Negro | La Giulia dei Morini | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 423 Seiten

Negro La Giulia dei Morini


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5527-307-3
Verlag: Morellini Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 423 Seiten

ISBN: 979-12-5527-307-3
Verlag: Morellini Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Giulia Corsani è la più bella della famiglia dei Morini, bionda, alta e sottile, dallo spirito ribelle e ambizioso. A Giulia non piace il lavoro, le piacciono i denari, la vita comoda; per questo motivo sposa Otello Manzi, che ha più del doppio dei suoi anni, ma che la condurrà a vivere a Bologna. E proprio Bologna sarà per la Morina il paese dei balocchi, dove riuscirà a fare la bella vita tra nobili decaduti e borghesi arricchiti, inimicandosi madri, mogli e fidanzate. Giulia fa della sua bellezza uno strumento di potere sullo scenario di un'Italia dove le donne non hanno ancora trovato la propria voce, tra le ombre del fascismo nascente e la gabbia di tradizioni oppressive. Bologna però non è che una tappa: è a Sanremo, infatti, che la Morina troverà la sua strada, sotto le torri del Casinò. Un romanzo storico che intreccia magistralmente temi di emancipazione femminile, passione e ricerca d'identità in un periodo cruciale della storia italiana, dove le tensioni sociali e politiche si mescolano con le aspirazioni personali di una donna determinata a prendere in mano il proprio destino.

Clara Negro nasce a Genova, dove studia, lavora e vive. Pubblica racconti in tre raccolte antologiche: '15 meno 1' (Zona Franca), 'Salsicce e rapini' (Del Bucchia Editore) e 'Morte per acqua' (Tra Le Righe Libri). Nel 2016 pubblica per HarperCollins Italia un romanzo in due volumi: 'La storia dei miei giorni' e 'Tracce di me'. Nel 2019 esce in ebook, sempre per HarperCollins, il suo terzo romanzo 'Come una farfalla in volo'. Con Morellini Editore ha pubblicato 'Un diamante rosso sangue' (2023) e 'Il graal di San Lorenzo'.
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1

La mattina del 15 novembre del 1921 si annunciò una domenica di sole, di un sole che non si vedeva da settimane alla Rimessa, così caldo e brillante, come se la pioggia passata avesse lavato ogni cosa, tirandola a lucido proprio per quel giorno, proprio per quelle nozze. Proprio per Giulia Corsani, detta la Morina.

Contro ogni sua abitudine, Giulia si era svegliata poco prima dell’alba.

Aveva lasciato le sorelle, Ersilia, Adalgisa e Colomba a ronfare nei loro letti, con le coperte tirate sin sopra le orecchie, e, infilati gli zoccoli e buttata la mantella sulle spalle, era uscita in silenzio.

La Morina, che tutto era fuorché mora, si strinse addosso il vecchio indumento. Il panno rigido non era mai riuscito a scaldarla. L’avrebbe lasciata all’Ersilia la sua vecchia mantella, e dei vestitucci che aveva indossato quando le maggiori li avevano smessi ne avrebbe fatto stracci, le scarpe pesanti e senza tacco ormai consumate fin sulla tomaia sarebbero finite nella rumenta.

Lentamente si avviò verso il ponte. Guardò in alto a riempire gli occhi di cielo e della luce rosata che saliva da oriente. Il torrente ne era inondato e l’acqua brillava tra i sassi scuri e i cespugli ormai spogli. Inspirò profondamente riempiendosi i polmoni dell’aria del mattino e il naso dell’odore rassicurante del pane.

Si voltò a guardare la Rimessa, il paese silenzioso dove brillavano i lampioni a gas ancora accesi.

Poche ore e si sarebbe lasciata alle spalle l’odiosa sensazione di essere spiata, e soprattutto giudicata. Finalmente il suo orizzonte stava per aprirsi su un paesaggio diverso, meno angusto. Avrebbe più rivisto quei luoghi? In fondo non l’aveva mai sentito suo quel posto, così come il dialetto genovese che pur aveva imparato per prima.

