E-Book, Italienisch, 200 Seiten
Reihe: Amazzoni
Tóth Gli occhi della scimmia
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6243-698-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 200 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-698-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
In un paese sinistro senza nome e senza tempo, dove una devastante guerra civile ha lasciato la società divisa tra gli agiati filogovernativi e una massa di poveri confinati in zone ai limiti della sopravvivenza, Giselle e il dottor Kreutzer si incontrano. La donna, sull'orlo di un crollo emotivo dopo essere stata seguita per settimane da un giovane sconosciuto, si affida alle cure dello psichiatra, e mentre la terapia la spinge a immergersi nella storia della sua famiglia, anche l'uomo rivive la propria, barcamenandosi tra l'eredità della madre appena scomparsa e la fine di un matrimonio. Un romanzo sofisticato fatto di vite che si sfiorano appena: storie di donne e uomini, mogli e mariti, madri e padri, mentre il potere e i suoi meccanismi lavorano instancabilmente per seppellire il passato. Una distopia dal ritmo di un poliziesco, pervasa da un raffinato umorismo dalle tinte grottesche.
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strada bagnata dalla pioggia
Mi affrettai a salire su un altro vagone della metro ma il tipo che era sulle mie tracce si accorse di dove andavo. Mi venne dietro. Si lasciò cadere sul sedile di fronte e rimase a fissarmi imperturbabile per tutto il tempo. Tentai di evitare il suo sguardo affinché non fosse stimolato dal contatto visivo. So che in momenti del genere non bisogna guardare le persone in faccia perché due occhi puntati addosso potrebbero essere considerati un incoraggiamento, nella peggiore delle ipotesi perfino una provocazione. Lì trovano una giustificazione alle loro psicosi, lo specchio in cui scorgere sentimenti torbidi. Ero abituata al fatto che per la città girassero strane figure. Facevano chiasso, imprecavano, cercavano di attaccare briga. Bisognava evitare i loro sguardi. È anche capitato che mi riconoscessero. L’università in cui lavoro reclutava studenti tramite le foto dei suoi professori, cosa che aveva fatto infuriare qualcuno. Capisco che ci siano molti giovani infelici nei quartieri chiusi. Non posso farci niente. Ma questo ragazzo non veniva dalle zone di segregazione, ne ero certa.
Evitavo di alzare gli occhi, guardavo con insistenza da qualche parte di lato, in aria, verso l’estremità del vagone. Anche così alcuni dettagli del suo corpo mi rimasero impressi. Le unghie rosicchiate fino all’osso, per esempio. Non aveva mani brutte, ma quelle unghie tormentate e rosicchiate fino a sanguinare mi avevano in qualche modo allarmata. Anche i grandi occhi castani, deliranti, cerchiati da occhiaie scure, incutevano timore. I capelli arruffati che ricadevano sulla fronte. Mi venne da pensare che fosse davvero pazzo, forse avrei dovuto premere il pulsante di emergenza, chiamare la sicurezza o perlomeno scattare in piedi e fiondarmi verso la parte opposta del vagone dove c’era più gente. Mi guardai attorno: c’erano seduti solo una donna di mezza età con una borsetta di un rosa troppo acceso per i suoi anni e un adolescente con le cuffie, perso nei suoi pensieri.
Intuivo dalla postura vigile del ragazzo che sarebbe stato inutile allontanarmi, mi avrebbe seguita comunque. Che se questa assurda caccia fosse diventata all’improvviso evidente, sarebbe stata ancora più spaventosa. Se avesse continuato a seguirmi anche in questo spazio chiuso con ogni probabilità avrei ceduto al panico e mi sarei avventata su di lui per chiedere spiegazioni. Ridicolo. Guardavo, invece, il corrimano e le pubblicità sulle pareti del vagone. Ultimamente la metropolitana non fermava nelle zone più pericolose, abitate da poveri. In quei posti le uscite erano state chiuse. Ogni benedetta sera il principale canale televisivo trasmetteva inquietanti immagini di senzatetto che forzavano o scardinavano grate con delle funi. Era capitato che, dopo aver agganciato i telai in acciaio delle uscite e averli trascinati via con delle macchine, si fossero riversati nei corridoi con ululati bestiali. L’anno prima, quando era arrivato il freddo, neanche i poliziotti erano riusciti a proteggere le stazioni in disuso da chi vi si era stabilito accendendo il fuoco in barili e stendendo cartoni sulle lastre di marmo rotte. Alla fermata un tempo chiamata Kultúrpalota venivano presi di mira anche i treni in transito. Per sgomberare la stazione si era dovuto ricorrere a gas lacrimogeni e unità antiterrorismo. Molti sventurati, drogati vagavano per la città, parlando o urlando da soli, ma quel ragazzo lì, di fronte a me, non era un drogato e non era neanche pazzo, per quanto ovvia potesse essere questa spiegazione. Allora che diavolo voleva?
Mi veniva dietro ormai da giorni, ogni tanto compariva nelle mie vicinanze. Che non si trattasse solo di una serie di coincidenze, che mi stesse davvero inseguendo o perlomeno seguendo, risultò chiaro quando salii sulla metropolitana.
Era apparso per la prima volta qualche settimana addietro. Stazionava davanti all’università. Faccio lezione in quell’orrendo colosso di cemento tre volte alla settimana. È stato costruito due anni fa, si chiama Nuova Università. Così. Occulta le strade alle sue spalle, quattro ascensori di vetro salgono e scendono lungo la facciata. Il tipo bighellonava davanti all’enorme ingresso con porte automatiche inquadrato da colonne. Credevo che fosse uno studente fra i tanti. Avevo pensato a qualcuno del mio corso anche quando, passandogli davanti per la seconda o terza volta, mi aveva letteralmente inchiodata con uno sguardo avido. Si avvicinava il periodo degli esami scritti, quindi avevo pensato che dovesse trattarsi di uno tra quelli mai venuti a lezione. Uno che evidentemente si era svegliato solo all’ultimo momento. Di certo vorrà le simulazioni del test d’esame oppure un esonero, un consiglio, una raccomandazione, o che so io.
