Mendini / Galbiati | La poltrona di Proust | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 144 Seiten

Reihe: Saggi | Architettura

Mendini / Galbiati La poltrona di Proust


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7452-913-1
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 144 Seiten

Reihe: Saggi | Architettura

ISBN: 978-88-7452-913-1
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
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'La poltrona di Proust' è stata pubblicata per la prima volta nel 1991, ma trent'anni dopo questa raccolta di scritti di Alessandro Mendini è ancora attuale, anzi forse anche piú attuale, per lo sguardo acuminato che getta sull'arte, l'architettura, il design. Questa serie di 'telegrammi', incisivi e quasi aforistici, compone un piccolo teatro popolato di oggetti, pensieri e idee sul mondo del progetto. Una preziosa antologia di ispirazioni e vividi punti di vista sulla progettualità, emblematica del pensiero di una delle menti piú brillanti degli ultimi decenni. 'Uomo schivo, non mondano, internazionale', scrive Marisa Galbiati nell'introduzione a questa nuova edizione del libro, 'un 'grande e domestico eroe borghese' come lo definisce Fulvio Irace, Mendini ha influenzato generazioni di progettisti ma anche di persone non necessariamente vicine ai territori del progetto. Grazie a lui oggi vediamo i paesaggi umani e artificiali con altri occhi. Ci ha regalato uno sguardo curioso e poetico capace di trarre energia dagli oggetti banali, dagli spazi che abitiamo'.

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Il Mendini pensiero


di Marisa Galbiati

Per quanto mi riguarda non è il progetto che mi interessa: io uso la realtà progettuale non coerentemente al suo fine, ma al fine di svolgere il mio naturale atto vitale che è quello di produrre immagini.

Alessandro Mendini, 1987

Un gigante della cultura umanistica del progetto ci ha lasciato. Ma ha lasciato dietro di sé una preziosa eredità nelle cose, nelle parole e nel pensiero che hanno rappresentato e rappresentano un nutrimento e una fertilizzazione culturale decisivi per il cambiamento dei codici del progettare.

Architetto e designer, direttore di alcune tra le piú importanti riviste di cultura del progetto – Casabella, Modo, Domus, Ollo – Alessandro Mendini (1931-2019) ha disegnato oggetti, architetture, gioielli, vestiti, scenografie per il teatro sperimentale, ha insegnato, scritto saggi, pubblicato libri illustrati, dipinto quadri, progettato performance.

È stato operatore culturale e contemporaneamente figura di intellettuale, muovendosi con delicatezza ma determinazione, sempre con forte coscienza critica nei confronti di uno scenario sociale, culturale ed estetico che giudicava appiattito da anni di cultura massificata, figlia della società industriale. La modernità aveva sviluppato un modo di pensare l’architettura e il design basato su schemi progettuali ed estetici razionali: Mendini lo chiamava “grigiore della funzionalità”, e fu questo il pensiero che lo gettò nel mondo magico dei colori con cui giocò a tutte le scale del progetto.

Alessandro Mendini ha incarnato, in ogni suo agire, uno spirito polemico e fortemente interlocutorio, eretico e al contempo propositivo, senza mai sottrarsi ai tiri incrociati di un giudizio che, spesso, l’ha guardato con superficialità.

Si è messo in gioco interamente, si è reso disponibile a vivere appieno il mondo, non si è mai preoccupato degli ostacoli che potevano sorgere lungo la sua strada.

Amato e odiato, ammirato e disprezzato, Alessandro Mendini è stato un protagonista di assoluto rilievo nel paesaggio dell’architettura e del design dagli anni ’60 in poi, vincendo tre Compassi d’Oro (1979, 1981, 2014) e ottenendo numerosi riconoscimenti istituzionali, tra cui una laurea honoris causa in Design al Politecnico di Milano nel 2006.

In un’intervista realizzata in occasione della sua laurea ad honorem, Mendini parla dell’interesse che aveva nutrito fin da piccolo per il disegno (con particolare ammirazione nei confronti di Walt Disney) e per il mondo dei colori, ma anche del fascino che aveva esercitato su di lui la pittura astratta, cromatica e spirituale di Kandinskij, cosa che lo spinse addirittura a dire che senza Kandinskij lui non sarebbe mai esistito.

Racconta i suoi esordi universitari alla facoltà di Ingegneria (la sua famiglia lo avrebbe voluto ingegnere) con un briciolo di ironia e di affetto. Aveva vissuto e respirato da vicino il mondo dell’arte grazie agli zii Antonio Boschi e Marieda Di Stefano, famosi collezionisti milanesi, e vedeva il suo futuro come cartoonist, ma inizialmente gli era toccato frequentare la dura scuola degli ingegneri. Tuttavia aveva scoperto presto che, adiacente alla facoltà di Ingegneria, c’era quella di Architettura, dove giovani studenti vestiti in modo strano realizzavano disegni sulle pareti e progetti colorati, quindi aveva cambiato facoltà. Da quel momento mutò il suo mondo, e divenne l’architetto che tutti conosciamo. Di quell’esperienza ricordava, emozionato, l’incontro straordinario con Ernesto Nathan Rogers, uno dei suoi maestri, a cui lo legava un sodalizio culturale e affettivo. E, con Rogers, diventeranno suoi riferimenti culturali e umani Piero Portaluppi e Gio Ponti.

