E-Book, Italienisch, 228 Seiten
Terrin Il guardiano
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7091-964-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 228 Seiten
ISBN: 978-88-7091-964-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Harry e Michel, in servizio nel garage sotterraneo di un lussuoso condominio, scandiscono giornate sempre uguali tra turni di guardia e giri d'ispezione finché qualcosa di insolito spezza la loro routine: improvvisamente tutti i residenti - tranne uno - lasciano il palazzo in gran fretta. Sicuramente in città è successo qualcosa di terribile, forse un'esplosione nucleare, forse un virus, forse addirittura una guerra; ma Harry e Michel non possono saperlo, perché dall'esterno, al di là del blindatissimo cancello d'ingresso che non possono varcare, non arriva nessun rumore. Fuori, un mondo indecifrabile, un «deserto dei Tartari» muto e inquietante; dentro, una fortezza inespugnabile dove Harry e Michel, ligi al dovere, non possono che aspettare gli ordini dell'onnipotente Organizzazione da cui dipendono, ma che sembra essersi dimenticata di loro. Con divertita ironia, Peter Terrin tratteggia i tic dei due protagonisti nella semioscurità claustrofobica del seminterrato deserto: il veterano Harry, così compreso nel suo ruolo da vedere il pericolo anche nell'arrivo del furgone delle provviste, e lo spaesato Michel, maniaco dell'ordine e della pulizia, che fa il bucato, cuoce il pane ed è più attento allo sgocciolio dello sciacquone che al pericolo di un attacco esterno. Come Vladimiro ed Estragone, Harry e Michel aspettano il loro Godot, ma quando finalmente qualcosa succede, con l'arrivo di un terzo guardiano, la paranoia di Harry prende il sopravvento e la situazione precipita. In un crescendo di suspense, Michel si ritrova coinvolto, e i lettori con lui, in una spirale di eventi che mettono a nudo la fragilità di un uomo lasciato solo a decidere il proprio destino quando tutto intorno è incomprensibile.
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Due
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«Chi ti ha mandato?»
Il guardiano continua a puntarsi la torcia davanti ai piedi, sopraffatto, immagino, dal grido di Harry, che rimbalza sui muri e lo bombarda da ogni lato.
«Per chi lavori?»
«Per l’Organizzazione», dice una voce tranquilla e profonda.
«Ti teniamo sotto tiro. Metti la torcia per terra, con la luce verso il basso. Poi fa’ tre passi indietro.»
Vedo il fascio di luce che si restringe, si concentra in un cerchio abbagliante, poi viene inghiottito dal cemento.
«Dove sono i tuoi colleghi?»
«I miei colleghi?»
«I due guardiani. I tuoi compagni.»
«Non lo so. Sono da solo.»
«Sei da solo?»
«Sì.»
«Senza colleghi?»
Ci pensa un momento, evidentemente, poi risponde: «Siete voi i miei colleghi.»
Harry non dice più niente. Non si alza. Lo sento aspirare profondamente l’aria nei polmoni. La delusione è stata potente. Decido di fare la prima mossa: ordino al guardiano di spostarsi più indietro. Conto i passi, arrivato a cinque dico stop. Mentre vado a prendere la torcia, anche Harry si muove per darmi copertura e per non spararmi per sbaglio nella schiena.
Dirigo il fascio di luce sul guardiano e vedo immediatamente l’uniforme conosciuta, la piega dei pantaloni, lo stemma: è uno di noi. La cosa strana è che l’uniforme sembra stare in piedi da sola, sembra avvolgere una figura gigantesca che però non c’è. Poi sotto il berretto vedo il bianco degli occhi, luccicano come due lampadine. Solo con l’aiuto della mia immaginazione e del luccichio opaco della sua pelle nerissima distinguo la testa contro l’oscurità del seminterrato.
Sottobraccio tiene una grossa scatola di cartone, il fondo incurvato per il peso. Regge la scatola senza sforzo, distrattamente, come se neanche si rendesse conto di averla.
