E-Book, Italienisch, Band 125, 283 Seiten
Reihe: Nichel
Navarra La notte fa ancora paura
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-3389-649-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 125, 283 Seiten
Reihe: Nichel
ISBN: 978-88-3389-649-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
è nata e vive a Napoli, dove si è appena laureata in Lettere classiche. Ha pubblicato la raccolta di poesie Perdutamente (Ensemble 2023). La notte fa ancora paura è il suo primo romanzo.
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Vita seconda: Mabel
Col polpastrello esercitò una lieve pressione sul bordo della spazzola d'argento; in seguito ne accarezzò il dorso che, sovraffollato dai decori e dai ricordi, si tingeva dell'alone cinerino del giorno. Quando sentì di essere del tutto sola e dimenticata, chiuse gli occhi.
Non perché voleva, ma perché...
«Mabel, questo è il tuo nome?»
Perché doveva.
Sentì come allora la sua testa annuire, sollevandosi appena verso il parrucchiere e poi abbassarsi, tornando al cospetto dei riccioli appena acconciati che le intarsiavano la valle letargica del seno. Non ebbe bisogno di guardare di nuovo verso lo sconosciuto per rendersi conto che entrambi stavano osservando la stessa cosa. Mabel provò nausea e confusione.
«Très jolie. I tuoi capelli pure, adesso molto belli. Ma belli anche prima. Biondi...»
La nausea, la confusione. L'uomo era in piedi alle sue spalle, leggermente chino su di lei e sulla capigliatura che aveva appena lodato. Dallo specchio Mabel ne vedeva le mani: avevano un aspetto molle e un colorito biancastro. Le era venuto da pensare al merluzzo, che tanto detestava, e non aveva potuto fare a meno di irrigidire il collo. Il parrucchiere glielo sfiorò con i palmi gelidi.
«Voglio andare da mia madre», aveva detto la ragazzina. Ebbe paura del riflesso di fronte a lei: sullo sfondo di quell'obbrobrio di corpo in gilet mordorè, compariva l'inverdita paffutezza del suo viso.
Con circospezione, il parrucchiere si era guardato intorno. Aveva tradito una certa soddisfazione nel rispondere: «La madre è uscita, la sorella anche. Le serve non pensano a noi».
«Piove molto. Torneranno».
L'uomo aveva gettato una rapida occhiata alla finestra e aveva visto che c'erano maltempo e cielo di un grigio inconsistente. Scrollò le spalle.
«A Londra piove sempre».
Intanto le dita ghiacciate dello sconosciuto si erano infilate nella scollatura del suo abitino color pesca. Il suo fiato d'ortica trapassava la pelle della nuca.
«Qui non c'è nessuno».
La cosa più ovvia da fare – gridare, anche fino a squarciarsi le tonsille – non le passò per la mente.
I suoi occhi, gli sconvolti fiori di glicine con cui Mabel aveva assistito alla scena, notarono solo allora le forbici nel bauletto di cuoio che il parrucchiere aveva lasciato aperto.
«Chiudi gli occhi», le aveva ordinato lui.
«Non voglio», rispose la voce squassata di lei. Aveva brividi di freddo e sudava. Le forbici scintillarono un'ultima volta prima che lui tirasse fuori dai calzoni una mostruosa creatura, una sorta di rettile dalle vene paonazze. Mabel aveva provato a gridare, ma dalla bocca le era uscito soltanto un misero conato di terrore. Nella sua testa si mescolavano diverse voci di uomini, e alcune non le aveva mai ascoltate. Non sembravano parlare la sua lingua...
«Chiudi gli occhi, stupida grassottella», le ripeté ancora il proprietario del rettile.
Lei obbedì e la sua bocca si fece gabbia involontaria per quell'orrendo animale finché questo non le vomitò in gola un amaro veleno. Il parrucchiere riprese con sé il rettile, non le sorrise né disse alcunché. La squadrò con freddezza e sufficienza, come a farle capire che la tortura che lei aveva appena subito fosse del tutto dovuta.
Quando rimase sola, Mabel vomitò sul pavimento, ma non si sentì liberata.
E come liberarsi? Niente sarebbe bastato a lavare via il passaggio bavoso di quella bestia. Ma era peccato? Pensò alla Bibbia, ricordò alcuni passaggi sul Male incarnato – non era stato forse un rettile come quello a insidiare Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre? – e giunse alla conclusione che il Demonio le avrebbe riservato un posto d'onore. In fondo, lei si sentiva in quel momento assai sporca e cattiva.
E anche stupida e grassottella.
Vomitò un'altra volta, piccoli fiotti esausti che le insozzarono la gonna e le scarpe.
Ricordò di come, volgendosi allo specchio, avesse notato che aveva i capelli spenti e scarmigliati e che negli occhi aveva come i residui di un dono scartato senza cura. Solo le guance rimanevano quelle di una bambina, ma lei non se la sentiva più di portarle. Bisognava raschiarle via, loro e l'innocenza fuori posto che comunicavano...
«Mabel! La colazione!»
La sua mano scarnita saltò via dalla spazzola.
Per qualche secondo Mabel respirò col ritmo di un'altalena impazzita; poi, sentendosi chiamare ancora e ancora, si costrinse alla calma. Tirò su col naso, si cancellò le lacrime con i pallidi dorsi e sorrise perché era ora di scendere al piano di sotto.
