Stepnova | Le donne di Lazar' | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 448 Seiten

Reihe: Amazzoni

Stepnova Le donne di Lazar'


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-6243-390-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 448 Seiten

Reihe: Amazzoni

ISBN: 978-88-6243-390-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
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Lazar' Iosifovi? Lindt, nato nell'anno che apre il '900 in un oscuro villaggio ebreo, compare a Mosca nel '18 con nient'altro che un quaderno logoro e la testa infestata dai pidocchi. Mente straordinaria, destinato a un brillante futuro da luminare della scienza, figura contraddittoria divisa fra la razionalità, l'impossibilità di vivere i sentimenti più profondi e il potere derivante dai privilegi che gli verranno concessi in virtù del suo genio, nella sua vita eccezionale incrocerà il destino di tre donne - la moglie del suo mentore universitario, da lui amata senza speranza, la giovane sposa strappata alla propria esistenza dal matrimonio forzato e la nipotina orfana e grande promessa della danza - in una saga di amore, perdita e talento che abbraccia la storia russa del XX secolo, dagli ultimi anni dell'Impero zarista al decennio successivo al crollo dell'URSS passando per la rivoluzione bolscevica e l'epoca del potere sovietico.

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CAPITOLO 2
MARUSJA


Comparve a Mosca dal nulla, come se Dio l’avesse creato direttamente sulla soglia della Seconda Università statale della città, in un mattino di gelo scricchiolante del novembre 1918. Se disponete di un’immaginazione pronta di sicuro avrete già davanti agli occhi un ventaglio di cupi dagherrotipi anneriti dal tempo: freddo, fame, rovina, cannibalismo sfrenato, orrore, fratricidi, tifo.

A Mosca, in realtà, le cose non andavano così malaccio. Da marzo del ’18 era tornata a essere la capitale: certo, non era ben chiaro di quale Stato, ma il frettoloso trasferimento del governo da Pietrogrado garantiva che per le strade non vi fossero sciacalli intenti a banchettare sui cadaveri. Nel teatro intitolato all’attrice Komissarževskaja, un pubblico per nulla gonfio dalla fame si accalcava per le repliche della Lisistrata di Aristofane, la squadra di calcio del club sportivo Zamoskvoreckij vinceva il campionato della città, e sui campi da tennis di ulica Petrovka dominava Vsevolod Verbickij, attore del MCHAT1, aitante beniamino delle folle, che in quello stesso 1918 si aggiudicava il primo torneo di tennis della Mosca rivoluzionaria. Andavano di moda – sul felice esempio di Sverdlov – giacconi di pelle unisex che crocchiavano gradevolmente, ci si poteva procurare di tutto da chiunque, e le brunette dagli zigomi larghi continuavano a fare occhi dolci e piedino come ai vecchi tempi, in quell’epoca di pace forse addirittura un po’ noiosa. La discontinuità nei rifornimenti alimentari e la prossimità di tedeschi e masse di soldataglia più o meno ubriache non sembravano indiscutibili presagi dell’Apocalisse. Piuttosto erano gli inevitabili costi di un’enorme frattura: una correlazione tanto stretta quanto sgradevole, come una magnifica serata in campagna e le zanzare, l’innamoramento e il matrimonio, gli eccessi del carnevale e un pesante bruciore di stomaco rappreso dietro lo sterno.

D’altro canto, a Mosca si erano accumulati un’enorme quantità di gente dal destino spezzato e avanzi di umanità sprovveduta: la rivoluzione appena conclusa aveva sradicato non già ceti interi ma popoli. In particolare molti erano gli ebrei, a cui lo Stato sovietico, in un impeto iniziale, aveva concesso davvero tutto. Sbigottiti, goffi, persi al di fuori dei loro abituali territori delimitati, si riversavano nella capitale – forse alla tribolata ricerca dell’impossibile felicità ebraica, forse per accertarsi di persona che era finita, che non dovevano più soffrire. Ormai era sicuro. I più furbi e i più svegli, come sempre accade, iniziavano già ad ambientarsi, adattarsi, adeguarsi: chi si occupava di affarucci, chi di soldi in deprezzamento vertiginoso, chi di incarichi prima inesistenti, piano piano, a poco a poco o, per dirla con le parole di un belluino antisemita nonché grande scrittore russo, a passi cauti.

D’altro canto, c’era chi non aveva il minimo bisogno di adattarsi, dato che i migliori figli del popolo ebraico erano stati diretti partecipanti e ispiratori della rivolta russa (e, va detto, partecipanti irragionevoli e ispiratori implacabili). Peraltro, furono esattamente loro le prime vittime dei demoni messi in libertà quando, dopo alcuni anni di intermittente splendore, la gigantesca scrofa imperiale si alzò con un grugnito dal fango secolare e si mise a divorare con indifferenza i suoi cuccioli, senza particolare distinzione tra kasher e non kasher. Ma all’inizio dell’era sovietica, ah, erano un esercito santo e furibondo, quei giovani commissari, quegli antichi figli di Abramo! Incorruttibili, fanatici, spietati, magnifici nel proprio eroismo insensato, furono loro a dare alla rivoluzione russa quel suo marcato sapore giudaico, a causa del quale decenni dopo finirono per sputare con rabbia chi veleno, chi autentico sangue. A seconda, come diceva l’accademico Lindt, del lato da cui si osservava.

