Pacifico | Solo storie di sesso | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 176 Seiten

Reihe: Narrativa

Pacifico Solo storie di sesso


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7452-982-7
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 176 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7452-982-7
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



In molte narrazioni contemporanee il sesso è raccontato dentro gli schemi rodati dell'iniziazione e della perdizione. Per quanto apparentemente distanti, questi due modi sono le due facce di una stessa medaglia: è difficile raccontare persone adulte che hanno esperienze sessuali (più o meno convenzionali) senza nasconderle dietro prudenti forme di pudore narrativo. In questa raccolta troviamo invece storie di persone che sviluppano un proprio linguaggio del sesso - e del rapporto di coppia inteso nel senso più ampio e più profondo - scoprendo un modo diverso da quello tradizionale per connettersi agli altri. Questi racconti vanno ostinatamente contro una concezione patriarcale della coppia e una visione proprietaria del sesso e dell'amore. Senza nessuna ricetta, e pure nessun ritorno agli anni settanta, Francesco Pacifico si avventura in un'indagine sincera e radicale sulle colonne d'Ercole della monogamia. Dimenticando i falsi tabù, Solo storie di sesso trascina così il lettore in un'utopia postorgasmica e lo porta a esplorare tutto lo spettro di possibilità che si apre tra il senso di proprietà e il solipsismo: un modo diverso di godere.

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Nascondino
Scritto con Francesca Mancini


C’è una battuta di un telefilm che guardavo vent’anni fa. Due persone che stanno insieme da tanto sono come due maghi che continuano a farsi magie a vicenda ma si annoiano perché le conoscono tutte. Ho cercato per tutta questa relazione di sfuggire al destino delle coppie. Dev’essere per questo motivo che in macchina parliamo di sesso. In macchina non ci si guarda negli occhi, i discorsi sono liberi, non è come farlo in cucina mentre prepari la cena e ogni ipotesi, ogni fantasia sembra capace di distruggere quello che hai intorno.

Allora una sera salivamo ai Castelli per andare a una festa nella villa di un collega di Andrea, una persona che frequentiamo poco, e parlavamo delle mitologiche ville delle orge ai Castelli Romani, un sottomondo in cui non abbiamo mai avuto le forze di entrare; ci dicevamo che era lo spirito la cosa più invidiabile, lo spirito delle coppie che escono per scopare. Come andare a cena fuori invece di mangiare a casa.

Quando siamo entrati in questa villa, trovando la festa già avviata perché gli amici stretti avevano cenato lì e molti erano venuti al tramonto o anche prima a fare un tuffo gelido in piscina, il posto – una di quelle case fuori città con i roseti, dieci specie di alberi diversi, ancora l’odore della pioggia di quella mattina – sembrava aver ascoltato i nostri discorsi, tanto che mi è venuto da dire ad Andrea, un attimo prima di scendere dalla macchina: “Se vuoi ti scopo”.

“Nel giardino?”

“Ma il giardino è un po’ scomodo, è ancora fradicio”.

“Troviamo un cespuglio”.

Fisicamente siamo compatibili. Sappiamo camminare completamente allacciati, aderenti, lui mi tiene spesso una mano sul culo davanti a tutti e il dito indice appoggiato sullo spacco. Stavolta pure camminavamo così, avvicinandoci a un gruppo di invitati su uno spiazzo, e io portavo un vestito blu scuro che arrivava poco sopra le ginocchia e non aveva scollatura ma un colletto di due centimetri che si chiudeva dietro con due ganci, e le maniche lunghe. Potevo metterlo senza reggiseno, ed era così scuro che se non mi guardavi attentamente andava tutto bene, ma se mi guardavi le tette impazzivi. Secondo Andrea io sono proprio questa cosa: niente scollatura, ma si vede tutto.

Abbiamo salutato il festeggiato, che è un uomo che mi scoperei – ha gusto, begli occhi neri, si sa vestire – se non fosse per quell’aria da maschio italiano che mentre flirta sembra non ritenere ammissibile che si crei un minimo di empatia. Quasi vorrebbe averti già scopata, per non dover avere a che fare con te. Mi dice: “Ma che vestito, sei di una bellezza da sentirsi male,” e dopo bacia mio marito su entrambe le guance, senza dimenticare il trito, inevitabile: “Non te la meriti… L’alcol è da quella parte, Andre’, falla bere…”

Io e Andrea cerchiamo la sala da pranzo, c’è un tavolo con un’insalatiera di metallo piena di ghiaccio, prepariamo due gin tonic con poca tonica e ce li portiamo in giardino, a bordo piscina.

“E secondo te se scopassimo qui fuori dove potremmo farlo, realisticamente?” gli ho chiesto. Perché non sono una persona che si fa le scopate in giardino, e però mi andava.

“Vedi dietro la quercia? Nessuno va a chiacchierare là in fondo, nell’angolo della quercia, è troppo umido. Ma se passiamo da quegli scaloni a destra, poi secondo me possiamo vedere se dietro la quercia ci sono dei cespugli”.

Ci siamo avviati purtroppo senza sigarette, che mi avrebbero migliorato il portamento, per il sentiero lastricato che dalla fine della piscina portava a un belvedere. In effetti lì non si inoltrava nessuno, anche se era illuminato da faretti a terra. E dieci metri dietro la quercia c’erano dei cespugli. Per non sembrare furtivi siamo entrati nel buio parlando animatamente.

“A te non ti si vede proprio. Io forse devo chinarmi”. Si è piegato per toccare l’erba.

“Non possiamo sederci. E non possiamo scopare, potremmo contro la quercia ma lì ci sono i faretti”.

Lui si è sbottonato i pantaloni neri e ha tirato fuori il cazzo.

