E-Book, Italienisch, 112 Seiten
Postel La gabbia
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7521-811-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 112 Seiten
ISBN: 978-88-7521-811-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Su richiesta della psichiatra, il protagonista - un giovane venditore di telefoni cellulari - racconta gli eventi che nel giro di cinque giorni hanno sconvolto la sua vita. Informato della morte del padre, con il quale aveva ormai pochissimi rapporti, l'uomo torna nel paese natio per organizzarne il funerale. Il secondo giorno compie una scoperta terrificante: nella cantina della casa paterna c'è una gabbia in cui è rinchiusa una giovane donna. Che fare? L'indecisione, attraverso una serie di passi falsi e insidiosi, lo trascinerà in una situazione da incubo, sino al colpo di scena finale. Una forza narrativa inesorabile caratterizza La gabbia, una storia che inchioda il lettore fino all'ultima riga, trascinandolo tra l'empatia, il rifiuto e il terrore in un viaggio attraverso il senso di colpa che pervade l'intera atmosfera del romanzo. Come nello Straniero di Albert Camus e nell'Avversario di Emmanuel Carrère, la prosa implacabile e a tratti ironica di Alexandre Postel svela le inquietudini del mondo contemporaneo.
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GIOVEDÌ 30 APRILE
A voi, gente metodica, serve sempre un inizio. «Partendo dall’inizio, ha insistito lei, provi a ripercorrere la strada che l’ha condotta (e qui si è soffermata, per delicatezza?, sulla scelta delle ultime due parole) fin qui». Il problema è che ogni volta mi torna alla memoria un inizio diverso. Il giorno in cui ho deciso di non vivere più da mio padre. Il giorno in cui ho conosciuto Marion. Il giorno in cui non ho detto qualcosa che avrei dovuto dire – ma che giorno era, e cosa avrei dovuto dire? Oggi è dello scorso 30 aprile che mi ricordo.
Era giovedì e stavo lavorando: appollaiato su uno sgabello, a braccia conserte, aspettavo che qualche cliente varcasse la porta di PHONE SWEET PHONE. Franck mi parlava dei suoi progetti per il weekend del Primo Maggio: sarebbe andato con moglie e figli dai genitori, in campagna. Era felice di ritrovare padre e madre, fratelli e sorelle, nipoti vari, e pensava allo spezzatino che avrebbe cucinato sua madre mentre tutti gli altri sarebbero andati nel bosco a raccogliere mughetti.1
Poi mi ha chiesto se anch’io avessi in programma qualcosa. Mi ero fatto un’idea abbastanza precisa dei tre giorni successivi: televisione, birra, videogiochi e, su un divano letto che non avremmo trasformato in letto, Marion. D’altro canto mi pareva inutile comunicare quei dettagli al mio capo, quindi mi sono limitato a un gesto vago. Franck ha sorriso: sapeva che la famiglia per me non era poi «così importante». Nemmeno per lui lo era alla mia età: lo diventa con il tempo, sosteneva, prima o poi diventa importante. Con un colpo di reni ho fatto ruotare lo sgabello e ci siamo messi a parlare d’altro.
Il mio telefonino ha squillato poco prima di mezzogiorno, e per rispondere sono dovuto uscire perché dentro la linea non prendeva bene – l’assenza di segnale in un negozio che vende cellulari era argomento di battute tra me e Franck. Ed è stato sul marciapiede del viale che ho ricevuto la notizia.
Suo papà aveva un appuntamento in banca, mi ha spiegato il medico dopo essersi presentato. Lo hanno portato all’ospedale, dove è deceduto un’ora dopo il suo arrivo, alle undici e venti. La TAC ha rilevato un’emorragia cerebrale dovuta a un aneurisma.
Il corpo riposava nella camera ardente dell’ospedale. Dovevo ricordarmi di portare un documento di identità se volevo ritirare il certificato di morte e gli effetti personali di mio padre. E poi dovevo avvertire gli altri componenti della famiglia, ha concluso il medico dicendomi di farmi forza. Gli ho risposto che c’ero solo io. Con un altro tono, come se stesse pronunciando parole completamente diverse, il medico mi ha ripetuto di farmi forza. L’ho ringraziato, un po’ troppo (in fondo non mi aveva mica fatto un favore), e poi ho riattaccato.
I castagni lungo il viale erano in fiore; quella mattina aveva piovuto, e i petali caduti a terra formavano sull’asfalto macchie bianche e rosa mischiate a mozziconi di sigaretta schiacciati. Ogni volta che ripenso alla morte di mio padre la prima immagine che mi viene in mente, la più nitida, la più intima, non è il suo volto intravisto più tardi nella camera ardente, ma quei fiori di castagno, spugnosi, biancastri, avvizziti, gli stami ricurvi come lunghe ciglia di donna. Non so quanto tempo sono rimasto per strada. A un certo punto sono tornato verso il negozio: un fattorino in motocicletta, che passava sul marciapiede, ha suonato il clacson per farmi spostare dalla sua traiettoria.
Ho dato la notizia a Franck, che mi ha messo una mano sulla spalla bofonchiando che non sapeva cosa dire. Poi mi ha chiesto se mio padre fosse malato. Ho risposto che per quanto ne sapevo godeva di buona salute, e Franck mi è sembrato distrutto. Siccome non volevo che si mettesse a piangere ho affrontato la questione dei giorni di congedo. Mi ha concesso i due giorni successivi al weekend, così da arrivare fino al mercoledì mattina.
Ho preso il treno delle tredici e trentatré, che si trascinava, da un paesino all’altro, fino alle sedici e cinquantotto. Fin dai primi minuti di viaggio alcune teste intorno a me sono crollate, falciate dal sonno. Io ho cercato di resistere al torpore che mi invadeva; mi sembrava sconveniente, per uno che aveva appena perso il padre.
