E-Book, Italienisch, 300 Seiten
Reihe: Narrativa
Meijer il cottage degli uccelli
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7452-962-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 300 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-962-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Eva Meijer, scrittrice e studiosa dei linguaggi animali, ricostruisce la storia dimenticata di Len Howard, un'appassionata osservatrice degli uccelli, nata in Inghilterra a fine '800 e catturata fin dall'infanzia nel loro mondo di voli, canti, itinerari indecifrabili sul giardino e i campi gallesi intorno alla sua casa. Mostrando una precoce tendenza all'autonomia, Len elude il destino femminile dell'epoca e lascia la famiglia altoborghese per diventare una violinista ed esibirsi nelle orchestre di Londra. Fin quando, già quarantenne, non capisce qual è la vera rotta da seguire: l'amore per gli uccelli. Abbandona quindi la città, gli affetti e la musica per trasferirsi in campagna, nel Sussex, e vivere nel suo 'Bird Cottage' da sola con gli uccelli. Caparbiamente - e per il resto della vita - Len li osserva, li studia, conquista la loro fiducia, entra nelle loro comunità rispettandone l'indole e gli spazi. E comincia a capirli, con risultati straordinari. Per molti fu una signora eccentrica che parlava con le cinciallegre, per il mondo scientifico un'outsider difficile da digerire. La realtà è che Howard è stata una brillante precorritrice nello studio dei comportamenti e linguaggi degli animali in libertà, con un'indipendenza e un acume che i suoi tempi non premiarono, ma che oggi ci appaiono esemplari.
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Prologo
1965
Jacob irrompe nel soggiorno, mi chiama e subito riesce. Questo nervosismo non è da lui, così come non lo è allontanarsi tanto dal nido quando le uova si sono già schiuse. Di solito si limita a venire alla mangiatoia un paio di volte la mattina per poi passare il resto della giornata intorno alla casetta di legno fissata alla betulla – è un uccello tranquillo, grande per essere una cincia, un buon padre.
Lo seguo, e prima ancora di essere uscita dal giardino sento l’attrezzo. Corro con gli zoccoli ai piedi – per poco non li perdo, quegli affari –, non è possibile, non la siepe, non in piena primavera. Un uomo tarchiato sta armeggiando con uno di quegli arnesi elettrici per potarla, non mi sente per il frastuono che fa. Mi metto fra lui e la siepe. Il rumore sovrasta tutto, mi investe a ondate, mi accerchia.
Vedendomi comparire tutt’a un tratto, l’uomo sussulta, spegne l’aggeggio, toglie i paraorecchie. “Che cosa c’è, signorina?”
“Non può potarla adesso, questa siepe! È piena di nidi. La maggior parte delle uova si è già schiusa”. Ho la voce più acuta del normale, come se qualcuno mi stesse stringendo la gola.
“Se è così, deve rivolgersi alla municipalità”. L’uomo riaccende l’apparecchio.
No. I rami mi pungono la schiena. Mi sposto insieme a lui, a sinistra, a destra.
“Si scansi”.
“Per potare questa siepe dovrà prima passare su di me”.
L’uomo sospira. “Vorrà dire che comincerò dall’altro lato”.
Brandisce l’attrezzo più come uno scudo che come un’arma, pronto all’azione.
Dall’altro lato ci sono i tordi, con i loro ventri punteggiati di macchioline marroni. Scuoto la testa. “Non se ne parla”.
“Faccio solo il mio lavoro”.
“Qual è il numero del suo capo?”
L’uomo mi dà un nome e il numero di telefono generico della municipalità. Aspetto che arrivi alla fine del sentiero. Starà andando a potare la siepe di qualcun altro.
Un concerto di cinguettii – non c’è traccia dei genitori, i piccoli si fanno sentire. Torneranno, la speranza è che non si siano spaventati troppo. Rientro a casa in tutta fretta, il sudore mi corre lungo la schiena, non mi prendo nemmeno il tempo di togliermi il cardigan.
“Posso parlare con il signor Everitt? È urgente”.
Mentre aspetto, Terra viene a posarsi vicino a me. Capisce sempre quando c’è qualcosa che non va. Gli uccelli sono molto più sensibili di noi. Ho ancora un po’ di fiatone.
“Signor Everitt, lieta che abbia potuto rispondere. Sono Len Howard, di Ditchling. Stamane ho scoperto con stupore che uno dei suoi uomini stava per potare la siepe davanti casa mia. Nel pieno della stagione di cova! Io qui studio gli uccelli. Le mie ricerche rischiano di essere compromesse”.
Il signor Everitt mi invita a richiedere per iscritto la sospensione delle potature, così che il consiglio comunale possa pronunciarsi. Lui non ha l’autorità per decidere da solo. Lo ringrazio educatamente, gli chiedo di garantirmi che fino ad allora non poteranno le siepi.
“Farò del mio meglio,” risponde lui. “Il più delle volte mi danno retta”. Tossisce come un fumatore.
So che le cince mi avvertirebbero subito del ritorno dei potatori, ma per il resto della giornata non riesco a stare tranquilla. A momenti è il vento a ricordarmi il rumore di una motosega, a momenti un’automobile in lontananza. Anche Jacob è irrequieto. Un comportamento insolito per lui. Può darsi che la sua età – ha almeno sei anni – c’entri qualcosa.
Mi metto a scrivere la lettera. Devono ascoltarmi.
*
L’indomani mattina vado in paese per tempo. È la prima giornata veramente calda dell’anno, l’aria mi schiaccia, mi preme a terra, il corpo mi pesa troppo, sempre di più. Prima ci avrei messo dieci minuti, ora sono in cammino già da venti. Arrivata alla drogheria, busso alla finestra. Non sono neanche le nove. “Theo?”
