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E-Book

E-Book, Italienisch, Band 10, 336 Seiten

Reihe: I Corvi

Atkins Tre isole

Storie di mare, esilio e dissidenza
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-81724-12-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Storie di mare, esilio e dissidenza

E-Book, Italienisch, Band 10, 336 Seiten

Reihe: I Corvi

ISBN: 979-12-81724-12-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Era il 2016 e William Atkins veniva scosso da due immagini gemelle, distanti migliaia di chilometri: i cumuli di salvagenti lasciati dai rifugiati sulle spiagge greche, visti in televisione, e gli ammassi di zaini abbandonati dai migranti sudamericani nel deserto dell'Arizona, visti di persona. Da qui nasce il viaggio di Tre isole: l'esigenza di trovare un altrove in cui stare meglio, che è alla base di tutte le migrazioni della storia, sembra ancora oggi animare il mondo. Ma cosa succede quando la migrazione è forzata, quando un Impero ha la facoltà di rimuovere personaggi scomodi e confinarli oltremare? Atkins racconta la nostalgia di tre esuli, tre ribelli sconfitti dalla storia del XIX secolo: Louise Michel, amica di Hugo, anarchica a capo della Comune di Parigi; Dinuzulu, figlio dell'ultimo re zulu riconosciuto dai coloni britannici; l'ebreo ucraino Lev ?ternberg, dissidente antizarista, padre dell'etnografia russa. Atkins li segue nella terra del confino: in Nuova Caledonia, isola divisa tra identità tribale e dipendenza dalla Francia. Poi a Sant'Elena, esilio di Dinuzulu, scoglio disperso nell'Atlantico che oggi sembra un «ospizio a tema impero» in cui andare a caccia di farfalle e riscoprire un passato di schiavitù. Infine, come ?ternberg, viaggia in nave nell'Estremo Oriente russo fino a Sachalin, arricchita oggi dal petrolio, ma come un tempo brutale e inospitale, soprattutto con gli indigeni nivchi. Un viaggio tra presente e passato per capire lo sradicamento di tre condannati alla nostalgia e la verità che sta al centro dell'esperienza dell'esilio e delle sue contraddizioni - libertà e prigionia, lontananza e vicinanza, imperialismo e ribellione.

È uno scrittore britannico. Nei suoi libri indaga la connessione tra i luoghi, chi li ha abitati, la natura e la storia. Con Un mondo senza confini (Adelphi 2023) ha esplorato i deserti di tutto il mondo e ha vinto lo Stanford Dolman Travel Writing Award. I suoi scritti sono apparsi su Harper's, The Guardian e The New York Times.
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Prologo


Sulla nostalgia di casa

È difficile risalire alle origini di un libro. Seguendone le radici nel terreno in cui è nato, si scopre che si ramificano quasi all’infinito. Due immagini nitide, però, mi rimangono. Nell’estate del 2016 su internet circolavano foto di migliaia di giubbotti di salvataggio abbandonati sulle spiagge greche dai migranti che avevano attraversato l’Egeo dalla Turchia: grandi morene arancioni, gialle, blu e nere. Mesi prima, camminando nel deserto dell’Arizona, avevo visto mucchi di zaini sul ciglio delle strade e nel letto dei torrenti in secca, lasciati dai migranti che avevano attraversato clandestinamente la frontiera con il Messico arrivando dall’America Centrale e non solo. Separati da oltre undicimila chilometri, quei due mucchi così simili erano un segno dei nostri tempi, ma raccontavano anche una storia più grande di migrazioni umane.

Cominciai a ricredermi: forse la prima causa della nostra infelicità non era la solitudine, come avevo sempre pensato, ma il desiderio di essere altrove. Mi venne in mente che le vite di un altro tipo di emigrati, più antichi, i deportati politici, mi avrebbero mostrato quello che da soli non potevano mostrarmi i racconti di migrazione, esilio e prigionia: il senso della parola «casa», il funzionamento degli imperi e il conflitto tra rimanere e andarsene che sembra animare il mondo.