Sorrise, e fece le boccacce alle finestre ancora chiuse, a quelle porte che così malvolentieri venivano aperte, ai visi nascosti dietro le tendine, alle lingue sempre pronte a sparlare.

Un carretto avanzava traballando verso la piazza. Era Giumin, curvo e ritorto come un vecchio ulivo. Anche quella domenica mattina, all’angolo della chiesa, avrebbe cercato di vendere nastri e trine e stoffe e bottoni a chi avesse cavato fuori dalle tasche qualche centesimo conservato gelosamente.

Un corvo volò rasente al letto del fiume. Le ali spiegate di un bel nero lucido le ricordarono il mantello del padre. Si chiese se Alfredo avrebbe approvato quel matrimonio, se gli sarebbe garbato l’Otello, così mite, così lontano dalle idee per cui lui era vissuto. E morto. Ne dubitava. Il suo futuro marito non era certo quello che il padre avrebbe voluto per la sua principessa. Forse non l’avrebbe voluto neppure lei. Ad Alfredo importavano solo gli ideali anarchici e la libertà. Ma che libertà poteva esserci in quei tempi per una donna senza un uomo al fianco? No, non si sarebbe liberata dell’autorità di Moro, né sarebbe sfuggita a quel posto se non fosse salita sul treno dell’Otello.

Sei tocchi, Giulia alzò gli occhi al campanile. Era tempo di tornare, tempo di prendere in mano le redini di una vita che avrebbe diretto a suo piacimento, ora che aveva le carte giuste.

Il marito non sarebbe stato un problema.

Il sole saliva alle sue spalle e disegnava un’ombra lunga davanti a lei. Allargò le braccia e cominciò ad agitarle come fossero ali, come il corvo che era salito impennando verso il cielo. Con un salto Giulia staccò i piedi da terra. L’ombra le fece il verso.

«È la Morina questa, la Giulia che vola via!» gridò al paese ancora mezzo addormentato, al fiume, ai cespugli di ginestra, alle papere che agitavano le piume nell’acqua gelida.

Già, volare via: avrebbe fatto qualunque cosa, sposato chiunque l’avesse portata lontano da lì.

Il fischio acuto di un treno la fece sussultare, chiuse gli occhi e per un attimo il passato si fece presente.

10 novembre 1917

Mi guardo attorno. La pioggia martella i finestrini del treno. Venti vagoni neri di fuliggine corrono verso Genova, una città vicino al mare, così ha detto mia madre, la Giovanna. L’ho sentita ingoiare lacrime e singhiozzi la notte prima di partire, e ora se ne sta qui, gli occhi rossi e stanchi che non smettono un momento di seguirmi.

Ma quanti ce ne sono di bambini come me su codesto treno? Ci rincorriamo e gridiamo nel corridoio tra le panche della terza classe, diverse da quelle negli altri vagoni che sono di velluto rosso, imbottite come i troni dei re.

«Perché dobbiamo sederci costì» ho chiesto quando ho visto i sedili di legno. «Sono i posti che potevamo comperare con i soldi rimasti» ha detto la mamma. E mentre lo diceva guardava indietro verso le case del nostro borgo.

Non siamo gli unici poveri qui, ce ne sono di bischeri con le pezze al culo, scarpe scalcagnate e maglioni sdruciti, proprio come me. Giovanna mi agguanta per un braccio. O che devo essere la sola a star ferma, io? ‘Un mi garba punto di restar seduta come quelle mammalucche delle mi sorelle.

Riesco a divincolarmi e corro via e inciampo nella cesta, e pane e formaggio rotolano tra i piedi della Cisa e di Ersilia, mentre Colomba mi allunga un calcio nel sedere.

È allora che Moro apre gli occhi.

«Devo pensarci io a te, monella?» Moro è il mi fratello maggiore, poi c’è Colombo, il migliore tra fratelli e sorelle. Però, oltre la mamma, solo il babbo mi garba davvero. Si volta, mi vede e strizza l’occhio.

