E-Book, Italienisch, 336 Seiten
Lipsyte Chiedi e ti sarà tolto
1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7521-314-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 336 Seiten
ISBN: 978-88-7521-314-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Milo Burke lavora come fundraiser per un'università mediocre popolata di figli di papà con velleità intellettuali: dovrebbe strappare donazioni alle ricche famiglie degli studenti o a generosi filantropi, ma le public relations non sono il suo forte. Milo - aspirante artista mai uscito dall'anonimato - è un intemperante, un contestatore, un frustrato, forse un genio incompreso, di certo un casinista: all'ennesimo passo falso viene licenziato in tronco. Il suo ménage familiare - ha una moglie comprensibilmente insoddisfatta e un figlio in età da asilo, se solo gli asili fossero alla portata delle loro tasche - ma di colpo l'università gli offre una seconda chance: si è fatto avanti un potenziale donatore che vuole sia proprio lui a seguire la sua pratica. Il misterioso benefattore, però, ha dei secondi fini, e l'occasione di riscatto si trasforma per Milo in una tragicomica sequenza di guai. Assalto feroce ed esilarante al mito del denaro e del successo, satira irresistibile sul mercato dei cervelli e della cultura, Chiedi e ti sarà tolto è stato osannato dai critici americani ed è pronto a diventare un libro di culto anche per i lettori italiani affamati di comicità brillante e corrosiva.
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1.
L’America, ha detto Horace, il nostro stagista, era un pappone rincoglionito e in declino. Per la nostra repubblica era finita da un pezzo l’epoca d’oro della ruffianeria. Che fine aveva fatto quello spaccone dai nervi di ghiaccio e le zanne di diamante, che aveva assaltato la Normandia e preso i sovietici a pisellate in faccia, e che avviava alla prostituzione le carni giovani dei mercati emergenti? Ora il nostro paese se ne stava stravaccato in un angolo della sala da biliardo, era un babbione sdentato con una bottiglia da mezzo di vinaccio Mad Dog e gli occhi gialli e pesanti, l’ennesima vittima designata per il branco dei giovani lupi.
«Siamo gli zerbini degli altri paesi industrializzati», ha detto Horace, con gli occhi accesi di gioia come bracieri.
Adoravamo tutti Horace e le sue esternazioni da pagliaccio. Era un ragazzino bianco di Armonk che aveva imparato l’ABC emotivo e verbale da cinque videocassette che suo padre teneva in garage. E poi, mentre eravamo lì seduti alla nostra scrivania, ciascuno con il suo rotolo ripieno di tacchino in mano, non è che non fossi d’accordo con lui.
Ma gliene ho dette quattro. Era il mio dovere. Eravamo in quello che chiamano ambiente universitario. Un baluardo della, eccetera eccetera. Lungi da me immaginare che quella sarebbe stata l’ultima giornata normale che avrei passato nel suddetto baluardo, e che il mio vecchio amico Purdy stesse per fare di nuovo irruzione nel mio mondo, per scempiarlo. Pensavo solo che quello fosse un momento che i miei peggiori insegnanti avrebbero definito «di buon potenziale didattico».
«Ma Horace», gli ho detto. «È un modo piuttosto maschilista di aprire un dibattito sul declino dell’America, non ti pare? E anche razzista, secondo me».
«Non ho parlato di nessuna razza», si è difeso Horace.
«Si capisce lo stesso».
«Sei solo un robot politicamente corretto».
«E tu sei un credulone fascista».
«Nel tuo rotolo c’è l’avocado?»
«No, fa ingrassare», ho detto.
«Non preoccuparti, tesoro, mi piacciono le donne in carne», ha ribattuto Horace.
«E quelle pelose?», gli ho chiesto, e mi sono aperto la camicia per arieggiare la peluria intorno ai capezzoli. Horace mi permetteva di fare lo stupido con lui. Potreste definirlo il mio fornitore di infantilismo, ma a parlare così passereste per degli idioti. Per il resto all’apparenza ero una brava persona, un marito calvo, un padre panciuto.
«Signori», ha detto la nostra capa, Vargina, spuntando dal suo posticino di comando. «Avete spedito quelle mail sul programma di scambio in Belgio per gli studenti di arte?»
Horace si è rigirato verso il suo monitor con il finto panico di uno schiavo delle sitcom. Vargina non faceva molto caso ai nostri discorsi, e sopportava le battute scurrili per tenere alto il morale dell’ufficio. Ma stava di fatto che ci eravamo dimenticati del nostro incarico di quel pomeriggio. E i numi dei diagrammi di flusso non avevano il perdono facile.
Il nostro luogo di lavoro era l’ufficio sviluppo di una mediocre università di New York. Era un ateneo costoso e stranamente poco conosciuto, che portava il nome del suo fondatore sifilitico e indipendentista, ma noi lo chiamavamo spesso, con quella che ci sembrava una certa tracotanza, Università degli Studi Mediocri, campus di New York. Con «noi» intendo io e Horace. Con «spesso» intendo una volta.
Il nostro gruppo di lavoro raccoglieva finanziamenti e materiali per i corsi di arte dell’università. C’era gente che pagava somme cospicue perché la sua progenie potesse assumere droghe pesanti in ottima compagnia, disegnare dal vero sul pc portatile, fare cose estreme con le videocamere e lo stucco. Però quelle somme non bastavano. Non nel mondo spietato delle scuole d’arte. Il nostro compito era grufolare in cerca di altri soldi. Ci servivano sempre altre videocamere, altro stucco, o una sala per le lezioni di danza, o l’ennesima serata di gala per grufolare ancora un po’. Agli sgancia piacevano le serate di gala, le inaugurazioni, i recital, gli spettacoli. Gli piaceva cenare con registi famosi per adularli oppure liquidarli come insignificanti.