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La torcia rovesciata sul pavimento proietta un riflesso sul soffitto. È come se ci riparassimo dall’oscurità sotto un telo di luce. Non so cosa sto mangiando. Riconosco il gusto: è frutta, sciroppata, devo averla già mangiata in passato. Non mi viene il nome e in questo momento non me ne importa un accidente. Con la mano sinistra stringo un barattolo enorme, almeno cinque volte quello della carne, è tutta per me. Mi concentro sul cibo, ingoio avidamente la polpa dolce e scivolosa, mastico quel tanto che basta per non strozzarmi con i bocconi. Pesca. Ho le vertigini per l’eccitazione e la fretta. Harry mangia dei würstel, se li caccia dentro le guance, beve anche un po’ del liquido in cui sono conservati. Mangiamo come se la scatola di cartone non fosse piena zeppa di barattoli. Forme e colori fuori dal comune, per di più, roba che noi non vedevamo da anni ma che non sembra interessare il guardiano. Non parla, ci guarda con indifferenza. È seduto sul pavimento dall’altra parte della scatola e della torcia. Noi, inginocchiati, pieni di diffidenza, non lo perdiamo di vista, come se da un momento all’altro potesse riprendersi il cibo.
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Harry afferra la torcia e la punta da vicino sulla faccia del guardiano. Ha il bianco degli occhi giallastro ma non malsano. L’iride è così scura che nemmeno si vede: le pupille, che per questo motivo sono sfacciatamente grandi, sembrano andare contro le leggi della natura e dilatarsi sotto la luce violenta.
Alla domanda di Harry su cosa stia succedendo fuori, il guardiano alza le spalle. Sostiene di aver passato un’ora o due sul sedile posteriore di un veicolo, quando l’hanno portato qui. Non è riuscito a vedere niente e non ha sentito niente. Chiede timidamente dove ci troviamo; no, non lo sa, l’hanno prelevato senza spiegazioni e l’hanno scaricato qui. Nel suo precedente incarico gli era proibito comunicare con il suo collega, che occupava una postazione un po’ più in là. Non sa perché, ci aveva fatto l’abitudine, gli avevano insegnato a non fare domande. Era un magazzino fuori mano, ma di più non sa dire, o non può. No, non ne ha idea, ma qualunque cosa fosse aveva delle dimensioni enormi. Tranne il suo collega, il guardiano non ha mai visto nessuno in quel complesso. Forse c’erano cinquanta guardiani, forse solo due. Parla con tranquillità, una parola dopo l’altra; le cose stanno così.
La sua barba è molto inusuale, perlomeno ai miei occhi, gli occhi di un bianco. I suoi peli sono ammassati in palline dall’aspetto ruvido e duro. Sulle guance sono distanti, smarrite, come se si sentissero fuori posto. Sul mento sono più fitte, ma non abbastanza da coprire tutta la pelle.
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Harry si tiene in disparte. In quelle prime ore risente ancora troppo del colpo che ha incassato per potersi occupare del guardiano. Con assenso silenzioso accoglie la mia proposta di rimettere temporaneamente in funzione tre luci. In fondo dobbiamo dare al guardiano la possibilità di prendere confidenza il più velocemente possibile con le caratteristiche di questo posto.
Mentre io e il guardiano ci mettiamo al lavoro con sedia, sgabello e plafoniere, e Harry si è appostato accanto al cancello, rifletto sull’odore specifico che ho notato dopo aver mangiato la frutta sciroppata, quando la tensione era diventata un po’ più sopportabile. Ricolleghiamo le luci lungo l’asse longitudinale del seminterrato, che abbiamo suddiviso ordinatamente in segmenti uguali, ma manca ancora parecchio per illuminare tutti gli angoli. Il guardiano riceve in dotazione una piantina del seminterrato e mantiene il possesso della sua torcia, che dondola dalla cintura dei pantaloni attaccata a un gancio che i nostri pantaloni non hanno. Ho stabilito che l’odore del suo corpo ricorda quello di zoccoli di cavallo bruciacchiati, anche se fortemente diluito.
