Ruiz Palà | da Wenling | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: Amazzoni

Ruiz Palà da Wenling


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-6243-586-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: Amazzoni

ISBN: 978-88-6243-586-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Wenling, originaria della Cina, è arrivata a Barcellona incinta di sei mesi in cerca di un avvenire migliore per i propri figli. Ora, a distanza di dieci anni, gestisce con il marito un centro estetico che è il cuore nevralgico del quartiere Gràcia, frequentato anche da una regista di documentari stravagante e curiosa. Appuntamento dopo appuntamento, manicure dopo manicure, fra le due donne cresce una profonda amicizia, alimentata dai mille problemi di una società che continua a ostacolare l'integrazione e a favorire il pregiudizio. Nel salone di bellezza di Wenling, tra cure di mani e piedi, tagli di capelli e permanenti, lacrime e risate, si affrontano i grandi temi del presente...

Nata nel 1975 a Sabadell, nel 1997 inizia a lavorare per la Televisió de Catalunya specializzandosi in cronaca culturale. Esordisce in narrativa nel 2016 con il best seller Argelagues, che racconta le vicende di tre donne impiegate nell'industria tessile durante la Guerra Civile. Nel 2020 pubblica il suo secondo romanzo, da Wenling, e nel 2022 vince il Premio Sant Jordi con Les nostres mares.
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17


Il cartello di benvenuto recita: Welcome to Hope Village. E sotto: Operation V.I.P. e tra parentesi: Vietnamese Integration Program.

A dirla brutalmente, una selezione di esseri umani nella più pura accezione di Very Important People. Un cartello che avesse ammesso, Benvenuti i sudvietnamiti che non meritano di stare ammassati nelle tende della base marine di Camp Pendleton con tutto il branco di compatrioti non sarebbe risultato idoneo a un’organizzazione internazionale cristiana di soccorso, sviluppo e promozione come Food for the Hungry. Erano loro che avevano comprato e sistemato l’ex sanatorio per la tubercolosi di Weimar, Sacramento, California, e adesso avrebbero fatto del bene riconvertendolo in un centro di smistamento per i rifugiati della guerra del Vietnam. Un peccato veniale che, confusi in quella calca, avessero portato da Camp Pendleton rifugiati importanti come funzionari del governo sudvietnamita, generali, e quel poco di buono dell’ex primo ministro Nguy?n Cao K?.

E VIP, certo, ma non è tutto rose e fiori, all’Hope Village. Le anfitrione di un tempo, quelle che organizzavano i ricevimenti, adesso sono il ficus messo in un angolo che nessuno vede. E lì marciscono. L’ex sanatorio e Camp Pendleton sono come il giorno e la notte, su questo niente da dire, qui si vive come persone. I bambini sono ben nutriti, i letti hanno la testiera e le zampe, il bagno è in muratura, dalla finestra si vedono alberi e cervi che saltellano... Ma non esibire una sfilza di medaglie sul petto significa anche non ricevere telefonate da diplomatici statunitensi, non avere incontri, né lettere di raccomandazione, né possibilità, né un futuro in vista. E contare come il due di coppe quando regna bastoni in un paese straniero è terreno fertile per le nostalgie. Germogliano dallo stesso refugees scritto in fronte e tutto diventa passato, tutto è Saigon, tutto è casa mia, tutto è mia madre, tutto è mio padre, il cibo, Notre-Dame, il fiume, la nebbia, i tramonti...

Ed è così che, trascinando a fatica fiori, stelo e radici, quella ventina di donne, mandate a chiamare, si ritrovano un bel mattino alla reception dell’Hope Village. Oggi sono loro a ricevere a special guest per la prima volta. Loro che masticano un po’ di inglese, sono istruite e beneducate, loro che non sanno ancora di essere le prescelte e che entreranno nel padiglione studio. Aspettate l’ospite qui, sedetevi pure. E meno male perché sennò sarebbero cascate per terra dalla sorpresa.

Fuori dallo schermo è ancora più radiosa. Un’intelligenza scintillante che dovrebbe punire con la cecità chiunque la ammirasse solo per il fisico. Gli ultimi film hanno avuto poco successo, quando non sono stati addirittura un flop, dunque forse nessuna delle venti prescelte sa cos’ha girato dopo Gli uccelli e Marnie. Ma non importa, non avrebbe agito diversamente, non ha esitato un attimo ad abbandonare la carriera. Le si legge in faccia che levarsi di dosso quegli artigli non ha prezzo. E non sto parlando dei corvi, che per poco non le cavano un occhio e se la mangiano viva. Tippi Hedren ha preferito impedire ad Alfred Hitchcock di rovinarle la vita e adesso può fare quello che più le piace, fra un ruolo e l’altro. Certo non sono più quelli di prima: lui le ha fatto terra bruciata intorno, per punirla di non essersi lasciata violentare. Ma c’è sempre un’altra faccia della medaglia. E l’altra faccia della carriera rovinata dalla vendetta dell’onnipotente Hitch contro l’attrice che lo ha affrontato e respinto, è il tempo: ora ne ha molto a disposizione. Per questo Tippi Hedren vuole aprire un rifugio per felini esotici comprati di contrabbando da gente ricca, che se ne sbarazza quando smettono di essere piccoli cuccioli adorabili. Per questo Tippi Hedren è diventata volontaria di Food for the Hungry ed è appena rientrata da un salvataggio di sudvietnamite disperse su gusci di noce nel Mar della Cina. Boat people, i superstiti fuggiti con la prima cosa che hanno trovato dopo essere rimasti appesi a tante altre scale.