Gli sgancia erano le persone che ci sganciavano i fondi, così li chiamavamo noi. E se riuscivamo ad agganciarli, lo chiamavamo un bel gancio. Gli sgancia non ne sapevano molto delle opere degli studenti che finanziavano. E come dargli torto? Spesso l’arte prodotta da quei marmocchi viziati non era all’altezza delle porcherie che nostro figlio di tre anni ci costringeva ad appendere in cucina. Ma io ero prevenuto, e non solo perché il più delle volte volevo bene a mio figlio. È che una volta ero stato proprio come quei poveretti. Adesso mi trattavano come se fossi trasparente, o un robottino come un altro che gli compariva nel campo visivo, un oggetto patetico che ostruiva per un attimo il loro orizzonte favoloso. E avevano ragione: ero davvero così.
Era un rovello solitario, il mio risentimento. Dopotutto Horace era un loro coetaneo. Non aveva assicurazione sanitaria, solo speranza. Il nostro mago del fundraising, Llewellyn, sembrava nato per questo lavoro, entusiasta di qualsiasi occasione per solleticare i villi rettali dei ricchi con la sua lingua della Virginia. Non era quasi mai in ufficio, perché impegnato a suggellare accordi su un Gulfstream IV diretto a Bucarest, o sdraiato a pancia sotto su uno yacht a Corfù, impiastrato di crema abbronzante.
Llewellyn ci procurava cattedre integralmente sovvenzionate da privati, attrezzature per il montaggio, giardini dove esporre sculture. Il mio curriculum non era di grande effetto, invece. Per esempio, con la mia ultima grossa ricerca di finanziamenti non ero riuscito a farci sganciare alcuni televisori al plasma dal padre di un neolaureato in cinema.
Il signor Ramadathan aveva ipotecato il suo negozio di elettronica perché il figlio potesse scrivere commoventi sceneggiature su un immigrato freddo e stakanovista che insegue il sogno americano. Ma l’entusiasmo del padre aveva cominciato a scemare: il ragazzo non trovava lavoro. Ora forse il signor Ramadathan non era più tanto impaziente di disfarsi degli articoli da esposizione.
Avevo scarpinato, morto di caldo e con i pantaloni chiazzati di sudore, ben oltre tutti i concessionari di automobili e i venditori di marmitte del Northern Boulevard nel Queens, ed ero arrivato nella frescura lustra e squallida del negozio. Il signor Ramadathan era seduto su una poltrona di vimini accanto alla cassa. Le tv al plasma non erano esposte da nessuna parte. Vendute o nascoste, chissà. Il signor Ramadathan fissava me, e le chiazze di sudore che avevo sull’inguine. Mi aveva indicato delle vecchie console per i videogiochi, un ventilatore da terra usato, briciole del sogno.
«Si prenda quelle, per favore», aveva detto. «Così magari altri ragazzi impareranno la lezione».
Al contrario della volta in cui Llewellyn era riuscito a ottenere un’intera sala per rumoristi per il dipartimento di cinema, non c’era stato nessun festeggiamento nel cortile della Mediocre. Nessuno aveva tracannato chardonnay acido in mio onore, e nessuna sinuosa responsabile della comunicazione mi aveva infilato la lingua in un orecchio, giurando di farmi comparire sulla schermata di caricamento di Excellence, il blog delle relazioni pubbliche dell’università.
Vargina, anche se non era estasiata dal suo impiego quanto Llewellyn, sembrava abbastanza soddisfatta, o quantomeno in ufficio adottava una modalità di saggio e imperturbato decoro. Era nata dipendente dal crack, pare per colpa della madre, che era stata tra i primi tossici di crack, quelli d’avanguardia, che se lo preparavano con il bicarbonato. Vargina era un miracolo, e forse questa è l’unica volta in cui ho usato il termine con sincerità. Il vero nome con cui voleva battezzarla sua madre ve lo potete bene immaginare. La r era stata aggiunta da un’infermiera caritatevole.
«Milo, come procede con i Teitelbaum? Sei riuscito a fargli sganciare qualcosa?», mi ha chiesto.
Vargina aveva dei seni enormi e a me piaceva immaginarmeli che uscivano in tutta la loro pesantezza da un reggiseno bordeaux trasparente. A volte erompevano al rallentatore. Altre volte lei li tirava fuori con le mani snelle, e mi chiedeva di entrare nel suo gruppo di lettura.
«Procede bene», le ho risposto. «Me li sto lavorando poco a poco».
«Forse devi darci dentro un po’ di più», ha detto Vargina, con un vago brivido, forse temendo che quella metafora innocente si potesse equivocare. Però le sue parole non erano affatto equivoche. Avevo già cominciato a immaginare il mio uccello eretto e tremante che le risaliva lungo la protuberanza lubrificata del petto. Eravamo in una biblioteca in legno laccato. Da una nicchia intagliata salivano le note di una viola. Perle di olio per neonati stillavano su rari incunaboli.
«Comunque, tu stagli sotto, e non mollare», mi ha detto Vargina, tamburellando sul parapetto in plastica del mio cubicolo.
«Sarà fatto».
In verità, mi sembrava che i...




