E-Book, Italienisch, 94 Seiten
Reihe: Asia
Aw Stranieri su un molo
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-6783-394-8
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Ritratto di famiglia
E-Book, Italienisch, 94 Seiten
Reihe: Asia
ISBN: 978-88-6783-394-8
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Tash Aw esplora la vitalita? culturale dell'Asia moderna in un memoir poetico che racconta la complicata storia della sua famiglia: una vicenda di migrazione e adattamento, di distanze e sottintesi, di accettazione cieca e amore silenzioso. Gli stranieri smarriti su un molo sono i nonni dopo l'insidioso viaggio in barca per fuggire dalla Cina verso la Malesia negli anni Venti. Dal porto di Singapore, a una corsa in taxi nella Bangkok di oggi, a un'abbuffata da Kentucky Fried Chicken nella Kuala Lumpur degli anni Ottanta, Aw tesse storie di inclusione ed esclusione, tra scenari che saltano da villaggi rurali a club notturni e una varieta? vertiginosa di lingue, dialetti e slang, per creare un ritratto intricato e vivido di un luogo stretto tra il futuro in rapido avvicinamento e un passato che non si lascia andare. 'Cosi? acuto e ben scritto da desiderare che il racconto continui ancora.' Chimamanda Ngozi Adichie 'Abbiamo ragione a confrontarci con i traumi mai affrontati della nostra famiglia? E? una domanda che negli ultimi anni si sono posti scrittori come Ocean Vuong e Madeleine Thien, e che Aw affronta con sensibilita?.' The Guardian ''Stranieri su un molo' ci aiuta a capire meglio di tanti saggi la storia delle migrazioni, le differenze attuali tra culture e generazioni, maggioranze e minoranze, ricchi e poveri.' Goffredo Fofi 'Una scrittura che ci attanaglia con la sua vitalita?, bellezza e significato.' Deborah Levy
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DUE
Entrambi i miei nonni vivevano sulle rive di grandi fiumi fangosi, nel folto della campagna malese, uno su ciascun versante della catena montuosa fittamente boschiva che divide il Paese in due. Uno era un bottegaio, l’altro un maestro di villaggio. Uno viveva nel Perak, in una piccola città chiamata Parit, non lontana da Batu Gajah, ma neppure da Ipoh, la capitale dello Stato; l’altro ebbe un’esistenza più errante, spostandosi tra una serie di città isolate nella giungla – Tumpat, Temangan – per stabilirsi infine a Kuala Krai, nel cuore dello Stato islamico di Kelantan, sull’estrema costa nordorientale della Malesia. Uno era hokkien, parlava la lingua minnan della provincia del Fujian, l’altro veniva dall’isola di Hainan, il territorio più a sud della Cina, quasi a metà della costa vietnamita e a pochi giorni di navigazione dalla Malesia attraversando il Mar cinese meridionale.
(Un rapido appunto: hokkien, hainanese; aggiungi cantonese, hakka, teochew. Le diverse radici regionali degli immigrati cinesi nel Sudest asiatico. Tienile a mente; sono importanti per questa storia.)
Entrambi i miei nonni, a un certo punto negli anni Venti del secolo scorso, avevano compiuto la rischiosa traversata dalla Cina meridionale alla penisola malese. Erano appena adolescenti quando fecero quel viaggio, fuggendo da una Cina devastata dalle carestie e frammentata dalla guerra civile. Dubito che le loro famiglie sapessero molto della confusione politica che regnava nel Paese all’epoca dei signori della guerra. Forse era giunta voce che la dinastia Qing era capitolata, che non avevano più un imperatore. Ma non avrebbero potuto capire cosa significava vivere tra le rovine fresche di un impero millenario, non avrebbero potuto capire la complessità del conflitto che s’inaspriva fra il Kuomintang, il partito nazionalista di Chiang Kai-Shek, e il sempre più potente Partito Comunista. Non sapevano di vivere un periodo cruciale, un’era che avrebbe posto fine a tutte le altre, l’incipit di un romanzo di cui solo oggi iniziamo ad avvicinare i capitoli centrali. Era il momento in cui la Cina intraprendeva il cammino che, cento anni più tardi, l’avrebbe portata a dominare l’immaginario mondiale; eppure non avrebbero mai visto il proprio Paese diventare la fabbrica del globo, il più grande consumatore di beni di lusso, la seconda economia del mondo, rispettosa soltanto della potenza degli Stati Uniti. In quegli anni, pensando al proprio futuro, volevano solo sottrarsi a una schiacciante povertà.