D’altro canto, lo stesso Lindt non apparteneva né alla classe dei mercanti né a quella dei commissari, e in generale, a dire il vero, nella sua condizione di ebreo non vedeva quasi né utilità né vantaggio. Considerava gli ebrei un popolino pavido e bonario con un destino storico di infinita sventura. Be’, giudicate un po’ voi: secoli di piccoli commerci nonché piccole umiliazioni, una vita sul chi va là, notti passate a trasalire e a rannicchiarsi sapendo che, per quanti sforzi si facciano, al primo battibecco vi cacceranno comunque fuori con armi e bagagli. E in più vi riempiranno di botte. Così, perché vi togliate dai piedi e non appestiate l’aria col vostro aglio.

– Sai, Lazar’, un ebreo antisemita è ancora più odioso di una suora puttana! – disse con una smorfia Caldonov, uno dei padri fondatori della moderna idro e aerodinamica, accademico, brillante colonna della scienza sovietica e figlio della Russia fino al midollo, tanto da non avere bisogno nemmeno del passaporto. Bastava guardargli il naso molliccio, le ciglia incolori e i tratti comuni della sua semplice e robusta fisionomia, e in un istante – come in uno scorrimento veloce – si sarebbe vista tutta la lineare storia degli agricoltori russi, con le grida e i fischi, il lavoro forzato e una altrettanto forzata, quasi condizionata, felicità.

– Smettetela, Sergej Aleksandrovic, ma quale antisemita! – disse Lindt digrignando i denti forti e ben fatti. – Io parlo solo per un senso di giustizia. Non si può definire grande e scelto da Dio un popolo che ha bruciato invano tutto ciò che aveva, compreso il proprio tempio, e poi per migliaia di anni si è nutrito esclusivamente di ricordi piagnucolosi. Non sono riusciti neppure a tramandare una chiara eredità culturale!

– Dio mio, Lazar’, che dici? E la Bibbia? – si inquietò Caldo-nov, che pure era nato nel 1869 ma per il quale ancora nel 1934 il talento divulgativo e i pugni saldi del diacono, che aveva inculcato nel suo ottuso gregge di campagna la teologia e l’amore per Dio, non avevano perso la propria efficacia educativa. – E la Bibbia dove la metti?

– Quale Bibbia, Sergej Aleksandrovic, vi supplico! – Lindt scoppiò in una risata. – Chissà chi l’avrà scritta, e non nominatemi le Upanis·ad o la Torah! Io parlo di eredità culturale, non di fantasticherie religiose. Dov’è la grande letteratura dei vostri giudei? Dov’è la pittura? L’architettura, dov’è?

Caldonov si fece mentalmente il segno della croce e sempre mentalmente mormorò un familiare e rassicurante “dacci oggi il nostro pane quotidiano”: parole quasi prive di senso, ma che come un balsamo lenivano i dolori e le ferite più ruvide dell’anima. E all’unisono pregarono, non udite e non viste – seppure in un’altra lingua, ma lo stesso Dio –, le generazioni degli antenati di Lindt, pellegrini silenziosi, disperati ebrei erranti, che non avevano prodotto né elaborati palazzi, né tele di ampio respiro, né sculture dalle natiche floride: niente che non si potesse abbandonare senza rammarico dopo l’ennesima cacciata. Ma quella tendenza alla preghiera – incessante e amara – ha permeato l’intera cultura mondiale, al punto che in ogni angolo spiccano ora nostalgici occhi ebrei, ora non meno nostalgici nasi ebrei. Loro – ossia voi, perdio –, voi siete la prima causa divina e la prima fonte spirituale di ogni ragionevolezza e civiltà. Vuoi mettertelo in testa, Lazar’?

Lindt scrollò le spalle: porcherie, tanto più se religiose, in vita sua non se n’era mai messe in testa.

Talvolta Caldonov aveva l’impressione che il Creatore avesse cacciato in tutta fretta la geniale natura di Lindt dentro il primo corpo terrestre che si era trovato davanti, come se Egli stesso non avesse avuto la forza di tenere tra le mani quella natura. Come una patata cotta, bollente, carbonizzata, col lato zuccherino fessurato, che prima ti passi da una mano all’altra, tentando di farla raffreddare, e poi butti fra l’erba invisibile della notte – ma va’ in malora, scotti troppo, non ce la faccio... be’, se non altro non sei finita in una cacca di mucca, meno male.

Il corpo che Lindt si era ritrovato era misero, esile e nervoso, tanto che l’intirizzito soldatino dai grandi orecchi, che piantonava l’ingresso della Seconda Università statale di Mosca nel novembre 1918, sulle prime l’aveva scambiato per un piccolo vagabondo: gli stracci che indossava erano così verosimili che sembrava uscito da una messinscena teatrale. Vorrà l’elemosina, aveva ragionato fra sé la guardia rossa, e quasi con affetto aveva ordinato:

– Togliti dai piedi, ebreuccio, non c’è niente da sgraffignare qui. Sono tutti signori studiati. Non hanno da mangiare neanche per loro.

– Devo andare da Caldonov, Sergej Aleksandrovic – aveva spiegato l’ebreuccio con tono gentile, da adulto.

E con fermezza aveva aggiunto:

– Riferite, per favore.

Lindt fu condotto nell’ufficio di Caldonov dal segretario della facoltà di Fisica e matematica (con i suoi dipartimenti di Scienze naturali, Matematica e Chimica farmaceutica). Di fatto, era come se la facoltà e il segretario non esistessero perché la facoltà intera, con tutti i dipartimenti, era ancora di là da venire, mentre il segretario, per non ammattirsi, viveva cronicamente immerso nel suo confortevole passato da libero docente universitario – con lo stipendio sicuro e l’afflato etico-spirituale che ben si addicevano al suo titolo. Lindt, però, ignorando tali circostanze, non trovava nella situazione proprio niente di folle o di hoffmanniano. D’altronde, era estraneo alle vuote speculazioni sulla vanità delle cose terrene e ai capricci isterico-esoterici. In ciò non era un russo e,...



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