Busso di nuovo, vedo la sua zazzera bianca che si muove dietro al bancone. Theo si alza, solleva un braccio per salutarmi o per chiedermi di aspettare un momento.
Fracasso, rumore di ferro su ferro.
“Gwendolen! Cosa ti porta qui così di buon mattino?” Il sonno gli segna ancora la faccia, traccia linee sottili come fili di una ragnatela.
Gli spiego che vogliono tagliare le siepi e gli mostro la lettera. “Vuoi firmarla anche tu?”
Theo si mette gli occhiali, legge con attenzione e rovista in tre cassetti in cerca di una penna. “Ieri c’era Esther, qui in negozio. Ha spostato tutto. Non trovavo nemmeno la chiave della porta d’ingresso”.
“Come sta Esther?”
“Sta mettendo da parte i soldi per comprarsi un motorino. I genitori non vogliono, ma tutte le sue coetanee ne hanno uno”. Mi guarda da sopra al bordo degli occhiali, fa spallucce.
“Ha già sedici anni?”
Mi sembra di vederla ancora bambina, la prima figlia di sua figlia. Un carattere molto testardo, gli occhi come aperture su un altro mondo. Gli stessi che ha adesso, evidenziati da uno spesso tratto di matita.
“Tra un mese. La lettera lasciala qui. La faccio firmare ai clienti”.
“Buona idea”.
Restiamo d’accordo che passerò più tardi. Lo ringrazio, prendo la sporta e faccio un giro. Il fornaio mi dà una pagnotta di ieri. Il macellaio ha tenuto da parte il grasso della pancetta. Dal verduraio ricevo un sacchetto di mele vecchie. Sarei voluta andare anche al vivaio di Brighton, ma il caldo mi fa prendere la decisione di evitare le strade ripide. Sulla via del ritorno, Jacob viene a salutarmi e vedo la coppia di pettirossi che l’anno scorso ha fatto il nido nel mio giardino. Forse quest’anno sono andati dalla vicina, il che sarebbe poco saggio: il suo gatto è il più terribile cacciatore d’uccelli che io conosca. Peggio ancora di quello piccolo e nero che lo ha preceduto. Oltretutto la vicina è curiosa e va a guardare in tutte le casette di legno, rivelandone la posizione ai felini. Le ho già detto tre volte che se poi succedono drammi, lei ne è la responsabile.
Nel giardino davanti casa, le cince prendono il sole con le ali spiegate. Jacob e Occhialina II, rammolliti dal caldo, se ne stanno vicini con aria fraterna, come se normalmente non litigassero tutto il giorno. Terra si è messa sul vialetto, proprio lì dove passo sempre. Il primo figlio di Jacob è appollaiato su un ramo basso e largo. È un po’ più lento degli altri e approfitta spesso della mangiatoia. Una volta entrata, mi lascio sprofondare nella poltrona verde con le frange. Tra un po’ dovrò rifarmi tutto il tragitto daccapo… Mentina mi si posa sui capelli, seguita da Collarino. È un gioco che i giovani riscoprono ogni anno: fanno tre giri dall’armadio alla mia testa, dalla mia testa al tavolo e dal tavolo all’armadio, e poi escono dalla finestra, rapidissimi e concentrati solo sul presente, su nient’altro che il presente.
*
Jacob viene a dare l’allarme all’inizio del vialetto. Capisco che hanno ricominciato prima ancora di sentirli. Ricevuta la risposta della municipalità – “purtroppo”, “impossibile”, “interessi privati”, “programmi” – e depositato un ricorso, non mi sono allontanata per quasi due settimane. Ieri ho saputo che il sindaco stava valutando il mio ricorso e ho creduto che il pericolo fosse scampato. Cammino più velocemente che posso, zoppicando come un vecchio cavallo, ora sono in tre. Jacob va avanti e indietro come un ossesso, e lo stesso fanno le altre cince, i pettirossi e la coppia di passeri.
“No! Lì è pieno di nidi!” grido col cuore che mi batte in gola, ma ormai è tardi, forse solo i merli hanno fatto in tempo a volare via, i pettirossi sicuramente no, erano troppo piccoli.
Un giovanotto con i capelli rossi medio-lunghi e la faccia tonda e piena di lentiggini si toglie i paraorecchie. “Come ha detto?”
“Avete già ucciso tutti i pulcini!” dico in preda alla rabbia, sputando fuori le parole insieme alla saliva.
Il giovanotto guarda la siepe, stringe gli occhi contro il sole, trattiene brevemente il fiato ed esita un momento. “Mi dispiace”.
“Guardi!”
Jacob strilla e si lamenta, i passeri si agitano, chiamano i loro simili. I merli emettono dei versi che non gli ho mai sentito fare, quasi piangessero.
Il ragazzo guarda i tordi, i pettirossi e le cince che volano a destra e a sinistra intorno a lui, andando verso i campi per poi tornare indietro, sopra le teste dei suoi colleghi, e poi guarda me. Una nuvola gli scorre sugli occhi azzurri. Ferma gli altri due uomini, indica i passeri poco lontani. I tre si zittiscono – sento gli uccelli gridare ancora più forte. Strillano e piangono, come se delle gazze li stessero attaccando, ma all’infinito.
Rimango fuori finché gli uomini non spariscono. Tutti gli uccelli hanno abbandonato la siepe, solo Jacob resta indietro. Lo chiamo, gli offro un’arachide. Lui non si avvicina.
Costeggio la siepe, cerco nidi, pulcini rimasti lì, non vedo più...