Il confino, una forma di esilio le cui origini risalgono all’antica Roma, tornò in auge nel tardo XIX secolo. Potremmo chiamarlo «esilio imperiale», dato che presuppone una potenza esiliatrice che controlla territori lontani dalla madrepatria. Per questo non è un caso che le persone di cui ho scelto di parlare siano vissute in un’epoca in cui l’imperialismo europeo era più rapace che mai, né che la destinazione del loro esilio fossero isole remote. Un’anarchica francese, Louise Michel; un re zulu, Dinuzulu kaCetshwayo; un rivoluzionario ucraino, Lev Šternberg: ciascuno sacrificò la propria libertà e la propria «casa» in nome di un’idea più grande di libertà e di casa: Michel in quanto figura di spicco del breve governo socialista della Comune di Parigi, Dinuzulu in quanto nemico del colonialismo britannico, Šternberg in quanto sostenitore militante dell’antizarismo in Russia.

Mi hanno attratto perché la loro vita fu condizionata da venti che soffiano forte anche oggi – il nazionalismo, il dispotismo, l’imperialismo – e per il modo in cui ciascuno di loro reagì alla condanna; per come riuscirono ad assorbire la batosta dell’esilio, e a far sì che l’espulsione dalla madrepatria rafforzasse il loro senso del dovere, anziché smorzarlo. Li ammiravo, e in particolare ne ammiravo la capacità di tenere d’occhio l’orizzonte – cioè il futuro – dalle isole dove furono confinati: Michel in Nuova Caledonia, nel Pacifico meridionale; Dinuzulu a Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale; Šternberg a Sachalin, al largo delle coste orientali della Siberia.

Dei tre si potrebbe definire «famosa» soltanto Michel, il cui nome non è poi così noto fuori dalla Francia. Quanto ai loro luoghi d’esilio, conoscevo soltanto Sant’Elena e soltanto perché a suo tempo aveva ospitato un altro esule, Napoleone Bonaparte. Sembravano posti fuori dalla storia, ma in Arizona mi ero reso conto che spesso è proprio nelle sue frontiere estreme che la madrepatria – Parigi, Londra, San Pietroburgo, Washington, Roma – esercita il suo potere in modo più sfrontato e rivelatore. Visita quelle tre isole, ho pensato, e magari oltre a farti un’idea di cosa fu l’esilio per i tuoi tre protagonisti, capirai meglio che cosa significa emigrare.

Sotto un certo aspetto, si può considerare questo libro una raccolta di storie, ricucite sul campo, di esistenze fatte a pezzi dall’esilio. Ma non è soltanto con lo sguardo del biografo che ho intrapreso i tre viaggi necessari a scriverlo. Più che assecondare il corso dell’una o dell’altra vita, mi interessava seguire le crepe che l’esilio vi aveva aperto. Man mano che viaggiavo, le vedevo allungarsi e invadere la vita degli altri. Spesso le persone che incontravo, i vivi e i morti, si rivelavano esuli di qualche tipo, chi alla vana ricerca di un senso di appartenenza, chi in pace con la sua condizione di sradicato.

Quasi duemila anni fa Ovidio, che ho finito per eleggere a spirito guida dei miei tre viaggi, fu esiliato nella cittadina di Tomi, sul Mar Nero (oggi Costanza, in Romania). Benché le ragioni del suo confino – «un carme e un errore» – non siano chiare, le lunghe, nostalgiche epistole di autocommiserazione che scrisse in quegli anni sono uno dei primi capisaldi della letteratura dell’esilio. Per paura di morire «senza esequie, senza l’onore del sepolcro, in una barbara terra», il poeta si spinge fino a scrivere il proprio epitaffio:

Io che qui giaccio cantore di teneri amori

il poeta Nasone perii per il mio genio.

Ma a te che passi, chiunque tu sia che hai amato,

non rincresca dire: dolce riposo abbiano le ossa di Nasone.

