventù, pativo la mancanza di trasporto; soffrivo il fatto che non mi toccassi quasi mai, che si facesse l’amore non più di una volta al mese e sempre con un po’ di distacco. Ero una bella donna, volevo che tu mi guardassi, che mi volessi. Ma eri comunque tenero, a letto, con i tuoi baci a fior di labbra, le tue carezze morbide. Mi raccontavo che ciò che per te, di me, contava davvero, era la mia mente, il mio mondo interiore, per il quale mi sentivo estremamente considerata. La mancanza di eros era il prezzo da pagare per la differenza d’età, e per avere accanto un uomo tanto intellettuale, tutto mente e poca passione. Però, tanto più raffinato dei ragazzi, miei coetanei, con cui ero uscita sino ad allora. Una presenza solida. Mi piaceva vivere con te. Mi piaceva la tua sollecitudine nel prenderti carico delle piccole incombenze quotidiane. Andare al mercato a fare la spesa, il sabato mattina, le tue stravaganti invenzioni culinarie. La tua perizia millimetrica nello stirare, anche gli abiti miei: era appannaggio tuo, ché io nemmeno da un fazzoletto sapevo eliminare le pieghe. Ridevamo. Quanto ridevamo. Eri disponibile con tutti, sempre pronto ad accompagnare un’amica dal medico, a offrirti per aiutare una conoscente in un trasloco, o per un baby-sitting dell’ultimo momento. All’inizio ne ero combattuta, quasi mi offendevo: quante sere avrei voluto fossero per noi soli, senza l’affollamento di favori da distribuire a destra e a manca. Ad altre donne, per di più. Eppure, con il tempo, ho imparato ad apprezzarlo, a considerarlo parte del tuo fascino, della tua innata bontà d’animo. Nonostante i tuoi problemi finanziari, non avevi perso la capacità di affrontare la vita con ironia e con un’incrollabile fiducia che le cose si sarebbero presto risistemate. I soldi erano pochi, ma: «Vedrai che tra poco ti porterò a fare un bellissimo viaggio, che avremo una vita più facile e rideremo dei problemi». Credevi nelle svolte, nella benignità dell’universo. Sempre con misura. Placavi le mie ansie per il futuro, e mi incoraggiavi a guardare le cose da una prospettiva positiva. Eri il mio punto fermo, la mia stabilità. Il porto sicuro a cui tornare, a cui chiedere consiglio per ogni cosa. Anche nel lavoro: la tua approvazione mi motivava ad andare avanti, a fare di più e meglio. Mi sentivo stimata, capita, accettata. Salvata dal mondo e dalla sua volgare prosaicità. Giovane e insicura com’ero, cercavo me stessa attraverso di te. E così, dopo pochi anni, il matrimonio. L’ho voluto così fortemente, il matrimonio. Era, per me, un pensiero inebriante: guardate, guardate tutti, sono io che lo porto all’altare, lui che non si è mai sposato prima, lui che a più di quarant’anni non ha mai avuto una relazione più lunga di briciole, lui che adesso è mio! Quando finalmente hai detto “ci sposiamo” ho impacchettato tutto in quel “sì”. Mi sono completamente affidata a quell’“avrò cura di te” che mi hai messo in mano un giorno d’estate. Per sempre. Tutta la speranza della vita. Non fraintendermi, non avevo l’ingenuità di pretendere una vita priva di conflitti. Ma pensavo che avessimo le tasche piene di dialogo e di valori condivisi. Di fiducia e di volontà. E, sì, anche di forza morale. Sono arrivati presto i figli: uno, due. La gioia. Siamo diventati famiglia. La tua sollecitudine, durante la prima gravidanza, mi riempiva di orgoglio. Avevamo scelto un corso preparto condiviso: non hai mancato a un solo appuntamento. Coinvolto, partecipe. Mi facevi sentire una regina. Mi massaggiavi le gambe stanche, la sera. La schiena. Ero immensamente grata. Una volta nato il piccolo, abbiamo diviso equamente le incombenze: ti guardavo con tenerezza, la notte, quando ti alzavi al primo pianto, sussurrandomi «Non ti preoccupare, continua a dormire». Quando ti offrivi di cambiare pannolini, di preparare pappe, di pulire piccoli disastri. Un genitore perfetto. Con la seconda figlia, è stata più dura. Eri spesso fuori casa, la solitudine mi prendeva alla gola: non ci sei mai, ti dicevo. Mi guardavi con tenerezza, con comprensione. «Non posso fare diversamente» mi rispondevi. «Il mio lavoro è importante, per tutti noi. Abbiamo ancora un grande buco economico da colmare». E una nuova casa, più grande, gravata dal mutuo. «Ma quando finisce, quando finisce questa continua allerta, questo perenne restare sulle spese?» insistevo. «Presto. Finirà presto». Va bene. È un periodo difficile, ma si tiene duro. Siamo insieme. Ci amiamo. E tu: così affettuoso nel fare la tua parte di padre, finché i bambini sono stati piccoli. Li accompagnavi volentieri: all’asilo, al parco giochi. E poi… Poi hai iniziato ad avere dei momenti oscuri. Mi facevano paura, ma li cancellavo subito. Erano solo stonature, piccole crepe che ero bravissima a rappezzare con lo stucco dell’illusione. Scoppi d’ira, reazioni sproporzionate a eventi banali, a piccole seccature quotidiane. Spesso, riguardanti il denaro. Pensavo ti pesasse dover spesso dipendere da me – o dai regali della mia famiglia: una vacanza, il lettino dei bambini, una nuova lavatrice, perfino il saldo delle rate dell’automobile – per far fronte alle spese della famiglia. Altre volte: atteggiamenti depressi, abulici, chiusi. Mi sentivo a disagio per te, e ti rassicuravo che presto le cose sarebbero cambiate; che, grazie alla tua posizione e al tuo buono stipendio da dirigente, avresti presto sistemato il tuo perdurante problema con la banca e saresti riuscito a fare pienamente la tua parte, e a contribuire a prenderti cura di noi, anche economicamente. E poi, la tua presenza, la tua disponibilità, ripagavano di tutto. Perfino la tua amichevole sollecitudine verso i miei genitori, dai quali ti separava meno di una generazione: eri uno di famiglia, appieno. E in famiglia ci si aiuta l’un l’altro. La tenerezza verso i tuoi figli di quando in quando si scontrava con la difficoltà di gestire il quotidiano. Non eri mai autoritario, ma perdevi la pazienza in momenti impensati, per cose da nulla, e reagivi con stizza eccessiva, a cui io guardavo con sgomento. In certe giornate non riuscivi a sopportare i loro infantili bisticci, le normali richieste da piccoli in crescita. Nei nostri screzi, nei nostri litigi, ero sempre io a venirti a cercare, dopo. Hai cominciato a chiuderti in silenzi ombrosi che duravano giornate intere. A trattarmi con sufficienza. A rispondermi con frasi secche e sprezzanti che mi perforavano il cuore. L’idea di perdere il tuo sostegno, la tua stima...



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