Amava digiunare a quell'ora: la faceva sentire come se tutto fosse sotto controllo.
L'orologio in sala da pranzo segnava le undici in punto.
Dal grande e quasi sempre desolato tavolo di palissandro, la signora Hudson stava vivisezionando un muffin con il coltello. Alla sua destra, Lucille dipingeva cerchi di briciole sulla tovaglia. Il punto in cui quel gesto cominciava era anche il punto in cui terminava, per poi ancora ricominciare. Un continuo ritorno che aveva rapito l'attenzione di Mabel.
«Sei in ritardo, il tuo tè si sarà freddato», disse la signora Hudson alla figlia minore. Sollevò la rada scia di un sopracciglio e aggiunse: «Vorrà dire che lo berrai così».
Mabel andò a sedersi alla sinistra di sua madre e si affacciò nel tè divenuto imbevibile. Era così lucido, e l'aria del mattino così rischiarata, che riuscì a scorgere nel liquido d'ambra la propria sagoma di cerbiattina sul punto di morire di inedia. Bevve un sorso, sentì il gelo sulla lingua e fece una smorfia di disgusto. Sua madre, che le aveva piantato addosso i suoi grandi occhi d'ortensia, constatò sul volto della figlia la validità di quella punizione e trattenne a stento un sorriso di compiacimento.
«E ringrazia il Signore per il pasto che ti ha concesso».
Mentre Mabel borbottava la sua preghiera, sua sorella maggiore aveva cominciato a leggere il Quarterly Review. Lucille afferrò la forchetta, raccolse l'ultimo boccone di omelette e lo infilò in bocca senza distogliere lo sguardo dalle pagine. Col capo chinato in quella maniera, il suo naso pareva ancora più grosso e pendulo, la peluria sul labbro più scura, le spalle più robuste.
Sentimenti di vario genere attraversavano l'animo di Mabel: c'era sì della pietà per quella bruttezza, ma pietà guastata dal sollievo; c'era lo stesso malcelato disprezzo che aveva per i mendicanti troppo insistenti e per gli infermi che esibivano per strada la loro condizione; c'era del fastidio per la noncuranza con cui Lucille trattava i propri difetti, la volontaria disinvoltura con cui metteva in mostra gli avambracci striati di peli mai schiariti, le screpolature della pelle, le guance chiazzate di rosso, i capelli color del carbone che non si faceva acconciare...
Mabel avvertì un rigurgito acido in gola e, in un attimo di distrazione collettiva, se ne liberò in un fazzoletto. Lucille sollevò il naso dalla rivista un attimo dopo. Un sorriso da plebea illuminò quel volto dalla mascella quasi mascolina e lasciò un senso di vertigine nel cuore di Mabel.
«Perché non mangi un po' almeno oggi?», le chiese Lucille.
La signora Hudson sgozzò con lo sguardo la figlia maggiore.
«Non ti intromettere, cara. Non vedi che bella magrezza ha raggiunto?»
«Be', non sarà una colazione decente a vanificare...»
«Graziella, non ti riguarda!», disse Mabel.
«Per carità! Dico soltanto che hai... Com'è che mi hai chiamata?»
«Signora Hudson, c'è della posta».
La donna guardò di traverso il cameriere e afferrò la lettera dal vassoio. «Telegramma da Amalfi, lo manda vostro zio. Sarà una seccatura», disse, aprì la busta col coltello d'argento ed estrasse la carta stampata. Videro sul suo volto le fasi di un temporale: dapprima un orizzonte limpido, poi il rannuvolamento e infine lo scoppio delle intemperie. Mabel e Lucille rimasero attonite di fronte al pianto incontrollato di quella madre dotata di ben poca sensibilità.
La signora Hudson si asciugò le ciglia imperlate con un tovagliolo, diede un colpo di tosse e raddrizzò la schiena nel corsetto azzurro. Una lacrima aveva dipinto una scia di carnicino lungo la guancia candida.
«Cosa è accaduto?», domandò Lucille.
«Vostro fratello...», e fu interrotta da un singhiozzo.
La figlia maggiore si portò le mani alla bocca, risucchiò l'aria, la trattenne e poi scoppiò in lacrime anche lei. La minore rimase interdetta.
«Brian è... un nubifragio nel Mediterraneo...», disse a stento la madre.
«È morto?!», domandò Lucille. La madre rispose con un sonoro singulto.
«Mio Dio, il nostro Brian!», disse ancora la figlia maggiore. «Nostro fratello è morto, Mabel! Dobbiamo farci coraggio, dobbiamo rimanere unite. Margaret, nostro padre, e adesso...»
«Adesso siamo rovinate», proseguì la madre.
«Adesso anche il caro... cosa?!»
«Hai capito bene, Lucille. Tuo fratello... oh, leggi tu stessa!», e offrì il telegramma alla figlia.
Questa vi diede una rapida lettura ed esclamò: «Cielo benedetto! Brian ha dilapidato l'eredità...»
«Cosa, cos'è successo?», domandò Mabel.
«Il patrimonio, tutto quello che nostro padre ci ha lasciato. Be'», la sorella maggiore chinò gli occhi e pianse un paio di lacrime nella...