Ebbi un brutto presentimento quando, lasciato il chiassoso atrio, me lo ritrovai accanto all’uscita con le porte automatiche. Poi sparì per giorni, e io abbassai la guardia. Facevo i miei soliti giri quotidiani, me ne ero quasi dimenticata. Passata una o due settimane, ricomparve fuori dalla metro. Lo riconobbi subito. Guardava lo scaffale dell’edicola dove mio marito di solito comprava i giornali.
Ormai vendevano solo due testate, ma mio marito continuava comunque a raccogliere durante tutta la settimana gli spiccioli nella ciotola di vetro verde sulla scrivania, come in passato. Ogni sabato mattina andava dall’edicolante e comprava i giornali per poi leggermene furioso i titoli principali e ficcarli infine nella spazzatura. Gli chiedevo di evitare almeno di accartocciarli, mi sarebbero potuti servire quando pulivo le verdure. Oppure di non comprarli affatto. Ma lui non era capace di rinunciare ai suoi riti. Così tanto era cambiato nelle nostre vite che erano queste piccole cose a tenerle insieme, a impedire che cadessero a pezzi. Questi automatismi, percorsi, sequenze di atti costituivano per lui l’appiglio che gli impediva di perdere definitivamente la capacità di orientarsi. Vivevamo qui da decenni e, nonostante negli ultimi tempi molti posti fossero stati demoliti o chiusi, sentivo ancora qualcosa di familiare uscendo dal sottopassaggio della metro.
Ora quel ragazzo era qui. Proprio qui, in questa piazzetta. Per tranquillizzarmi ripetevo a me stessa a mo’ di mantra che forse anche lui abitava nei dintorni. Per questo mi conosceva. Provavo a convincermene dato che in zona c’erano anche diversi alloggi universitari. Perché non avrebbe potuto abitare qui, in una di queste residenze?
Negli ultimi tempi mi viene difficile ricordare il volto dei miei studenti. Li vedo solo per un anno e ho pochi rapporti personali con loro. Confondo soprattutto i ragazzi che seguono la moda e che si somigliano tutti. Capelli corti, pantaloni attillati, a volte perfino gli occhiali sono identici. Le ragazze sono ancora più uguali, capigliature d’ordinanza, vestiti uguali.
Ma questo ragazzo chissà perché era diverso. Mi era parso così da subito. Bruno, capelli un po’ in disordine, carnagione creola. Sguardo penetrante, quasi esaltato.
Di lì a qualche minuto uscii dalla metro, scese anche lui. Si era lanciato dietro di me. Sentivo che mi seguiva, affrettai il passo, assunsi un’andatura che sembrava quasi una fuga. Mi bloccai di colpo dinanzi alla rampa del sottopassaggio e, invertendo la direzione, mi misi in fila davanti alla pizzeria. Guardai di lato con discrezione per controllare se avesse proseguito o meno. Non volevo fissarlo, ma un occhio invisibile, spalancato dietro la mia nuca, intuiva che sì, anche lui si era fermato. Mi sarei voltata volentieri per chiedergli direttamente che accidenti volesse ma l’ansia mi crebbe in petto più forte della curiosità. So anche il perché: quella ruga tormentata e profonda che gli solcava la fronte non lasciava presagire nulla di buono. A volte, a rivelare una follia latente sono piccoli segni, movimenti frammentati o singolari vibrazioni, inibite e distorte, della mimica facciale. Quella piega obliqua e straziante sulla fronte del ragazzo tradiva qualcosa del genere, e cioè che non stava proprio bene con la testa e che forse per me rappresentava un pericolo.
Chiesi una pizza con la rucola. Mentre cercavo gli spiccioli, la ragazza con il piercing sulla lingua che stava al banco scambiò uno sguardo impaziente con il cliente in fila dietro di me. La pizza era fredda, cattiva, riuscivo a malapena a mandarla giù. Masticavo guardando i passanti e fingendo indifferenza, di tanto in tanto sbirciavo di lato per verificare se il ragazzo stesse ancora lì. Tutti e due sapevamo che lo vedevo, e il nervosismo cominciò a farmi perdere il controllo dei movimenti. Lasciai cadere il tovagliolo e armeggiai goffa per terra.
La corrente faceva devolvere il rombo del tuono nelle profondità, il rimbombo si mescolava al fragore reboante dei treni in partenza e in arrivo.
Le persone che arrivavano nel sottopassaggio scrollavano gli ombrelli bagnati, chi non li aveva si asciugava la fronte dall’acqua piovana con il palmo della mano. Sembrava che il cielo volesse venire giù. L’aria era stata soffocante per tutto il pomeriggio, come se si stesse preparando una tempesta, ma quando mi ero avviata verso casa pareva che non ci sarebbe stato nessun acquazzone e che il temporale avrebbe risparmiato la città.
Finii la pizza. Infilai i bordi spessi e immangiabili nel vassoietto di carta e li gettai. Dovevo sbrigarmi per evitare che il ragazzo si decidesse ad avvicinarsi. Era sempre là, lo sentivo, lo vedevo anche di spalle. La tempesta fece il suo gioco, lui restò in cima alle scale sotto la tettoia di cemento all’uscita della metropolitana, pressato in mezzo agli altri passeggeri come se fosse l’acqua a trattenerlo. Mi era venuto in mente che me ne sarei...




