E-Book, Italienisch, 210 Seiten
Postel Théodore e Dorothée
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7521-933-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 210 Seiten
ISBN: 978-88-7521-933-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Théodore e Dorothée sono, a modo loro, una coppia perfetta, a cominciare dai nomi di battesimo, uno l'anagramma dell'altro. Lui programmatore informatico, lei insegnante impegnata da anni in un'ambiziosa tesi di laurea su un politico francese, sono giovani, belli, progressisti, e soprattutto si amano profondamente, al punto di compiere il grande passo e prendere una casa insieme, a Parigi. Eppure, la loro vita è un continuo interrogarsi: qual è il modo migliore di divertirsi? Che cosa si deve mangiare, e che cosa no? Che cosa fare del proprio corpo, e quanto prendersene cura? A cosa consacrarsi? È più giusto fondare una famiglia, lavorare, oppure arricchire la schiera degli «indignati»? In Théodore e Dorothée Alexandre Postel ci svela, con partecipe ironia, l'anatomia di una coppia e delle sue dinamiche, raccontando attraverso i suoi due protagonisti un'intera generazione in perenne attesa di una primavera che sembra sempre dietro l'angolo ma che non arriva mai.
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Era una domanda che si ponevano con desolante regolarità; e in certi giorni determinava le loro conversazioni, le loro uscite, le loro attività. Allora provavano una sorda frustrazione, avevano l’impressione di aver solo perso tempo: perché trovavano avvilente dedicare la loro vita di coppia a organizzare il rifornimento dei viveri. Nessuno dei due era animato da quella passione che faceva dire ad alcuni loro amici, con gli occhi scintillanti, che «adoravano cucinare». Così, si limitavano a cose semplici, che richiedevano poca preparazione e ancor meno fantasia: pasta al burro, riso al limone, uova, pizza, panini, mozzarella e pomodori. A fine pasto, i biscotti comprati al supermercato; ricordando le merende di un tempo, divoravano i Pétit écolier, i Finger, i Prince, i Pim’s, gli Hello! Ne bastava qualcuno per renderli felici: non erano difficili di gusti e se ne compiacevano. Théodore si diceva che non avrebbe mai potuto vivere con una ragazza che, come quella Myriam frequentata da Julien, non tollerava né il formaggio, né il cioccolato, né gli agrumi.
Solo sulle uova non si trovavano d’accordo: Théodore le preferiva bazzotte («come Guy», scherzava di continuo). Ma, anziché dividerli, quella differenza consolidava la loro unione; la loro tenerezza germogliava nelle attenzioni reciproche per soddisfare i rispettivi gusti: Théodore, dopo quattro minuti esatti, toglieva dall’acqua le sue uova bazzotte che Dorothée, al tavolo del soggiorno, gli sgusciava scottandosi le dita, e tornava in cucina per aspettare ancora tre minuti prima di portare alla compagna due uova ben sode, insieme alla paprika con cui lei amava condirle. Guardandosi negli occhi, ognuno addentava nello stesso istante il proprio uovo, sodo e liscio in un caso, molle e tremolante nell’altro, e un mormorio di soddisfazione si diffondeva per la stanza.
Vedere sempre gli stessi piatti, però, li scoraggiava. Dorothée, inoltre, si preoccupava del suo peso. Eliminarono i biscotti, il cioccolato, i gelati. Che tristezza, però! Una volta consumato il piatto di pasta e il vasetto di composta che ormai era il loro dessert, tornavano al lavoro: Dorothée a correggere i compiti o alle sue ricerche, Théodore al sito che gestiva o alle sue letture sulla comunicazione digitale. Spesso Dorothée si addormentava alla scrivania. Al risveglio, aveva impressa sulla fronte la forma circolare del quadrante del suo orologio.
E per cena, cosa c’era?
Prosciutto.
Ma mancava il pane.
Allora un po’ di riso?
Quand’era così, preferivano non cenare affatto. Oppure andare al cinese del boulevard de Picpus, ma poi tornavano con i vestiti impregnati dell’odore di fritto.
La portata della loro ignoranza li irritò. Esistevano sapori sconosciuti, sorprendenti, che neanche immaginavano; dietro le porte chiuse delle cucine si preparavano succulenti stufati; e quando, in occasione del trasloco, avevano vagato per i grandi magazzini, erano rimasti sorpresi dal numero di utensili di cui non conoscevano l’utilizzo. A cosa serviva una mandolina, che cos’era un frullatore a immersione, era il caso di comprare un wok? Lo stampo per il plumcake in silicone che avevano ricevuto in regalo per la loro festa non era mai servito, né le varie spezie.
Consultarono in libreria diversi volumi di ricette, ma quale scegliere? Alcuni, firmati da noti chef, erano corredati da sontuose fotografie; ma le ricette sembravano complicate, e la sola lista degli ingredienti bastava a spaventarli: dove avrebbero trovato l’aglio orsino, il sommacco, il radicchio di Treviso, la farina di castagne? Potevano comprare «il cerfoglio, il coriandolo, il prezzemolo (liscio)», loro che fino a quel giorno ignoravano l’esistenza di due varietà di prezzemolo? Avrebbero avuto il coraggio di chiedere al macellaio un pezzo di arrosto «ma nella rete elastica», un taglio «non troppo gelatinoso, mi raccomando»? E comunque, chi avrebbero potuto deliziare con una tartare di capesante al radicchio nero e topinambur? C’era da chiedersi se chi acquistava quei libri non cercasse di coltivare certe fantasie culinarie più che cucinare davvero. Ripiegarono su opere meno pretenziose: bei libroni dalle copertine rosa, intitolati , o , scritti, come sottolineava uno di essi, da una donna per le altre donne. Insegnavano come «prendere il proprio uomo per la gola», cosa preparare per «la merenda dei bambini», e i tanti modi di riciclare, la domenica sera, «gli avanzi del pranzo di famiglia». Théodore se ne disinteressò, Dorothée restò inorridita dalla quantità di burro che quelle signore mettevano dappertutto. Tornarono nella loro tana a mani vuote.