Nel 1970, dopo aver lasciato lo studio Nizzoli Associati, Mendini assume la direzione di Casabella (1970-76). Attraverso la gestione culturale della rivista e attraverso le pagine degli editoriali conduce una critica severa alle istanze del progetto istituzionale, che trova ancora largo nutrimento nei protocolli progettuali del Movimento Moderno. Casabella diventa fin da subito luogo fertile del dibattito sull’architettura e il design radicale, ospitando progetti liberi, utopici e sostenendo che – per dirla con Hollein – “tutto può essere architettura”, dalla casa al territorio, dall’orologio all’abito.

Sono gli anni di una rifondazione del dibattito sul ruolo, sul significato e sui destini della cultura progettuale: il progetto istituzionale viene analizzato e destrutturato nell’intento di individuare le soglie critiche e i punti di rottura sui quali poter ricostruire nuovi atti progettuali e rinnovate esperienze di design portatrici di linguaggi estetici inediti, di una comunicazione piú contemporanea, di uno spirito del tempo capace di incorporare i segni di un mutamento epocale che la cultura progettuale istituzionale – teorica e pratica – registra con lentezza e con molta difficoltà.

È un movimento, questo, che si raccoglie attorno alle esperienze dell’architettura radicale (termine coniato da Germano Celant) – prima del gruppo Archizoom Associati, del Superstudio, della controscuola di architettura e design Global Tools, poi di Alchimia e di Memphis – con l’obiettivo di sviluppare un percorso di liberazione dagli schemi progettuali e dalle teorie urbanistiche e architettoniche ritenute inadeguate ad affrontare un paesaggio in rapido mutamento.

Alla cultura tradizionale che impone stili di vita e di comportamento omogenei e uniformi, le avanguardie rispondono invocando la rinascita di una creatività individuale e collettiva che investa tutte le istanze del progetto, il cui luogo deputato non è piú lo studio di architettura ma qualunque situazione o evento – consumato in luogo pubblico o privato – che renda possibile un potenziale creativo da parte del soggetto utente. È un’attività condivisa da Mendini con amici che, come lui, assumono gli stessi principi per un nuovo design sperimentale: Ettore Sottsass, Alessandro Guerriero, Andrea Branzi, Michele De Lucchi, Anna Gili, Paolo Deganello, Riccardo Dalisi, Franco Raggi e molti altri giovani e meno giovani attratti da questa rivoluzione.

Se all’inizio il metodo progettuale di Mendini sposa un approccio intimista, che lui risolve con piccoli schizzi – una sorta d’impostazione profonda del tema –, in un secondo momento, quello socializzante, il progetto è concepito come una direzione d’orchestra, in cui ogni strumentista ha lo spazio e la possibilità di dar vita alla propria personale interpretazione. Attraverso questa modalità collaborativa possono nascere partiture sorprendenti, da cui emerge, come dice Mendini, “un senso di fragilità, di pulviscolarità del progetto stesso, di immaterialezza. L’oggetto deve essere gentile, simpatico, emozionale, e la sua strumentalità deve essere sempre sottoposta al sistema espressivo”.

Nel 1977 Mendini fonda una nuova rivista di design, Modo, di cui manterrà la direzione fino al 1981, mentre già dal 1980 è chiamato a dirigere Domus (1980-1985, su richiesta di Gio Ponti), ruolo a cui tornerà nel 2010, per un anno, dodici numeri. Attraverso le riviste, Mendini si fa portavoce delle nuove tendenze dell’architettura e del design, i cui confini con l’arte diventano sempre piú sottili e sdrucciolevoli. Modo, in particolare, è la rivista che sancisce l’interdisciplinarità, ossia la relazione tra tutti quei territori che uniscono le discipline tra di loro senza che una prevalga sull’altra: “solo l’ossigenazione di un disegno infradisciplinare può sottrarre le singole discipline dalla stanchezza in cui versano”, sosteneva. Modo è anche il luogo in cui vengono proposti il design della normalità, il design banale e l’antropolgia del kitsch, fenomeno che Mendini studia a fondo e che trova di particolare interesse proprio perché radicato nella cultura popolare.

Alla ricerca di un linguaggio che sappia dialogare con l’universo dell’arte, dell’architettura, del design e in cui possano cadere le barriere tra una disciplina e l’altra si affianca una nuova coscienza critica che investe di una valenza sociale e antropologica il discorso sull’architettura. In questo consiste il lavoro politico e sociale di Mendini. A tal proposito egli dice: “Il mio impegno sociale e anche politico è concentrato in questo territorio che si chiama Estetica, e questo lo faccio con altre persone. Ecco, questo è il modo di concepire la mia vita, che però è fondamentalmente un fenomeno di esistenzialità della progettazione, non è un fenomeno freddo di progettazione staccata da me. Io lavoro nell’odissea del mio romanzo”.

L’architettura è intesa quindi non piú solo come progettazione dell’oggetto, come spazialità geometrica, lineare, tridimensionale e materica, ma come occasione per un ripensamento attorno ai valori dell’abitare e all’esperienza dello spazio. Spazio che, allontanandosi dal paradigma funzionale, possa regalare una dimensione sensoriale, sensuale, percettiva, uno spazio emozionale, simbolico, affettivo, spirituale, anche meditativo, in cui ognuno possa ritrovare un significato piú legato alla memoria che alla praticità funzionalista, piú vicino all’immaginario e...



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