Nothomb | Psicopompo | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 128 Seiten

Reihe: Amazzoni

Nothomb Psicopompo


1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6243-581-9
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 128 Seiten

Reihe: Amazzoni

ISBN: 978-88-6243-581-9
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



In questo trentaduesimo romanzo Amélie Nothomb ci parla del suo amore per gli uccelli e per il loro volo, della sua infanzia errabonda al seguito del padre diplomatico, della violenza subita appena dodicenne sulla spiaggia di Cox's Bazar in Bangladesh. A cui fanno seguito il trauma, l'anoressia come crudele possibilità di resurrezione e infine il potere salvifico della scrittura con la severa disciplina necessaria... Pagine intrise di intimità per il romanzo più personale e autobiografico della pluripremiata e amatissima autrice belga. Un libro diverso dai precedenti ma che allo stesso tempo li illumina tutti.

Nothomb Psicopompo jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material


.


Il negoziante di stoffe vide passare uno stormo di bianche gru americane. Ammirato dalla loro bellezza, pensò che sarebbe stato un sogno scoprire un tessuto splendido come il loro piumaggio.

Tornato nella sua bottega, ricevette la visita di una cliente misteriosa. Era una fanciulla di una bellezza incomparabile. Aveva lunghi capelli neri e lisci, la pelle di un biancore luminoso, la punta delle labbra dipinta di rosso alla maniera delle donne di alto lignaggio. La sua nobiltà trovava conferma nelle maniche del kimono, che arrivavano fino a terra. L’indumento in questione ostentava il bianco raro delle famiglie altolocate.

La fanciulla sembrava non riuscire a decidersi su cosa comprare. Il negoziante le chiese se poteva esserle d’aiuto.

Dopo qualche momento di esitazione lei parlò con voce stranamente dolce:

– Mi sposi.

Stupito, il negoziante cercò di saperne di più. Chi era? Perché voleva sposarlo? Lei restò ostinatamente in silenzio.

Alla fine l’uomo si disse che sarebbe stato assurdo rifiutare un’offerta così allettante e, pur senza capirci niente, sposò la giovinetta.

Il matrimonio si svolse senza inconvenienti. Gli sposini cominciarono la vita di coppia con serenità. Tutto andava per il meglio.

Qualche giorno dopo la fanciulla fece un discorso al marito:

– Non ti ho portato né regali di nozze né dote. Se mi metti a disposizione un atelier in cui possa stare da sola, tesserò per te una stoffa meravigliosa, a condizione che nessuno, neanche tu, entri mai a osservarmi.

Lo sposo accettò. La fanciulla prese l’abitudine di ritirarsi per diverse ore al giorno nell’atelier e dopo una settimana, visibilmente provata dal duro lavoro, consegnò all’uomo una stoffa come lui non ne aveva mai viste, di una materia indefinibile, talmente bella e preziosa da levare il fiato.

– Ma insomma cos’è? Come sei riuscita a realizzarla? – non poté fare a meno di chiederle.

Lei abbassò gli occhi e non rispose.

– Mi dài il permesso di venderla? – domandò lui.

– È tua, non devi chiedermi il permesso.

Il negoziante non tardò a trovare un acquirente per quel tessuto, per il quale ottenne una cifra spropositata.

Passarono diverse settimane. Molti clienti si presentavano al negozio alla ricerca della stoffa favolosa di cui avevano tanto sentito parlare.

Il marito chiese alla moglie di confezionargli di nuovo quel tessuto prodigioso. Lei si ritirò nell’atelier per una settimana e poi, pallida e smagrita, gli presentò una stoffa sontuosa come la precedente.

Il negoziante la vendette al doppio della prima volta e si morse le mani: se avesse decuplicato il prezzo, l’avrebbe venduta altrettanto in fretta. Pregò la moglie di fabbricare di nuovo la sua specialità.

Lei non diceva mai di no, sebbene fosse evidente che la sua salute ne risentiva sempre di più. Il marito se ne accorgeva ma non riusciva a resistere al richiamo del guadagno. Le persone ormai facevano la fila fuori dal suo negozio, tutti volevano quel tessuto unico nel suo genere.

Col passare del tempo la giovane sposa non uscì praticamente più dall’atelier. Giorno e notte si sforzava di seguire i ritmi infernali che il marito le imponeva. Lui si accorgeva benissimo che stava dimagrendo troppo. La moglie perdeva via via bellezza e gioventù: la pelle le divenne verdastra, i capelli opachi, lo sguardo spento. Il marito era preoccupato, ma non abbastanza da trovare la forza per reagire. Si giustificava minimizzando l’entità della richiesta.

Dopo qualche mese la moglie si ammalò. Non per questo smise di lavorare. Il negoziante la sentiva tossire. Gli rimordeva la coscienza. “Forse, se entrassi nell’atelier, potrei aiutarla” pensò. Se avesse visto chiaro dentro di sé, si sarebbe reso conto che in realtà voleva scoprire i segreti di fabbrica della moglie prima della sua morte ormai imminente.

Incapace di resistere oltre, fece irruzione nell’atelier segreto e quello che vide lo lasciò di stucco: una superba gru americana si strappava con il becco le penne e le piume, ormai tragicamente rade, e le infilava nel telaio. Nel farlo, soffriva a tal punto da non riuscire a trattenere i gemiti, che cercava di occultare simulando una tosse umana.

Appena si accorse che il marito la stava spiando, la gru urlò di terrore e volò via immediatamente dalla porta aperta. Il marito disperato ebbe come unica consolazione quella di vedere che, nonostante la salute malferma, la donna-uccello era riuscita a volare fino alle montagne.

