Vuletic | Eurovision Song Contest | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 456 Seiten

Reihe: SuperTele

Vuletic Eurovision Song Contest

Una storia europea
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-403-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Una storia europea

E-Book, Italienisch, 456 Seiten

Reihe: SuperTele

ISBN: 978-88-3389-403-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



L'Eurovision Song Contest è una delle più grandi e importanti manifestazioni musicali e televisive al mondo, seguita ogni anno da centinaia di milioni di persone in tutta Europa e non solo. Nato nel 1956 sull'esempio del Festival di Sanremo, vinto per tre volte da artisti italiani e per tre volte organizzato nel nostro paese, da decenni coinvolge tutti i broadcaster di servizio pubblico europei in una gara che mette a confronto tradizioni, culture musicali e modelli di entertainment anche molto differenti. Nel lungo percorso di preparazione e poi nelle serate cruciali che portano alla finale, sotto la patina spesso kitsch e sopra le righe si mettono in fila i tasselli di un'identità europea eternamente sfuggente e in costruzione. Il lungo percorso di questo show non intreccia solo l'evoluzione delle industrie musicali e televisive, ma è strettamente legato ai cambiamenti culturali, sociali, economici, politici e tecnologici. Questo libro dimostra come l'Eurovision sia lo strumento ideale per spiegare quasi settant'anni di storia europea, attraversando il dopoguerra e la guerra fredda, lo sviluppo delle democrazie occidentali, l'Est Europa postcomunista, i crescenti nazionalismi, il processo di integrazione e ricerche d'archivio, frammenti delle canzoni in gara e cambi al regolamento, legami geopolitici e dibattiti pubblici, si dipana un racconto profondo e appassionante dagli inizi alla vittoria dei Måneskin.

è uno storico dell'Europa contemporanea presso il centro di ricerca sulle trasformazioni sociali dell'Università di Vienna. Si occupa di guerra fredda, diplomazia culturale e popular culture.
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EUROVISION: TV, POLITICA E CANZONI
PREFAZIONE


Con l’, l’Italia ha sempre avuto un rapporto di odio e d’amore, di passione con fiammate improvvise e di lunga freddezza. Tutto, in fondo, è cominciato qui da noi. La manifestazione, televisiva e musicale e non solo, ricalca da subito un’invenzione italiana, usando come suo modello quel Festival di Sanremo che muove i suoi primi passi nel 1951, ancora in radio, e ottiene subito un grande successo e alcune imitazioni. E la prima edizione di quello che in Italia è stato a lungo chiamato anche «Eurofestival» (appunto), la gara canora che vede competere i rappresentanti di tante nazioni europee, si svolge nel 1956 a Lugano, poco oltre il confine, ed è persino condotta in lingua italiana. E sempre in Italia questo percorso trova il suo coronamento, inevitabilmente temporaneo, prima con la vittoria dei Måneskin e della loro «Zitti e buoni» proprio in quel Festival di Sanremo da cui tutto è cominciato, e intanto giunto alla settantunesima edizione; poi con un’altra loro vittoria all’Eurovision Song Contest del 2021, nella grande arena di Rotterdam, preludio a un enorme, inatteso successo internazionale del brano e del gruppo; e infine con la successiva organizzazione della sessantaseiesima edizione di questa manifestazione europea in Italia, a Torino, dal 10 al 14 maggio 2022. Quasi a chiudere un cerchio.

