E-Book, Italienisch, 128 Seiten
Schreiber Il tempo della perdita
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6783-548-5
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 128 Seiten
ISBN: 978-88-6783-548-5
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Prima o poi, nel corso della vita, siamo tutti costretti a sperimentare e a confrontarci con dolori che non sappiamo accettare e spiegare: lutti, addii, distacchi. Accade con i nostri cari, ma anche con la perdita di certezze che stiamo vivendo in questi anni. I meccanismi che mettiamo in atto per superare lo sconforto sono allo stesso tempo personali e molto simili, perché c'è qualcosa che accomuna ogni esperienza di dolore. Il libro di Daniel Schreiber nasce e si costruisce nel solco di queste tracce. Muovendosi in una Venezia vigile e silenziosa, l'autore affronta la perdita del padre, e lo fa alla luce dell'esperienza globale dello smarrimento di un intero pianeta che si sta trasformando e di cui la città lagunare è da sempre simbolo letterario e concreto. 'Il tempo della perdita' è un testo che scava nel senso del distacco e lo fa grazie alla bellezza sfuggente di una città, alla ricerca di un approdo e alla riflessione sul senso dell'esistenza.
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II
Dopo essermi lavato la faccia, i denti e aver sistemato i capelli scompigliandoli un po', apro la porta della foresteria e, con il tappetino da yoga sottobraccio, raggiungo il portego, la sala di ricevimento al pianoterra del Centro. Grazie a un rivelatore di movimento, che esita solo qualche istante, due lampadari in stile Liberty inondano la sobria sala dal pavimento di marmo di una tenue luce giallognola.
La facciata principale del Palazzo non dà sul Canal Grande ma sul più piccolo Rio di San Polo, il che è piuttosto singolare per un sontuoso edificio cinquecentesco. È come se costruissimo un piccolo castello lungo la Fifth Avenue, sugli Champs-Élysées o sul viale Unter den Linden, spostando però l'ingresso principale in una strada laterale. La mia stanza si trova proprio accanto all'entrata principale e all'attracco delle barche.
Passo accanto alla piccola fontana, che una volta serviva per avere l'acqua potabile, ma che oggi non è più in funzione, e mi incammino verso la scalinata che porta al mezzanino del palazzo. I primi giorni, il portego mi sembrava un luogo incantato, quasi fosse lo scenario di un film. Nel frattempo mi ci sono abituato. Qualche mese più tardi la direttrice della biblioteca del Centro mi mostrerà le foto dell'ultima acqua alta, immagini che mi ricorderanno quelle di un film di fantascienza. La sala all'ingresso sembra un piccolo lago abbandonato, circondato da alte mura storiche. Non riuscirò a mettere in relazione quelle immagini con lo scenario che invece mi è diventato familiare.
Dev'essere proprio quell'ambientazione scenografica a farmi pensare a Sheila Heti e al suo toccante romanzo Colore puro, che ho letto tutto d'un fiato qualche settimana prima del soggiorno veneziano. La narratrice, che affronta il lutto per la morte del padre, si trasforma per un po' nella foglia di un albero e osserva il mondo da quella prospettiva. Un mondo che il suo creatore presto distruggerà, costretto ad ammettere a sé stesso che il piano non gli è riuscito bene e che deve ricominciare daccapo un'altra volta. «Ed eccoci qui», dice la voce narrante, «a vivere nei titoli di coda del film.»7 Per tanto tempo questa frase ha continuato a risuonarmi dentro.
Mi chiedo quanti di noi provino qualcosa di simile, e mi chiedo anche se questa sensazione collettiva, che in molti avvertiamo, non sia in fondo qualcosa con cui ogni generazione a un certo punto deve fare i conti. Forse ogni generazione prima o poi cede all'illusione di essere prossima alla fine della storia o forse si tratta di uno stato d'animo che si presenta ciclicamente e che, a distanza di qualche decennio, torna a colpirci, in seguito ai cambiamenti radicali che ci tolgono qualsiasi certezza sul futuro. La voce narrante di Heti si chiede se non sia addirittura una fortuna essere stati prescelti a convivere con questa terribile sensazione di fine del mondo. Perché in questo modo ci si avvicina ai morti. Per lei è del tutto comprensibile che nella maggior parte dei racconti apocalittici i morti resuscitino. Se finisce il mondo così come lo conosciamo noi, sentiamo più che mai la loro mancanza. Abbiamo bisogno della loro compagnia. Vorremmo che ci aiutassero ad attraversare questo momento. Pensiamo che anche loro abbiano il diritto di esserci quando cala il sipario.
Potrei far risalire l'inizio del mio lutto anche a quel giorno in cui persi una sciarpa nera che avevo da molto tempo. Dev'essere successo in un albergo, su qualche treno oppure in quel ristorante di Heilbronn in cui mi ero fermato a mangiare qualcosa durante una sosta di due ore. Quando, poco prima di un incontro in una libreria di Schwäbisch Hall, rovistai nella borsa in cerca della sciarpa senza trovarla, capii all'istante che non l'avrei più riavuta. Quella perdita per me fu un colpo. L'intensità dell'emozione mi sorprese, in fondo era solo una sciarpa.
