E-Book, Italienisch, 306 Seiten
Morin La mia sinistra
1. Auflage 2021
ISBN: 979-12-5982-021-1
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 306 Seiten
ISBN: 979-12-5982-021-1
Verlag: Il Margine
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Sociologo e filosofo, tra le figure più importanti della cultura contemporanea, è nato a Parigi, dove ha studiato storia, geografia e giurisprudenza. Le sue ricerche toccano temi di pertinenza del mondo dei media, della sociologia, della vita politica del Novecento, della biologia e della fisica, nonché delle scienze umane e sociali.
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Presentazione
Interprete di primo piano della storia culturale e politica francese, Edgar Morin non è un autore che si pone domande banali. Dalla natura della conoscenza al senso della democrazia, passando per l’ecologia politica e le migrazioni, questa raccolta di saggi affronta le questioni più rilevanti del mondo odierno, con riflessioni che attraversano un arco di tempo ventennale, dalla fine degli anni Ottanta al primo decennio degli anni Duemila, un momento cruciale nella storia della sinistra.
Mentre in Francia la sinistra era negli anni Ottanta una consolidata forza di governo — affrontando così direttamente le contraddizioni del potere —, il mondo avrebbe visto di lì a poco la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo sovietico. Eppure in questi scritti Edgar Morin pare affrontare questi passaggi culturali e politici, rilevanti quanto drammatici, senza mai indugiare nel passato, ma al contrario intervenendo su eventi che irrompono nella Storia portando immagini di rigenerazione — come il movimento di Seattle, i movimenti ecologisti, nuove forme possibili di solidarietà e di integrazione multiculturale — in cui trovare le nuove coordinate di una sinistra a venire.
Sulla scia della tradizione francese dell’intellectuel engagé, Morin ha il merito di affrontare temi tra i più complessi e rilevanti con grande intelligenza e notevole chiarezza espositiva. Sono interventi dove la rigenerazione, concetto esplicitamente derivato dal suo pensiero della complessità, diviene immediatamente esortazione politica. Quel «rigeneriamoci» con cui inizia questa raccolta di saggi può essere letto, specialmente dal pubblico italiano, come un messaggio rivolto alla sinistra, che ha bisogno di trovare nuovi strumenti per dare senso alla propria cultura politica attraversata da una grande crisi. Se per Morin questa sfida politica si combatte partendo da esigenze e contesti locali, essa non può però certo aspirare a risolversi con la chiusura all’interno di confini fittizi, o rispolverando identità o protezionismi nazionali che neghino la natura interconnessa e interdipendente dell’attuale dimensione globale.
Il mondo di oggi pone questioni tanto totali, quali quella del rapporto non predatorio tra vita, produzione umana e mondo naturale, quanto ultime, come quella del riscaldamento globale e del rischio di estinzione della nostra specie. L’elemento ecologico è quindi immediatamente politico, in quanto il degrado ecologico è anche degrado sociale, insieme degenerazione della relazione tra uomo e Natura e tra uomo e uomo.
Il pensiero militante di Morin ci porta a riflettere su come affrontare questi grandi sconvolgimenti che riguardano il rapporto tra modo di produzione capitalistico e Natura, tra globalizzazione e democrazia. Lo fa incitandoci a recuperare quella capacità di pensare globalmente che fu proposta con forza dal movimento di Seattle, capace di porre una sfida collettiva urgente a una globalizzazione dominata da organi di governance troppo schiacciati su un modo di fare politica globale unidimensionale, riflesso di forme di pensiero strumentale e modi di agire propri delle organizzazioni d’impresa capitalistica multinazionale.
Morin ripropone così una definizione ampia di politica, andando oltre la mera analisi cronachistica o l’immediatezza elettorale in cui spesso essa viene ridotta nella sfera mediatica corrente. L’ampiezza di scala delle sue riflessioni lo porta ben oltre l’analisi del campo politico tradizionale, per guardare ai movimenti sociali, all’ecologia politica, alle nuove forme di solidarietà e di identità collettive.
Questa capacità di legare il particolare al generale è d’altronde un riflesso diretto del suo pensiero della complessità, che integra saperi spesso confinati, nell’odierna divisione del lavoro scientifico, in ristretti ambiti specialistici, incapaci perciò di divenire politicamente rilevanti, ovvero di legare il rigore all’immaginazione, l’etica alla tecnica, l’evidenza locale al disegno globale.
Quello di Morin è un pensiero militante, una forma rigenerata e rigenerante di quell’impegno che già lo aveva visto protagonista nella Resistenza francese e nei movimenti della sinistra, prima all’interno del Partito comunista francese, e poi sulle barricate di quella utopia reale che fu il Maggio francese, di cui scrisse a caldo, assieme a Claude Lefort e Jean-Marc Coudray, una delle disamine più intelligenti e precise (Morin, Lefort e Coudray, 1968).