Non so perché stiamo andando in codesto posto, ma forse il motivo è che dobbiamo scapparcene via, prima che mandino gli uomini di casa al fronte. E a parlar chiaro, il babbo con i gendarmi ci va poco d’accordo.

Una vecchia ci guarda attraverso due occhialetti poggiati su un naso a becco, secca secca e rigida come un baccalà. «Ha l’argento vivo addosso codesta vostra figliola!» dice, rivolta alla mamma. Sto per risponderle, ma Giovanna mi chiude la bocca e si scusa. Io non voglio che si scusi con quella donna, con la sua bella gonna di velluto pesante, con i suoi stivaletti di pelle nera lucida, con il suo sguardo di pietà. Quando nessuno mi vede, mi giro verso di lei e le mostro la lingua.

E scappo di nuovo, ma la mi mamma ha braccia forti e riesce ad acchiapparmi. «A furia di saltare farai del male a qualcuno. Comportati a modino come le tu sorelle» mi dice. «E sta’ bona altrimenti lo dico al babbo.»

A me ‘un mi fa paura il babbo e neppure i miei fratelli.

Il fischio del treno che entra in galleria mi fa sussultare e Giovanna ne approfitta per stringere le mie gambe magre tra le sue.

Deve essere ben stanca, la mamma, e deve averne di pensieri. Il dondolio del treno l’aiuta a chiudere gli occhi e quasi quasi mi calmo pure io. Lo faccio per lei, ché si riposi. Ne approfitto per guardare dal finestrino. Anche il mare sembra essersi chetato. I binari seguono la costa. Ora il treno se lo mangia il buio delle gallerie, ora scappa fuori illuminato dal riflesso del mare, un riflesso che quasi mi acceca e mi fa strizzare gli occhi. Noi tant’acqua non l’abbiamo vista mai, è proprio una bellezza però. Mi sono accorta che cambia di colore con il cambiare del tempo: prima pareva piombo fuso e ora riflette qua e là l’azzurro pallido del cielo. Anche le onde, prima arruffate come i capelli dell’Ersilia, sono diventate cavalloni lunghi, incappucciati di schiuma bianca. Uno spiffero di vento freddo entra da un finestrino che qualcuno ha aperto. Ho i brividi e mi avvicino al petto caldo della mamma. A San Giovanni, nella valle dell’Arno, da dove veniamo, sì che è freddo davvero, l’inverno è lungo e la neve spesso cade sino a marzo.

Come sarà la nostra vita adesso? Una terra nuova, nuova gente, e chissà com’è la loro parlata? La Rimessa, Pontedecimo, Genova, ho sentito quei nomi dall’Alfredo, e mi fanno un po’ paura. Ci sono monti aspri e sassosi dove stiamo andando, nella campagna alle spalle della città, una città lontana dal fronte, ha detto il babbo, ma che dà l’acciaio e il ferro per la guerra. Per questa ragione il lavoro non manca. In quella valle, Polcevera l’ha chiamata Alfredo, ci sono le Ferriere, fonderie dove c’è bisogno di braccia buone.

Vedremo. Basta che il babbo tenga a freno la lingua.

La gente della Rimessa si era messa in ghingheri per quel matrimonio, erano tutti lì, lungo la strada principale, tutti a godersi lo spettacolo di quella figetta che andava sposa a un uomo fatto. Troppo vecchio, ma con le palanche.

«Certo che a s’è scistemâ a Morina, a l’ha fæto bén, a saia na scignôa, e sénsa fâ ninte!»

«Tanto non l’è mai andato di faticare a quella lì!»

Le donnette, spettegolando a gruppi, aspettavano che gli sposi uscissero dalla chiesa. Gli uomini che vedevano passare la Giulia, sottile e pallida, fasciata in quell’abituccio di mussola bianca che Giovanna le aveva cucito addosso, avrebbero voluto vestire i panni dell’Otello.

Di quel giorno alla Morina rimasero...



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