Alcuni giorni dopo, mentre mi trovavo sul treno di ritorno per Berlino, mi resi conto del lavoro di rimozione che c'era dietro. Il mio telefono vibrò e vi trovai un messaggio della simpatica libraia di Schwäbisch Hall: nel fine settimana era andata a trovare i suoi genitori e aveva deciso di passare per Heilbronn, per vedere se la mia sciarpa si trovasse per caso in stazione o al ristorante. La sciarpa non l'aveva ritrovata, ma la sua generosità mi aveva commosso fino alle lacrime, come sempre più spesso mi capitava in quei mesi. Allora capii perché quella perdita aveva assunto dimensioni così sproporzionate. Sentire la libraia menzionare i suoi genitori, mi riportò alla perdita che continuavo a rimuovere con ostinazione. A quella separazione che ancora non si era avverata, ma che stava condizionando sempre di più la mia esistenza sotto forma di un'angosciosa consapevolezza del suo essere imminente.
Erano passati poco più di sei mesi da quando a mio padre era stata diagnosticata la malattia. La presenza della sua figura nella mia vita aveva l'effetto di quella grossa sciarpa morbida. Mi trasmetteva calore e fiducia. Qualcosa che diamo per scontato, qualcosa che pensiamo possa rimanere con noi per sempre.
La cucina del Centro, all'ammezzato del Palazzo, mi ricorda le grandi cucine che ho visto negli Stati Uniti. Frigoriferi enormi dotati di porte in acciaio, un fornello a gas con cinque fuochi e grandi armadi circondano un piano a isola sempre illuminato dalla luce artificiale. Le finestre della stanza non danno sul lato del canale ma sul palazzo di fronte, separato dal Centro da uno stretto vicolo che non lascia filtrare molta luce. Lo spazio della cucina è a disposizione di cinque, massimo dieci persone, che qui si fanno il caffè la mattina e che possono usarlo nell'arco della giornata. Il Centro è un centro studi nel vero senso della parola. Storiche e storici dell'arte, studiose e studiosi di storia, letteratura e musicologia trascorrono qui qualche settimana o mese per lavorare sui loro temi di ricerca, che devono in qualche modo avere a che fare con Venezia. Anche io trascorro dieci giorni al Centro e mi intrattengo con le persone che incontro in cucina, nelle sale di rappresentanza o sul terrazzo, oppure li saluto in biblioteca, sebbene la maggior parte di loro non mi conosca.
Prendo una delle tante caffettiere Bialetti di varie dimensioni che ci sono sugli scaffali, la riempio di acqua, così come faccio a Berlino, metto il caffè nel filtro e accendo il fuoco. Immerso nei pensieri, sento che qualcuno apre la porta e mi dice buongiorno. Mi tiro su all'istante e mi giro, dandomi un contegno.
Non so come avrei superato i mesi precedenti senza tenere ben presente questo concetto di contegno. Mi trovo a ripensare al Diario di lutto. di Roland Barthes e alle sue piccole osservazioni fugaci sulla quotidianità delle persone in lutto, che nelle mie prime letture mi erano sembrate piuttosto banali, ma che ora invece, rileggendole per la terza volta, mi colpiscono. Barthes descrive soprattutto il suo sforzo di tenere un contegno e «non gettare oscurità intorno [a sé]». Ne derivano, così scrive, «una specie di agio, di padronanza che deve fare credere alla gente che io soffro meno di quanto non avrebbe pensato.»8 Non c'è giorno in cui non mi ritrovi in queste parole. È evidente che parlare dei mesi passati, della perdita di mio padre e delle mie paure dinanzi agli inquietanti cambiamenti sociali che attraversiamo mi crea disagio, eppure mi riconosco anche nella presunta leggerezza di cui scrive Barthes. Il mio agire si basa su un'astratta misura di tolleranza sociale che tengo presente. Ho bisogno di compagnia, ho bisogno del mondo, ne ho bisogno ancora di più da quando ho la sensazione di aver già perso molto e di essermi perso anch'io. Non voglio essere di peso per nessuno, anche se questo significa tenere nascosta la vera portata dei miei sentimenti. Se li sfogassi liberamente, farebbero saltare qualsiasi forma di tolleranza. Non mi sono imposto questo contegno, è arrivato in maniera naturale. Proviene da una sorta di pragmatismo comunicativo, è il risultato di un lungo condizionamento sociale, qualcosa che mi aiuta ad affrontare le giornate.
È difficile parlare di fragilità psichica, che va di pari passo con quello che Barthes definisce il carattere «erratico» del lutto.9 La maggior parte delle persone non ha gli strumenti necessari oppure non è pronta a farlo. Di norma non lo sono nemmeno le amiche e gli amici. C'è chi in queste situazioni tende a sparire, ad allontanarsi in attesa che le acque si calmino. Altri invece se la cavano con la telefonata d'obbligo, ma poi dopo qualche settimana fanno come se nulla fosse successo. Capisco tutte queste reazioni senza prendermela con nessuno, anch'io ho reagito così in situazioni analoghe.
Viviamo in un mondo che non lascia spazio a chi è in lutto. La nostra cultura ha abbandonato gli abiti neri, così come tanti altri rituali che erano appartenuti alle generazioni precedenti. Generazioni che erano vissute in epoche in cui la morte arrivava di norma molto prima di adesso, e forse anche per questo si faceva meno fatica a considerarla parte della propria vita. Attraverso mio padre ho potuto quantomeno immaginare cosa significasse affrontare il lutto e la morte in tempi in cui erano ben più presenti nella vita, segnandola maggiormente. Anche mia madre, che come lui era nata poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha un altro rapporto con quel mondo passato, che ha conosciuto direttamente attraverso i genitori e i nonni, e non come me solo dai racconti.
L'idea che abbiamo rimosso la morte dalla nostra vita con tutti i mezzi possibili e immaginabili fa ormai parte dei luoghi comuni della storia della cultura. Di...