Il tormento di Ovidio non era suo e basta. Tomi era una città pericolosa e spesso i suoi abitanti venivano rapiti dai banditi locali: «Spinti via prigionieri con le braccia legate sul dorso invano si voltavano a guardare i campi e la casa.» La parola «casa» ci ricorda che se di solito chi va al confino è costretto ad abbandonare il centro del suo mondo e a emigrare in una periferia, questa, a sua volta, è il centro del mondo di qualcun altro. «Qui il barbaro sono io», ammette Ovidio.

Nel 1914 l’intero Pacifico e quasi tutta l’Africa erano colonizzati, e fra gli strumenti di quella vasta occupazione spiccava la condanna all’espatrio. Che si trattasse di criminali comuni o dissidenti politici, i deportati non erano quasi mai semplici detenuti: erano macchine per estrarre ricchezza in terra straniera e al contempo bandiere piantate in quella stessa terra. Deportazione e insediamento coatto hanno sempre fatto parte dell’arsenale degli imperi: persino Ovidio, isolato ai confini del mondo romano, dice di non essere un semplice esule ma «un colono in un tormentato avamposto di frontiera». A volte i colonizzati e gli esuli si trovano a condividere la stessa causa. Per esempio, durante la cosiddetta «Insurrezione dei canachi» Louise Michel, ergastolana in Nuova Caledonia, riconobbe nella popolazione indigena dell’isola un alleato contro un nemico comune: il governo coloniale francese che considerava barbari da civilizzare sia i comunardi sia i kanak.

Questo libro, concepito come una riflessione sull’esilio, è diventato anche un libro sugli imperi, perché l’uno e gli altri vanno da sempre a braccetto. Per lo stesso motivo riguarda anche le forme di solidarietà che nascono tra le vittime gemelle dell’impero: il déporté e l’indigène, il cittadino ostracizzato e il soggetto colonizzato.

*

Nel 1688, a Basilea, lo studente di medicina Johannes Hofer scrisse la tesi Dissertatio medica de Nostalgia, oder Heimwehe (Dissertazione medica sulla nostalgia o «mal di casa»). Nella sua accezione, la parola «nostalgia» – un neologismo dello stesso Hofer – non possedeva la moderna sfumatura di struggimento sentimentale ma era qualcosa di molto più distruttivo: fu proprio per descrivere e catalogare un turbamento legato a un preciso insieme di sintomi che Hofer inventò il termine.

«Si imposero alla mia mente i casi di certi giovani», scriveva, «a tal punto sofferenti che se non fossero stati riportati in patria sarebbero spirati in terra straniera.» Come se separare un corpo dalle sue legittime coordinate equivalesse a teletrasportarlo su un pianeta privo di ossigeno.

In tedesco il «mal di casa», lo struggimento per la madrepatria, come si è visto, aveva già un nome; in francese si chiamava mal du pays. Ma in quanto disturbo clinico, un nome non lo aveva ancora. Ecco perché «nostalgia», dal greco nostos, il viaggio verso casa come quello compiuto da Ulisse, combinato con algos, dolore. Il dolore di chi non può compiere il viaggio di ritorno a casa. Hofer lo definisce «l’afflizione per la bellezza perduta della terra natia», che «nascendo ispira soprattutto l’inusuale e onnipresente idea della madrepatria ricordata». Descrive il caso di un suo compagno di studi bernese che, trasferitosi a Basilea, «soffrì a lungo di tristezza e infine cadde vittima di questa malattia». Poiché sembrava in fin di vita, fu deciso di portarlo a casa. «A pochissimi chilometri dalla nostra città», racconta Hofer, «i sintomi erano già tutti scomparsi […] ed egli tornò in piena salute.»

Era una malattia che aveva cause nel tempo, oltre che nello spazio; ad andare perduta non era soltanto la madrepatria, ma anche la vita che vi si sarebbe vissuta.

I sintomi:...



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