Un rumore mi ha fatto riaprire gli occhi, che avevo chiuso senza accorgermene. Dall’altra parte del corridoio un uomo ha raccolto una penna che aveva appena fatto cadere. Poi si è rimesso al lavoro: compiti da correggere. La penna sorvolava i fogli e a volte vi si abbatteva con la velocità e la precisione di un falco. Dettati, verifiche sui verbi irregolari, questionari sulla riproduzione delle felci o l’impollinazione del castagno? Uno di quegli esercizi che si correggono senza la minima esitazione, come si fa una multa.
Accanto alla pila dei compiti c’era un orologio. Di tanto in tanto il professore gli dava un’occhiata decisa. Non mi piaceva il suo modo di respirare; un respiro potente, profondo, regolare, che aveva qualcosa di ideale. Sembrava che respirasse , con metodo, come un atleta. Avevamo più o meno la stessa età, eppure mi sembrava più vecchio. Più maturo, avrebbe corretto mio padre.
Nella mia stessa carrozza una donna parlava al telefono, ciarliera, indiscreta. Alzare gli occhi al cielo, sospirare, scuotere il capo, cercare con lo sguardo una complicità che non gli ho concesso: il professore ha fatto questo e altro – signora, ha chiesto alla fine, potrebbe continuare la sua conversazione negli spazi appositi? Mio padre si sarebbe comportato allo stesso modo. A me invece bastava aumentare il volume della musica nelle cuffiette.
Ho richiuso gli occhi. L’energia di cui avevo avuto bisogno per dare la notizia a Franck, preparare la valigia, andare alla stazione e anche solo rimanere concentrato non c’era più. Ero vinto da una specie di mollezza. Nella testa i scorreva tutto, immagini, frammenti di frasi, un flusso che non riuscivo a interrompere, come se la memoria girasse a vuoto. Rivedevo mio padre che faceva le parole crociate sul giornale, che voltava le pagine dopo essersi inumidito l’indice sul labbro inferiore. Lo sentivo dichiarare che il Borgogna è un vino buono solo per cucinare. Che per nulla al mondo si sarebbe perso una tappa del Tour de France. Che i manghi, i kiwi, quando era bambino lui nessuno li mangiava, quei frutti. Che prima che nascessi, lui e mia madre facevano campeggio libero. E poi la foto che risaliva al servizio militare in cui aveva le orecchie a sventola. E le mani, lunghe e ossute, che agitava spesso davanti a sé, con il gesto infastidito di chi allontana una mosca.
Il professore si era immerso nella lettura di un libro che gli provocava risate improvvise – risate sonore, un po’ sguaiate, che mi hanno fatto riaprire gli occhi. Mi faceva male la testa. Ho guardato attraverso il finestrino. La vista era impedita dal terrapieno che correva lungo la ferrovia. Alzando gli occhi si riuscivano a distinguere a malapena i tronchi dei pioppi, che la velocità rendeva simili alle sbarre di una prigione.
E mentre i binari, risalendo il corso della Loira e poi dell’Allier, si snodavano lentamente verso il centro del paese – Nevers, Moulins-sur-Allier, Saint-Germain-des-Fossés, Vichy – ripensavo al mio ultimo viaggio su quella stessa tratta. Il paesaggio era coperto di neve, e io ero seduto in uno scompartimento deserto. Era il 25 dicembre. Stavo tornando prima del previsto. Erano due anni che non vedevo mio padre, e avevo deciso di passare il Natale con lui. La sera del mio arrivo aveva detto di voler prendere una bottiglia di vino in cantina, e gli avevo proposto di andarci io. Puntandomi addosso i suoi occhi da rettile aveva sussurrato che, grazie a Dio, era ancora capace di scendere una scala e che aveva più autonomia di quegli aggeggi che passavo la giornata a vendere. Poi mi aveva velatamente accusato di volergli portare via le bottiglie migliori. Dopo la morte di mia madre era diventata una specie di ossessione. Era arrivato addirittura a legarsi al collo la chiave della cantina. Cercai di non prendermela; avevo letto su internet che la perdita del coniuge, l’isolamento e l’invecchiamento possono indurre certi «disturbi comportamentali», certe «manie».
A questo primo incidente ne erano seguiti altri: il pane che avevo comprato troppo cotto, la lavastoviglie che avevo riempito di piatti da lavare a mano, il tè che avevo lasciato troppo a lungo in infusione. Alla fine mi ero convinto che la mia presenza non fosse gradita, perciò due giorni dopo il mio arrivo me n’ero andato, lasciandolo lì con il tacchino farcito surgelato che mi rimproverava di aver preso troppo piccolo – prevedeva sempre da mangiare come se fossimo ancora in tre. Da allora non ci eravamo più visti né parlati.
Il treno è arrivato con dieci minuti di ritardo. Fin dai primi passi sul marciapiede della stazione ho provato il solito senso di oppressione, provocata dalla vicinanza, a ovest, dei vulcani. In quella stagione sembravano ricoperti di un velluto verde, come tavolini da bridge. Quei vulcani, che si diceva fossero dormienti, spandevano nell’atmosfera un certo torpore: andando a trovare mio padre avevo sempre l’impressione di entrare nel paese della Bella addormentata.
L’ospedale era a dieci minuti a piedi dalla stazione. Dovevo solo proseguire per Rue de la Libération, mi ha spiegato il tabaccaio al quale avevo chiesto indicazioni, fino all’incrocio dove sorgeva la statua di un militare di cui non ricordava il nome, e poi prendere la prima a sinistra. Rue de la Libération era fiancheggiata su entrambi i lati da casette a due piani, con le persiane chiuse e le...