“Dove mi appoggio”. Gliel’ho preso in mano, era un po’ bagnato.

“Sei senza calze, inginocchiati”.

Ho riso, mi sono inginocchiata sull’erba e ho raccolto l’orlo del mio vestito per fermarlo nell’elastico delle mutandine. Il freddo, il cazzo davanti che mi odorava addosso, gli calo i pantaloni stretti fino alle ginocchia, gli separo le cosce e inizio a leccargli piano intorno alle palle tenendogli il cazzo sollevato. Ha un brivido. Continuo piano, poi sempre tenendo il cazzo sollevato salgo con la lingua alla sua base. Lo piego verso di me, ci giro intorno lentamente, voglio prolungare il più possibile il suono che sta facendo con la bocca. Sposto il peso su un ginocchio. A poco a poco risalgo per tutta la lunghezza, gli giro con la lingua intorno alla cappella e lo sento gemere più forte. Allora lo prendo tutto in bocca, arrivo fino alla base, lentamente, poi risalgo, scendo di nuovo, risalgo. Andrea divarica di più le gambe per non farmi sforzare la schiena mentre lo prendo in bocca. Alterno, glielo lecco, glielo succhio, poi mi dice: “Smettila, fammi venire”; allora mi alzo, gli infilo la bocca e il naso nel collo, tra il mento e la clavicola, mi faccio abbracciare come quando camminiamo. Ora siamo rivolti verso la festa, guardiamo le luci tra i rami, noto la musica bassa e gli ombrelloni, mentre io con la mano lo faccio venire sull’erba mi dice: “Sto immaginando te e Paola che me lo succhiate,” (Paola è una mia amica) e viene di corsa.

Si alza i pantaloni, mentre io mi pulisco le ginocchia con un fazzoletto. Gliene offro uno, li buttiamo nelle fratte.

“Dovrei proprio avere una sigaretta per uscire da qui”. Libero l’orlo del mio vestito dall’orlo delle mie mutandine, torna al suo posto, ho l’istinto di lisciarlo con le mani ma mi trattengo, sono sporche.

Risaliamo il lastricato ridendo e torniamo alla festa, dove per fortuna non conosciamo quasi nessuno, gli altri del suo ufficio devono ancora arrivare. Ci prepariamo da bere al tavolo, poi una donna ci dice: “Ma così poca tonica va bene?” e io mi annoio per quell’apertura e me ne vado col mio bicchiere lasciando mio marito a flirtare perché so di farlo felice con poco, mentre me lo sento ancora in bocca.

Mi pulsa la fica, andrei tanto in bagno a toccarmi, comincio a cercarlo, e invece in corridoio un tipo mi impedisce di passare: fa finta di non avere spazio, ha un bicchiere di rosso in mano, fa finta di aver paura di versarselo sulla camicia.

Lo salva il fatto di guardarmi fisso con due occhi verdi incuriositi mentre una coppia ci scansa e continua verso il giardino. “Bel momento, eh,” mi dice. “Forse possiamo non cercare una scusa per chiacchierare”.

“Mi piace,” gli sorrido. “Ok, facciamo che abbiamo già cominciato a chiacchierare”.

“E non ti chiedo neanche come conosci il festeggiato”.

Faccio no con la testa lentamente sorridendogli. Ma devo avergli rivolto un certo tipo di sorriso perché lui non suona falso quando si azzarda a dire velocissimo: “Però non guardarmi con quella faccia se no dobbiamo cercarci una stanza”.

Gli dico: “Va bene,” e me ne vado, superandolo, sfiorandogli la spalla.

La faccia che gli ho fatto me l’hanno raccontata mille volte. Andrea prima ci stava male, adesso un po’ si eccita quando vede che la accendo per qualcuno. Penso di andare a prendere Andrea e farmi scopare in una stanza, lo cerco per la casa e lo trovo in una grande cucina, insieme alla donna che voleva un gin tonic forte e a una sua amica, parlano seduti al tavolo rustico col piano di marmo, noto solo che una delle due ha un vestito con una bella scollatura squadrata. Andrea quando parla con delle sconosciute sembra sempre molto intimo e io so che lo fa con tutte le donne perché non si capisca quand’è che una gli interessa.

Gli faccio l’occhiolino dalla porta della cucina e comincio a vagare. Ritrovo lo sconosciuto in giardino che fuma una sigaretta da solo, bevendo il rosso dal bicchiere di vetro, sono sicura che mi sta aspettando, è convinto di non aver ancora perso l’occasione.

Lo affianco, “Dammi una sigaretta”. Sono bagnata e non so cosa ho in mente di fare, poi dopo aver acceso, inspirato e soffiato fumo – cos’hanno le sigarette che sanno insegnarti a camminare? – gli dico: “Dove mi porti?”

Voglio vedere non tanto lui ma dove mi porta questa frase. Dalla mia ho solo che a questo punto della nostra relazione so che Andrea, scoprendomi, non si stupirebbe, non sarebbe deluso, non mi chiamerebbe troia.

Si avvia verso l’entrata in cucina, lo seguo, gli dico: “Non entriamo da lì. E vai piano”. Cambia strada, è strano essere sua complice, poco fa cercavo un posto con Andrea. L’entrata dal salotto porta dritto verso la scala che scende al piano di sotto; sui gradini non c’è nessuno, il grosso degli invitati è fuori, qualcuno in cucina con Andrea, qualcuno in salotto. Lui a metà delle scale si volta, io lo guardo come a dire “Sei pazzo”, allora si ferma, lo supero, ma mentre lo faccio mi appoggia una mano sulla coscia, vicino alla fica, sulla stoffa...



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