E-Book, Italienisch, 268 Seiten
Reihe: Narrativa
Sonmez Istanbul Istanbul
1. Auflage 2016
ISBN: 978-88-7452-621-5
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 268 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-621-5
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Una cella, quattro uomini, dieci giorni, una moltitudine di storie: un dottore, un barbiere, uno studente e un vecchio rivoluzionario sono incarcerati in una stanza angusta e gelata nei sotterranei di Istanbul. Fra gli interrogatori, le torture, il tempo sospeso e l'immobilità forzata cui sono inchiodati, scoprono l'incanto e il potere della parola come unica via di fuga possibile. I protagonisti di questo libro, come nel Decamerone, trascorrono il tempo della loro segregazione raccontandosi storie ed è cosí che, in una narrazione corale, svelano il filo che li lega e il motivo per cui si trovano imprigionati: nella Istanbul sopra la cella, quella che vive e brulica tra bellezza e orrore, qualcosa sta per accadere, un cambiamento, una rivoluzione... Ed è la città, con tutti i suoi contrasti, le sue contraddizioni e le infinite realtà che la compongono, la vera protagonista del libro: la Istanbul 'di sopra' insieme alla Istanbul sotterranea, quella della speranza e della luce mescolata - fin dal titolo - alla sua gemella, quella dell'ombra, dell'arroganza degli uomini, della brutalità del potere.
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2° giorno
Il Dottore racconta:
“Vecchio Küheylan, pensavi che questa cella fosse Istanbul? Adesso siamo sottoterra; sopra di noi ci sono strade e palazzi ovunque. La città si estende da una parte all’altra dell’orizzonte, anche il cielo fa fatica a ricoprirla tutta. Sottoterra non c’è differenza fra est e ovest, ma se osservi il vento sopra, ti accorgerai che si incontra con le acque del Bosforo e dalla collina si può distinguere il color zaffiro delle onde. Se avessi visto per la prima volta quella Istanbul che tuo padre ti ha raccontato dal ponte di una nave e non da questa cella, avresti capito, vecchio Küheylan, che questa città non è fatta di tre muri e una porta di ferro. Quelli che arrivano da lontano con la nave, vedono per prima cosa le Isole dei Principi sulla destra, avvolte dalla nebbia. I loro profili possono sembrare stormi di uccelli fermi lí a riposare. A sinistra, le mura che si protendono sinuose come un serpente lungo tutta la costa finiscono per imbattersi in un faro. Col dissolversi della nebbia, i colori si moltiplicano. Rimani in contemplazione degli eleganti minareti e delle cupole come se stessi guardando i tappeti appesi ai muri del tuo villaggio. Quando ti immergi nel disegno di uno di quei tappeti, immagini che una vita che non conosci continui a scorrere senza di te in un altro mondo; ora, quella nave ti sta portando nel cuore di quella vita. Un uomo è fatto del respiro che fa in un sospiro. Una vita non basta, ti dici. Pensi che la città, che si espande con le mura all’orizzonte, le torri e le cupole, sia un nuovo cielo.
“Sul ponte il vento si prende lo scialle rosso di una donna e lo porta a riva prima della nave. Tu ti mischi alla folla e come quello scialle vaghi per le strade di ciottoli. Arrivato alla Torre di Galata, fra le grida dei venditori ambulanti, tiri fuori il tabacco e ti fai una sigaretta. Ti fermi a guardare una donna anziana che camminando a fatica tiene una pecora al guinzaglio. Un ragazzo le grida: ‘Vecchietta, dove vai con quel cane al guinzaglio?’ La vecchietta si gira, guarda la pecora e rivolta al ragazzo risponde: ‘Sei cieco? Pensi che questa pecora sia un cane?’ Tu segui la donna. Un giovane che le viene incontro le chiede la stessa cosa: ‘Nonna, porti a spasso il tuo cane?’ Lei di nuovo si volta, guarda la pecora e dice: ‘Non è un cane, è una pecora, hai bevuto stamattina?’ Poco dopo, un altro: ‘Perché porti al guinzaglio quel cane rognoso?’ Piú avanti le strade si svuotano, le voci si spengono. Quando la vecchietta gobba si accorge di te, ti chiede: ‘Sono diventata pazza, vecchio? Credo che questo cane sia una pecora. Quando la mia mente si è svuotata, anche il mondo si è svuotato. Siamo rimasti io, te e questo strano animale’. Mentre la donna parla, tu guardi l’animale al guinzaglio. Che cosa vedi? Un cane o una pecora? Hai paura che a Istanbul un giorno cominciato nel dubbio sia la promessa di una vita piena di dubbi.