Il grande passo lo fecero, loro malgrado, un anno dopo essersi trasferiti nella nuova casa: i genitori di Dorothée annunciarono che avrebbero trascorso alcuni giorni a Parigi. Théodore pensava di invitarli al ristorante.
«Non accetteranno mai!»
Arrivavano tra un mese. C’era tutto il tempo di pensare al menu. Dorothée iniziò frenetiche ricerche su internet, che pullulava di blog specializzati. Invitavano a preparare cracker alle alghe, gamberi saltati allo scalogno, muffin pera e cioccolato. A Strasburgo, c’era anche una giovane donna che sapeva fare la millefoglie al melone, il pollo in crosta di pane, i bocconcini di pesce alla tailandese, il porro tritato e cotto nel lardo al granchio, il pesto di pistacchi, i cannelloni di sardine, lo Smørrebrød agli asparagi verdi, gli involtini di melanzane, il risotto alla zucca, i fiammiferi di pastinaca fritti, gli gnocchi di patate dolci, la tajine di quaglie alle prugne, la tartare di manzo alla coreana, i ravioli al fois gras, gli Spätzle, i Griesknepfle, i Fleischschnaka, il cheesecake al limone, il cheesecake marmorizzato, il cheesecake decadente, il cheesecake chic, il cheesecake Ringo, il cheesecake mojito, il cheesecake piña colada! Dorothée leggeva tutte le ricette, guardava le immagini, pregustava tutti quei piatti, e usciva da quelle ricerche esausta, nauseata, come dopo un’orgia. Ammirava quelle donne che avevano tempo, gusto e talento; la loro vita sembrava tutta rose e fiori! Si citavano a vicenda, dialogavano con le lettrici, mostravano foto della loro cucina, del loro giardino, e per il compleanno di un familiare preparavano con cura delicati manicaretti. Come le sarebbe piaciuto poter fare altrettanto!
Théodore, dal canto suo, aveva una fissa per le verrine da quando era stato invitato a un vernissage in cui avevano servito il cocktail in bicchierini di vetro. Gli strati di vari colori e di diverse consistenze avevano eccitato la sua fantasia, erano come la bandiera di un paese immaginario; si chiudono gli occhi, si porta il cucchiaio alla bocca, e si mangia un paese che non esiste. Spinto dal desiderio di strabiliare i genitori di Dorothée, fu colto dalla frenesia delle verrine, si arrovellò su abbinamenti audaci: salmone-pomodoro-avocado; salmone-pomodoro-formaggio fresco alle erbe-gamberi-avocado; salmone-pomodoro-formaggio fresco alle erbe-cetriolo-gamberi-avocado-rafano. Voleva racchiudere tutto un mondo nella trasparenza del vetro. «È il mio lato artistico», spiegava a Dorothée.
Lei si preoccupava: si sarebbero saziati con degli stuzzichini così? Théodore scrollava le spalle, avrebbero fatto una di quelle cene buffet in cui si mangia in piedi! Dorothée aggrottava le sopracciglia; i suoi tenevano alle loro abitudini: antipasto, piatto principale, formaggio, dessert. Ma Théodore si ostinava nella sua idea. Allora Dorothée si disse contraria alle verrine, e Théodore le comunicò che non si sarebbe occupato più di nulla: lei aveva insistito per invitare i suoi, e allora che se la sbrigasse da sola!
Il giorno del loro arrivo si avvicinava, e non avevano ancora deciso il menu. Dorothée si svegliava in preda all’ansia. Pensò di rivolgersi a un catering, ma le veniva a costare quasi come un ristorante e nessuno ci sarebbe cascato. Alla fine, una settimana prima della cena, decise su due piedi per l’ossobuco: il vantaggio della carne in salsa stava nel fatto che la si poteva cucinare in anticipo, bastava riscaldarla prima di servirla. Bisognava comprare dei tranci di stinco di vitello, però, e quelli non si trovavano al supermercato. Andò da un macellaio di rue du Rendez-Vous che si mostrò molto gentile: le parlò a lungo del vitello che avrebbe mangiato, «un vero vitello da latte», e le indicò anche il tempo esatto di cottura, un’ora e un quarto a fuoco molto lento. «Se ha altre domande, non esiti a telefonare!» Dorothée si sentì rassicurata. Il menu prendeva forma; mancava solo il dessert.
Sapendo che per una bella serata in compagnia la musica è fondamentale, quando aveva tempo si dedicava a creare una playlist (così avrebbe coperto anche le urla dei vicini del piano di sotto, che litigavano quasi ogni sera). Nel vederla annotare titoli, ascoltare brani, selezionarli e decidere in che ordine disporli, Théodore si ricordò che lei, da bambina, suonava il violino. E facendo appello alla sua più fervida immaginazione, cercò di scorgere la bambina che non era più: Dorothée a dieci anni, con il colletto Claudine, un violino sotto il mento, lo sguardo fisso, le mascelle contratte, in una stanza illuminata dalla luce tenue delle mattine di Nantes.
Si rimproverò di averla abbandonata, si offrì di occuparsi del dessert: e se preparava una charlotte alle fragole? Dorothée la trovò un’ottima idea. Si procurò tutto l’occorrente – uno stampo per charlotte, il liquore di fragole, i savoiardi, una frusta per montare i bianchi a...