Per Morin teoria e prassi sono inscindibili, ancor più per una forza politica alle cui radici c’è un’epistemologia critica che — sin dalla celebre tesi marxiana su Feuerbach del 1845 — non punta soltanto a interpretare il mondo, bensì a trasformarlo.
Questi saggi rivestono un interesse particolare per tutti coloro che sono intenti a ricostruire la cultura di una nuova sinistra politica e, in particolare, di quella italiana.
In Italia, infatti, la sinistra risulta oggi incapace di incidere politicamente, perché intenta a adattarsi all’amministrazione del reale; pare aver rinunciato alla propria ragion d’essere, che è quella di immaginare modi diversi di trasformare la realtà contribuendo all’emancipazione. Ha rinunciato a definire e governare l’economia, cedendo ai dogmi del neoliberismo, e ha smesso di inventare modi diversi di divenire istituzione, rimanendo vittima di una burocratizzazione politica che ha ridotto la democrazia a una mera questione formale.
Il declino delle potenzialità democratiche ed emancipatrici della sinistra è iniziato nel momento in cui essa si è ridotta a variante elettorale che punta all’amministrazione dell’esistente, divenendo vittima di personalità effimere che hanno trasformato comunità politiche organizzate come i partiti in comitati di affari personali, spesso attorniati da cerchie ristrette o sette di fedeli e obbedienti gregari, con una pessima preparazione culturale e politica, espressione subalterna di lobbies e gruppi di interessi. La sinistra organizzata è così divenuta una mera nomenclatura, dove vecchie oligarchie di partito, incapaci di rigenerare rappresentanza sociale e territoriale diffusa, sono diventate preda di personaggi politici motivati meramente da opportunismi personali.
È, questa, una tendenza non solo italiana, ma che forse in Italia risulta più visibile che in altri Paesi europei. Se organizzazioni centrali per la vita democratica come i partiti divengono per lo più aggregati di comitati elettorali, ecco che la politica si riduce a una questione cosmetica: i leader agiscono come personaggi dello spettacolo sulla ribalta mediatica dominata da banalità, narcisismi ed esteriorità, mentre sul retroscena si svolgono le vere operazioni politiche a vantaggio dei gruppi di interesse dominanti.
Questa politica diviene allora un affare personale o un’espressione delle reti di interessi più forti: il contrario di ciò che dovrebbe essere una democrazia, che per sua essenza è da sempre un potere di rappresentanza popolare, un insieme di istituzioni posto in essere per governare e limitare le patologie del potere, che altrimenti si dispiegherebbero liberamente nella violenza di uno stato di natura.
La politica che diviene uno spettacolo mediatico, in cui i leader competono sui mass media per persuadere un universo indistinto di individui passivi a votare cartelli politici confezionati per campagne elettorali a breve scadenza, cessa di essere una grande attività collettiva che affronta la complessità delle questioni che l’attualità le pone. Essa è il preambolo a quello che Robert Castel chiama l’«individualismo negativo», concetto neodurkheimiano che vede nel riflusso nel privato e nella disgregazione sociale le premesse di nuovi e patologici processi di anomia (Castel, 1999).
Più che attrezzarsi al realismo corrente, la sinistra ha bisogno di tornare a rigenerare quelle che il sociologo americano Erik Olin Wright ha chiamato «utopie reali» (Wright, 2010), ovvero, riprendendo Gramsci, esperienze di «fantasia concreta», esperimenti di vita collettiva su questioni fondamentali per la vita sociale e politica: le forme di cooperativismo nella produzione e nei servizi di cura, i processi di partecipazione diretta a questioni democratiche specifiche che integrino la democrazia formale, o nuove forme di reddito universale di base incondizionato. Si tratta di esperienze utopiche, ovvero che sfuggono dai vicoli ciechi del realismo omologante e fatalista del neoliberismo per immaginare delle alternative, e reali, perché si pongono il problema delle condizioni di esistenza, dell’organizzazione e anche delle contraddizioni qui e ora, come nel caso della cooperativa basca Mondragon o delle esperienze di participatory budgeting che da Porto Alegre si sono diffuse nel mondo.
Per questo serve un’idea nuova di sapere, di scienza, così come di educazione critica. È, quest’ultimo, un punto chiave della lunga missione intellettuale di Edgar Morin, che proprio sui fondamenti dell’educazione ha incentrato gran parte del suo testamento intellettuale e di riforma politica. Un’educazione che aiuti a riconoscere le interdipendenze tra conoscenza scientifica e umanistica, natura e società umana, tecnica e politica, evitando la frammentazione e la strumentalizzazione del sapere in mera tecnica o cumulo di informazioni prive di riflessività e potenzialità immaginativa.
Le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione avrebbero grandi potenzialità di diffusione della conoscenza ma, concepite nello spirito dell’attuale capitalismo digitale — presentato come lo...