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Harry si guarda la punta delle scarpe, digrigna i denti, i muscoli tesi della mascella gli deformano il viso. Il guardiano fa un passo indietro, con discrezione. Dovrà pur dormire da qualche parte, ma ci sono solo due letti: in realtà quando il guardiano è di riposo sono liberi tutti e due, perché da qui in avanti sarà sempre di turno almeno una coppia di guardiani contemporaneamente.
Per la sedia e lo sgabello ho escogitato un sistema a rotazione. Ogni due ore ci si scambia di posto, in modo che uno a turno deve sedersi per terra o stare in piedi. Vale solo di giorno, durante le ore in cui siamo tutti svegli, e non include il tempo in cui siamo di ronda.
Potevamo applicare un sistema simile per spugne e asciugamani, che vengono lavati una volta a settimana, ma alla fine Harry non è riuscito ad accettare l’idea. Dopo qualche minuto ha proposto bruscamente di rinunciare alla sua federa, da cui avremmo potuto strappare un pezzo da usare come spugna e asciugamano.
Il guardiano ha detto che era un’ottima proposta e ha ringraziato Harry per la sua generosità. Non mi è sembrato che il suo tono fosse ambiguo, ma forse mi sbaglio. Il guardiano parla sempre con lo stesso tono profondo, con un ritmo sempre uguale: è difficile capire come intenda realmente le cose. La sua faccia rimane la stessa. È scolpita grossolanamente, come il resto del suo corpo; in combinazione con l’uniforme evoca le immagini d’archivio dei dittatori militari dell’Africa nera.
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«Harry ti ha raccontato qualcosa dell’edificio?»
«No», dice il guardiano. «Harry non l’ha fatto.»
Abbiamo appena incominciato il giro d’ispezione e mi sento in dovere di parlare. È la prima volta che siamo da soli, in reciproca compagnia. Faccio fatica a credere che Harry non abbia scambiato una sola parola con il guardiano durante le cinque ore in cui io dormivo. Forse è solo questione di resistere, forse dopo un quarto d’ora di silenzio diventa naturale non parlare, e per tutti e due continuare a star zitti diventa più semplice e perfino più piacevole.
Mentre camminiamo fianco a fianco faccio da guida al guardiano, i miei passi precisi mettono in chiaro che non saltiamo nemmeno un angolo del seminterrato. È come un ballo che lui non padroneggia ancora a fondo, anche perché i suoi passi sono più lunghi dei miei, meno agili. Per quanto riguarda il giro d’ispezione sono un istruttore migliore di Harry. Di tanto in tanto il guardiano accende la sua torcia, perché nelle parti più buie non riesce più a seguirmi.
Tornando verso gli ascensori, dico: «È meglio evitare di parlare in prossimità del cancello.»
«Sì, capisco.»
«L’edificio ha quaranta piani.»
«Quaranta», dice. «Quaranta piani.»
Sembra che metta in dubbio la cifra. Qualcuno gli ha detto un’altra cosa? O se ne aspettava più di quaranta?
«C’è un atrio al pianterreno, ma non serve a niente, perché lì non c’è un ingresso. L’ingresso è questo.»
Ci fermiamo davanti ai tre ascensori, strano retaggio di un passato lontano a cui veniamo a dare un’occhiata.
«Residenti, domestici, ospiti.»
Non rimane particolarmente colpito. Non mi chiede spiegazioni. Mi dà l’idea di un uomo che non si lascia facilmente impressionare, o sorprendere. Vive protetto dal suo corpo, nella sua fortezza. Dove quel corpo si trovi, in compagnia di chi, in quale situazione, è irrilevante: è...