Una storia (anche) italiana


In mezzo a questi due momenti, all’inizio e alla fine (provvisoria) di una lunga storia, l’Eurovision Song Contest è stato sempre punteggiato di affari italiani, in un intreccio spericolato e fruttuoso tra Sanremo e i palchi europei, tra la musica leggera nazionale e una ribalta continentale, se non globale. Alla prima edizione del 1956 per l’Italia partecipano due cantanti e altrettanti brani: Franca Raimondi con «Aprite le finestre» e Tonina Torrielli con «Amami se vuoi». Nel 1957 è la volta di Nunzio Gallo e della sua «Corde della mia chitarra». Ma il primo vero sussulto italiano nella manifestazione canora europea è nella terza edizione, nel 1958, quando dopo aver vinto Sanremo approda a Hilversum, nei Paesi Bassi, «Nel blu dipinto di blu» di Domenico Modugno: si ferma al terzo posto ma, ben nota anche come «Volare», la canzone sale in testa alle classifiche di tutto il mondo, Stati Uniti compresi, e diventa una tra le canzoni popular italiane tuttora più conosciute ovunque. L’anno dopo è ancora in gara Modugno, con «Piove (ciao ciao bambina)», mentre per la Germania partecipano Alice ed Ellen Kessler; poi tocca a Renato Rascel (con «Romantica»), a Betty Curtis, a Claudio Villa, a Emilio Pericoli.

Bisogna attendere il 1964, però, per la prima delle tre vittorie italiane: il Grand Prix Eurovision si svolge in Danimarca, a Copenhagen, ed è conquistato da «Non ho l’età (per amarti)», cantata da una sedicenne Gigliola Cinquetti, già vittoriosa a Sanremo; anche a questo successo segue la circolazione globale del brano, in versione originale o sotto forma di cover (in tedesco, spagnolo, francese, inglese, ma anche giapponese e islandese). Come da consuetudine e da regolamento, l’edizione successiva di Eurovision approda in Italia, a Napoli: per il paese ospitante partecipa Bobby Solo, con «Se piangi, se ridi», ma vince per il Lussemburgo la francese France Gall (con «Poupée de cire, poupée de son»). La ribalta canora europea in questi anni è molto rappresentativa dei nomi più importanti e delle tendenze principali della popular music italiana: ancora Modugno, ancora Villa, poi il cantautore Sergio Endrigo, Iva Zanicchi, Gianni Morandi (con «Occhi di ragazza»), Massimo Ranieri (per due volte), Nicola Di Bari. Dieci anni dopo la vittoria, nel 1974 torna su quel palco Gigliola Cinquetti, stavolta con «Sì», ma arriva seconda, piazzandosi onorevolmente dopo «Waterloo» degli ABBA, forse la più nota tra tutte le canzoni mai incoronate all’Eurovision Song Contest; la manifestazione si svolge nel pieno di una crisi energetica che attraversa l’Europa, e in molti paesi (Italia compresa) porta a misure di austerità che riducono le ore di messa in onda televisiva; il titolo della canzone italiana, poi, è considerato rischioso e foriero di confusione nei giorni convulsi che precedono il referendum abrogativo della legge sul divorzio, e questo porta la Rai a trasmettere l’evento solo in differita.

Gli anni Settanta proseguono con una selezione italiana che fa da sismografo a una musica pop che sta cambiando: Wess e Dori Ghezzi, Al Bano e Romina, Mia Martini, i Ricchi e Poveri, i Matia Bazar e Alan Sorrenti si alternano sul palcoscenico europeo, negli anni di relativo appannamento sanremese. Nel decennio seguente l’Italia salta tre edizioni (nel 1981, nel 1982 e nel 1986), segnale evidente di una gara che non riesce mai davvero a entrare tra le abitudini televisive del pubblico italiano, o almeno non con risultati adeguati all’impegno (anche economico) per parteciparvi: come rappresentanti nazionali si alternano allora Riccardo Fogli, Alice e Franco Battiato (con «I treni di Tozeur»), di nuovo Al Bano e Romina, Umberto Tozzi e Raf (con «Gente di mare»), Luca Barbarossa, e ancora la coppia sanremese formata da Anna Oxa e Fausto Leali. La seconda vittoria italiana arriva a ventisei anni di distanza dalla prima, nel 1990: a Zagabria, Toto Cutugno porta un astuto inno alla pace e alle imminenti prospettive di integrazione economica e politica europea, «Insieme: 1992», in piena rappresentanza dell’entusiasmo successivo alla caduta, pochi mesi prima, del muro di Berlino («Io e te, sotto gli stessi ideali / Insieme, unite, unite, Europe», recita il testo); seguono un profluvio di voti e il trionfo in gara. L’anno seguente l’Eurovision Song Contest è pertanto organizzato in Italia, stavolta a Roma: concorre Peppino Di Capri con una canzone in napoletano, vince la rappresentante svedese; a condurre la serata sono chiamati i due cantanti italiani che hanno trionfato nella manifestazione, Cinquetti e Cotugno, ma questo ha più di una conseguenza sulla buona riuscita dell’evento dal punto di vista televisivo, a contrassegnare un punto particolarmente basso nel rapporto tra l’Italia e la competizione europea. Qualcosa si rompe: nei due anni a seguire partecipano Mia Martini ed Enrico Ruggeri (che tenta la carta furbetta già impiegata da Cotugno con il brano «Sole d’Europa»); poi l’Italia si ritira dalla gara tra il 1994 e il 1996. Il ritorno nel 1997 è circondato da speranze di vittoria per i Jalisse e la loro «Fiumi di parole», uno tra i brani più improbabili e insieme più memorabili che abbiano vinto il Festival di Sanremo, ma il risultato finale è il quarto posto, con coda di polemiche rispetto alla mancanza di volontà da parte di Rai di impegnarsi davvero per vincere e organizzare nuovamente questa gara, come alla connessione mancata con la platea televisiva italiana, testimoniata dai bassi dati d’ascolto e da un interesse saltuario.