Afferrò il pezzo di stoffa incompiuto e constatò con soddisfazione che era invendibile. Perché era dovuto arrivare a quel punto per rendersi conto che certe cose non hanno prezzo?

Mise il prezioso tessuto nel tokonoma e maledisse sé stesso per la sua volgarità.

Nishio-san mi raccontava questa fiaba tradizionale giapponese quando avevo quattro anni. La sua crudeltà suscitava in me un terrore voluttuoso. Ero incantata dal contrasto tra la fatuità del negoziante e la nobiltà sacrificale della moglie.

Non mi chiedevo se ci fosse una morale in questa storia, ma inconsciamente la mia interpretazione era che l’uccello rivelava all’uomo tutta la sua bassezza.

Avrei tanto voluto vedere delle gru. Purtroppo anche in Giappone erano uccelli rari. Feci l’errore di non interessarmi ai passeri del giardino, che trovavo banali.

All’età di cinque anni mi portarono via dal Giappone. Mio padre fu trasferito a Pechino, cosa per cui, nel 1972, non c’era motivo di rallegrarsi.

Ricordo il mio primo risveglio nella Cina popolare. Era estate e, per quanto tendessi l’orecchio, mancava qualcosa. Non mi fu facile identificare la natura di questa assenza. Si trattava del canto degli uccelli.

Certo, il ghetto di San Li Tun era in pieno centro, dove non c’erano quasi alberi. Eppure di solito gli uccelli riescono ad adattarsi a condizioni del genere, di solito gli uccelli riescono ad adattarsi a tutto.

Mao però aveva lanciato una delle sue grandi campagne, che consisteva nell’attribuire agli uccelli la responsabilità delle carestie e di altre calamità. Ogni cinese era tenuto a sterminare gli uccelli che si trovava a portata di mano, e non solo. Questa campagna fu un successo tanto più grande perché chi sfoggiava davanti al commissario del popolo il maggior numero di carcasse aviarie riceveva lodi e favori.

La Cina non tardò a diventare un deserto di uccelli. Ci volle parecchio tempo perché il Grande Timoniere si accorgesse delle catastrofiche conseguenze di questa scomparsa per l’ecologia e l’economia del paese. Ma come ammettere pubblicamente di aver sbagliato?

L’unico uccello che non era del tutto sparito da Pechino era il corvo. Non che ce ne fossero chissà quanti, ma resistevano. Grazie alla loro intelligenza fuori dal comune riuscivano a eludere le trappole della popolazione locale. Non avevano però vita facile in quella situazione che oltretutto li privava dei passeri, da cui ricavavano una parte del proprio sostentamento.

Il corvo è un animale magnifico. Sfortunatamente il suo canto non è all’altezza del suo piumaggio. L’orecchio si aspetta un cinguettio melodioso e invece sente un aspro gracchiare: è ovvio che resti deluso.

In ogni caso ringraziai il cielo per la sua presenza, che permetteva di elevare lo sguardo. In Cina restava un professore di stile. La sua rarità spiegava forse la scarsa eco dei suoi insegnamenti.

All’epoca, infatti, ogni forma di raffinatezza era severamente punita dalle autorità. Anche la semplice buona educazione era vista come qualcosa di controrivoluzionario. Si faceva a gara a chi sputava e ruttava più forte.

Nishio-san mi mancava in modo atroce. Cercavo di raccontarmi la fiaba della gru americana nella sua lingua. Sentivo che il giapponese stava svanendo dalla mia memoria e ne soffrivo. Perché non ero in grado di trattenere il linguaggio di colei che amavo?

Insieme alla lingua giapponese scompariva la raffinatezza. Il modo di parlare della governante cinese era duro e sgradevole quanto il gracchiare del corvo. Io ricordavo che la soavità delle parole di Nishio-san era simile al canto del passero.

Tentai di immaginare la gru americana a Pechino. Sarebbe volata via ad ali spiegate, sgomenta di fronte alla brama di quel popolo cacciatore. La mia nostalgia del Giappone ne risultò acuita.

Tre anni dopo mio padre fu trasferito all’ONU. Lasciammo Pechino per New York. Impossibile immaginare un contrasto più netto.

New York pullula di uccelli. Piccioni, colombi, gabbiani. A Central Park, passeri di ogni sorta. Anche corvi, ma non solo. Quel ricongiungimento fu per me una vera e propria resurrezione.

Ogni weekend andavamo nell’Upstate New York, in una casetta in mezzo alla foresta, un posto selvaggio a livelli quasi inconcepibili. Lì la popolazione alata impazzava. Le ghiandaie, i merli, i famosi mockingbirds, i cardinali rossi, i passeri arboricoli: il cielo era il protagonista assoluto.

Riscoprii l’ebbrezza di svegliarsi alle prime luci dell’alba e di restare a letto ad ascoltare il canto degli uccelli. La felicità indicibile di identificarli a uno a uno, come si farebbe con gli strumenti di un’orchestra. La gioia di sentire la festosità di quella musica e di lasciarsene pervadere. Chi può resistere a quella dolce e inconsapevole invasione? Non avevo difese immunitarie contro una simile bellezza.

Siccome mia madre ci proibiva di alzarci prima delle sette, la contemplazione uditiva diventò il passatempo delle mie albe. Impossibile abituarsi a un’esecuzione così variabile: ogni mattina era la prima. Le stagioni erano solo un parametro tra i...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.