“La vecchia si allontana a fatica trascinando l’animale. Tu non la guardi, ma guardi le opere dell’uomo intorno a te. Gli uomini hanno costruito torri, statue, piazze e mura che non sarebbero potute nascere dalla terra. Il mare e la terra sono piú vecchi dell’uomo, la città è una creazione dell’uomo. Capisci che la città è stata fatta dagli uomini e che è legata a loro come il fiore all’acqua. Cosí come la bellezza della natura, la bellezza della città è nella sua esistenza. Pietre irregolari diventano la porta di un tempio e pezzi di marmo si trasformano in una statua solenne. Per questo non credi di doverti stupire se in città le pecore sono cani.
“Passeggi fino a quando il sole cala dietro ai tetti. Bevi acqua fresca da un’antica fontana per strada. Quando senti un cane che abbaia, alzi la testa e guardi in direzione del suono. Vedi lo scialle rosso; il vento l’ha preso e da Galata lo sta riportando verso il mare. Che strano viaggio che è la vita. Lo scialle che è venuto dal mare ritorna al mare e ti chiedi dove ritorneranno gli abitanti della città. Cammini a passo pesante verso la strada da cui hai sentito provenire l’abbaiare del cane, come se il segno che stavi cercando fosse là.
“L’odore ti porta piú avanti fino a un cortile in rovina e da lí ti conduce al fumo che si alza. Ti avvicini e guardi sopra il muro. Tre ragazzi sono seduti per terra, stanno piacevolmente bevendo del vino mentre la carne cuoce sulla brace. Uno dei tre sussurra tranquillo una canzone. Vedendo per terra il pelo della pecora e il guinzaglio, capisci che si tratta della pecora della vecchietta.
“Quelli erano i ragazzi che per tutto il giorno avevano preso in giro l’anziana donna e l’avevano seguita. La vecchietta era stata raggirata e, convintasi che l’animale che aveva al guinzaglio fosse un cane, l’aveva sciolto. I tre ragazzi avevano cosí preso la pecora e, arrivati di corsa nel cortile, si stavano preparando festosamente al banchetto”.
Il vecchio Küheylan, che non aveva mai distolto lo sguardo da me, si mise a ridere. Come avevo imparato da Demirtay lo Studente, ripetei l’ultima frase: “I tre ragazzi avevano cosí preso la pecora e, arrivati di corsa nel cortile, si stavano preparando festosamente al banchetto,” e Kühyelan rise ancora di piú.
“Sei bravo a parlare, Dottore,” disse, “ma la mia voce interiore mi dice ancora che questa cella è Istanbul. Mio padre parlava tanto di Istanbul che a volte confondevo la realtà con il sogno.
“Da bambino non sapevo mai se le storie della città sotterranea, che si estendeva da un capo all’altro delle mura, o quelle delle persone scomparse che vivevano nei cimiteri e uscivano solo di notte, fossero vere o un racconto delle È come dici tu, Dottore, la vita è uno strano viaggio. Due settimane fa, nella stazione di polizia di un villaggio lontano, sono stato bendato e, dopo essere passato per un corridoio buio, ho aperto gli occhi nella Istanbul di mio padre”.