Dal 1998 al 2010, l’Italia non partecipa alla competizione, ritirandosi dallo show e senza dargli più praticamente alcuna promozione. Ma intanto la manifestazione cambia, dal punto di vista musicale e soprattutto da quello spettacolare; e nel 2011 comincia il riavvicinamento, grazie a una pianificazione televisiva attenta e a un maggiore impegno nella competizione, rafforzando il legame con un Festival di Sanremo che intanto attraversa un decennio di particolare brillantezza. Con il suo , l’Italia si ritrova tra i , le cinque nazioni qualificate di diritto alla finale; ad accompagnare gli spettatori del nostro paese nella (ri)scoperta della manifestazione è Raffaella Carrà, che tanto si è spesa per il rientro in gioco; e Raphael Gualazzi, con «Madness of Love», raggiunge una seconda posizione che sa tanto di un bentornato da parte degli altri paesi. Il resto è storia recente: le partecipazioni di Nina Zilli, Marco Mengoni, Emma, Il Volo (terzi), Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Ermal Meta/Fabrizio Moro; il programma che si rafforza nell’attenzione e discorso pubblici, con la finale che approda su Raiuno. Il 2019 vede di nuovo l’Italia arrivare seconda, con «Soldi» di Mahmood, ancora una volta a segnare quel percorso che lega Sanremo, l’Eurovision e il successo internazionale della canzone e dell’artista. Il 2020 è sospeso per la pandemia di coronavirus, ma tra i momenti memorabili di , lo show senza gara che sostituisce l’evento, c’è Diodato che canta «Fai rumore» dentro a un’Arena di Verona deserta. Poi trionfano i Måneskin, e a Torino se la giocano Mahmood (di nuovo) e Blanco.

Una storia (soprattutto) europea


Il legame tra l’Italia e l’Eurovision Song Contest, insomma, è significativo, ricco e almeno altrettanto travagliato. E quella dell’Italia è soltanto una tra le tantissime storie che si affacciano, si intrecciano e si confondono nelle pagine di questo libro, all’interno di un racconto prismatico che cambia spesso la sua focalizzazione, a delineare sempre le traiettorie generali per poi di volta in volta concentrarsi su alcuni casi – nazioni, artisti, canzoni – dal rilievo speciale. non è un elenco, una raccolta dei momenti salienti, un’enciclopedia dello scibile eurovisivo, ma è un’ambiziosa sintesi di quasi settant’anni di storia (e di Storia), una lettura selettiva e orientata a mettere in evidenza le piccole rivoluzioni e le grandi continuità, le increspature sulla superficie, i testi e i loro contesti. Ci sono le canzoni in gara, certo, così come ci sono le performance televisive, i...



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