Ma la star di Hollywood oggi non è venuta all’Hope Village per lamentarsi o farsi compatire. Vive la sua sofferenza in segreto, per ora non si può dire nulla di quel porco di Hitchcock. Se ne potranno fare salsicce solo dopo la morte, e mancano ancora cinque lunghi anni. Alle prescelte Hedren non vuole neanche parlare della situazione dei compatrioti, di tristezza ne hanno già abbastanza. No, Hedren è una donna che va dritta al sodo e da qualche notte rimugina sull’avvenire delle rifugiate che vivono nel sanatorio dell’Hope Village come anime in pena, così le hanno detto. Che avvenire attende quelle donne che negli USA non hanno né arte né parte?

Hedren è arrivata con varie proposte. Le illustra. Farà venire dattilografe e sarte per vedere se qualcuna di loro è portata, e insegnanti di inglese per quando dovranno difendersi fuori di lì, e non appena lo sapranno leggere bene avranno manuali per imparare a guidare, perché a Los Angeles non si può stare senza macchina, e poi faranno pratica di guida, si è già messa d’accordo con non so chi, e ha pensato pure che... E di colpo Tippi Hedren si interrompe e le guarda.

Sono tutte e venti a bocca aperta, col fiato sospeso. Is everything okay? Are you following me? Hanno seguito le sue parole, chi più chi meno, ma tutte quante non hanno mai staccato gli occhi, quaranta occhi, dalla danza delle sue mani e dall’ovale color corallo, lucido e sontuoso, delle unghie. La più coraggiosa le prende le dita, altre due rimangono incantate a guardarle, e tutte e venti, una dietro l’altra, iniziano a mormorare la loro ammirazione. Hedren capisce in cinque secondi ed esclama, ci sono! ed esce di corsa a cercare un telefono.

*

Tippi Hedren fuga i dubbi in un attimo. I dubbi che erano più dei mariti che delle venti prescelte. Bastoni fra le ruote che non avevano ragione d’essere. Se i vostri mariti non ne vedono il potenziale non c’è problema, darlings, li faremo visitare da oculisti volontari! Diciotto risero sotto i baffi, la più coraggiosa ci mise anche il suono e quella che a Saigon aveva un’attività propria disse che era giunto il momento anche per loro di rimboccarsi le maniche. Hedren captò il segnale: Good! Mostrò loro cosa fanno le squadre di basket prima di scendere in campo, e davanti a quei ventuno piani di mani la decisione fu presa: sarebbero diventate manicuriste. Now, go for it!

Al telefono le aveva detto subito di sì. Ogni sabato, poteva contarci, era una ragazza madre, sapeva che arrangiarsi da sole senza una tribù è complicato, women help women, this is the history! aveva proclamato Dusty Coots, una delle manicuriste più richieste da tutti gli studios di Hollywood e scultrice delle splendide mani di Tippi Hedren. E per otto settimane, ogni sabato, la Coots prendeva la valigetta con gli strumenti di lavoro, volava morta di sonno da Los Angeles a Sacramento, arrivava all’Hope Village, ordinava un caffè bello forte e cominciava la lezione.

Controllava le mani che le venti prescelte si erano fatte l’una con l’altra per prova, ripassavano insieme le tecniche, toglievano lo smalto, mettevano a mollo le dita, rimuovevano le cuticole, tagliavano e limavano unghie, riapplicavano lo smalto. Forza, vi voglio più precise con queste pellicine, la superficie qui deve essere più liscia, i contorni più definiti, lo smalto senza sbavature! Benissimo, ora da capo e meglio di prima! Finché non ci fu più niente da correggere e fecero una festa.

Tippi Hedren era immobile con un cocktail in mano e la testa altrove. La più coraggiosa le si avvicinò: Tippi, a cosa pensi? Sembra che stai per scatenare un uragano! L’uragano si chiamava Attestato di Qualifica Professionale. Un lavoro fatto bene meritava un titolo, le venti prescelte dovevano affrontare il mondo con tutte le garanzie, essere allieve di Dusty Coots non si poteva incorniciare e appendere al muro.

Come scusa accampavano che le iscrizioni erano già chiuse, i gruppi al completo, ci dispiace. Ma li smascherava l’insistenza con cui volevano sapere di che schieramento, cioè, di che parte del Vietnam fossero quelle venti donne. E certo non era l’interesse per la geografia a muovere quei direttori di scuole di estetica che avrebbero saputo a stento trovare l’Honduras sul mappamondo. A nulla valsero le lettere ardenti di Tippi Hedren sulle quali campeggiava il suo nome e il timbro di Food for the Hungry. Tutto inutile. All’inizio rispondevano solo picche.

Finché la coppia che gestiva il Citrus Heights Beauty College non fiutò l’affare e le disse di sì, le prendevano, bastava che venissero vestite di bianco da capo a piedi. E che le venti iscrizioni, ovvio, fossero pagate in anticipo e in contanti. E potevano cominciare.

E con le casacche, i camici, le tute sanitarie e tutti i capi immacolati scovati in un negozio di seconda mano di Sacramento, le venti prescelte salirono sull’autobus. Raggianti, fiere, pronte ad assimilare gli insegnamenti impartiti nelle quattrocento ore di corso dell’accademia.

La sera, tornate al campo, non si sentivano più euforiche ma sfinite e c’era sempre qualche pezzo del guardaroba bianco da lavare. Ma si cambiavano, mangiavano un boccone alla mensa e prima di andare a dormire tornavano nel padiglione studio per ripassare l’anatomia della mano, i componenti degli smalti, l’applicazione delle unghie finte, la pressione corretta di un massaggio. I mariti le guardavano dal padiglione delle camere. Muti.

Si erano invertiti i ruoli e la cosa non finiva lì. L’ex primo ministro...



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