Quando parlava, il vecchio Küheylan muoveva le mani, tastava l’aria e si metteva due dita davanti alla bocca come se stesse fumando una sigaretta. “La sera, a casa, mio padre faceva le ombre sul muro alla luce della lampada a gas; con le sue dite abili costruiva città. Era cosí che raccontava Istanbul. Faceva ombre lunghe per i battelli e ancora piú lunghe per i treni, e poi faceva l’ombra di un giovane uomo che aspettava vicino a un albero. Quando ci chiedeva che cosa aspettasse quel giovane, noi rispondevamo tutti insieme: ‘La sua amata’. Ma lui faceva le cose al contrario, rinchiudeva il giovane in una cella sotterranea, lo spediva in un covo di ladri e solo quando avevamo perso ogni speranza lo faceva riunire alla sua amata. Diceva che Istanbul era molto grande, che dietro ogni muro c’era una vita diversa e che dietro ogni vita c’era un muro diverso. Istanbul è come un pozzo: profondo e stretto. Alcuni sono intossicati dalla sua profondità, altri schiacciati dalla mancanza di spazio. Mio padre era solito dire: ‘Vi racconterò una storia vera di quella Istanbul che ho visto con i miei occhi’. Raccontava la storia e intanto ne proiettava le immagini sul muro con le dita e ci trasportava fuori dalla nostra piccola casa per portarci in quella città sconosciuta che era nata alla luce della lampada e che racchiudeva le nostre notti nella sua vastità. Sono cresciuto con le storie di mio padre, Dottore. Conosco bene questa porta, questi muri e questo soffitto buio; il posto che lui raccontava è questo”.
“È solo il primo giorno, Küheylan. Non essere precipitoso, lascia che passi un po’ di tempo”.
“Dottore, mentre raccontavi la tua storia mi sentivo come se fossi qui da molto tempo. Adesso è giorno o notte?”
“Non so. Si capisce quando è mattina perché ci portano da mangiare”.
I carcerieri di solito la notte uscivano, andavano a caccia. L’unico momento in cui riuscivamo a dormire e a tirare un sospiro di sollievo era quando prendevano una nuova vittima. Questa, tuttavia, non era la regola. Ognuno aveva il proprio metodo. Poteva succedere come a me, che ero stato torturato ininterrottamente giorno e notte per i primi cinque giorni senza essere mai portato in cella.
“Vediamo un po’, cosa c’è oggi da mangiare?”
“Perché, il menu cambia ogni giorno?”
“Sí, pane e formaggio ogni giorno sono diversi. A volte il pane è vecchio, a volte molto vecchio. Anche il formaggio a volte ha la muffa, a volte puzza. Il cuoco ci prepara sempre un menu diverso”.
Il vecchio Küheylan si mise a ridere. Da due ore era seduto con la schiena contro il muro e le gambe rannicchiate. Le ferite sul volto si erano gonfiate, era pieno di lividi. Solo gli occhi luccicavano. Si chinò in avanti, sistemandosi la giacca che aveva sulle spalle. “Non viene nessuno?” chiese a Demirtay che era in piedi davanti alla grata.
Demirtay si voltò e si accovacciò. Scosse la testa con aria abbattuta. “Se dovesse venire qualcuno sentiremmo il rumore del cancello di ferro,” disse.
“Quando la ragazza è stata portata via non ha detto niente?”
“Non ha aperto bocca”.
Mentre Küheylan dormiva, avevano portato via la ragazza della cella di fronte. Era preoccupato per lei, per questo faceva domande a Demirtay.
Il vecchio Küheylan era stato torturato per due settimane in un campo militare ed era stato portato qui dopo un lungo viaggio. Aveva viaggiato con una ragazza ammanettata come lui, insieme a quattro guardie armate. Dai mormorii delle guardie aveva capito che erano partiti da un po’ e che la ragazza arrivava da un posto ancora piú lontano. Per...