E a quei tempi, le vie della salvezza portavano quasi immancabilmente alle terre calde e fertili che si estendevano in quel vasto arcipelago a sud della Cina, dove gli imperatori cinesi avevano istituito una rete secolare di rotte commerciali e antichi rapporti basati su Stati vassalli e tributari, con al centro i porti di Singapore e Malacca. Era un’area di grandi promesse, nota ai cinesi come , l’Oceano meridionale.
A volte, quando arrivo a New York o a Shanghai – vecchie città portuali che hanno attratto generazioni di immigrati – mi trovo a reimmaginare lo sbarco dei miei nonni a Singapore, un luogo ignoto i cui scorci e suoni, tuttavia, devono essere stati d’inaspettato conforto. Il clima: caldo e umido, proprio come le lunghe estati delle loro terre. Qui non ci sarà una stagione fresca, nessuna tregua dal calore e dalla pioggia, ma loro ancora non lo sanno. Il paesaggio: latifoglie sempreverdi e corsi d’acqua, la vicinanza del mare. Di nuovo, quasi come a casa. L’odore: di terra bagnata e vegetazione che marcisce; di cibo, di possibilità. E soprattutto, è la gente a dare loro la sensazione che qui potranno vivere. È una colonia britannica, ma è una città di libero scambio, allora come adesso. Gli stranieri arrivano facilmente, trovano impiego facilmente; rimangono. Costruita sugli ottant’anni di immigrazione cinese seguiti all’insediamento britannico e sull’utilizzo delle risorse naturali da parte del governo coloniale, Singapore è piena di cinesi – operai, che lavorano al porto, discendenti di braccianti a contratto sfruttati nelle miniere di stagno e nelle piantagioni malesi, ma anche commercianti e uomini d’affari, artisti, scrittori. Ci sono giornali cinesi, negozi cinesi con insegne cinesi vergate in eleganti caratteri tradizionali, scuole cinesi, perfino una banca cinese – la Overseas Chinese Bank. I miei nonni non sono soli, e anzi sono diverse generazioni lontani dall’essere pionieri.
Da qui si mettono alla ricerca della persona di cui hanno avuto il nome e l’indirizzo. Li portano scritti su un pezzo di carta, il loro bene più prezioso. Tutti i passeggeri della nave hanno un pezzo di carta simile, con il nome di un parente, o magari di un compaesano partito anni addietro che ha messo su casa da qualche parte nel . Ma dove andare, come trovare questi contatti? Nessuno è ancora certo della geografia in questo luogo straniero e familiare; nessuno sa quanto disti Kota Baru da Singapore, o se Jakarta sia più vicina a Malacca di Penang. Bangkok è da qualche parte a nord di qui, ma a che distanza? Restano in piedi sulle banchine, cercando di capire dove andare.
Stranieri, smarriti su un molo.
Penso spesso a questa immagine. Per esempio qualche anno fa, in Marocco, parlando con un ragazzo a Marra-kech. Non aveva nessun lavoro e nessuna speranza di trovarne uno. Voleva andare in New Jersey; aveva uno zio da quelle parti. Il piano era raggiungere Londra, in qualche modo, e poi «semplicemente… fare un bel salto» fino all’America. O il tassista che ho conosciuto l’ultima volta che sono stato a Jakarta, convinto che l’Inghilterra e i Paesi Bassi stessero a cinque, sei ore dall’Indonesia, e che magari sarebbe stata una buona idea trovarsi un lavoro laggiù. Gli ho detto che il volo dura quattordici ore; non mi ha creduto. Ha fischiato e ha detto, Cazzo, puoi arrivare in Groenlandia in tutto quel tempo.
I miei nonni. Stranieri smarriti su un molo.
Ora, quelle identità regionali – hokkien, cantonese, teochew, hainanese – sono essenziali per i nuovi migranti arrivati dalla Cina. Non è una questione di identità in sé – non ancora, comunque –, ma piuttosto di sopravvivenza. Il loro Paese di origine e il dialetto che parlano permetteranno loro di non morire in queste nuove terre. Influenzeranno il corso della loro nuova vita, e molto probabilmente di quella dei figli, e forse perfino dei nipoti. Poiché la persona che stanno cercando sarà senz’altro hokkien o cantonese come loro, sarà qualcuno che prima di tutto garantirà letto e cibo, e poi una serie di contatti che li aiuterà a trovare lavoro. Se non sono parenti di sangue, si comporteranno comunque come una famiglia per quei migranti freschi di sbarco. E per il resto della vita i nuovi arrivati non dimenticheranno le loro famiglie adottive, non dimenticheranno i favori ricevuti in quei primi giorni. Zio, Zietta – è così che chiameranno i membri più anziani del clan, una tradizione cinese osservata con particolare zelo da queste parti, nel , tanto che, in un paio di generazioni, i loro nipoti non sapranno più se quel tale sia un vero zio o una vera zia, o soltanto un estraneo che in passato ha accolto il nonno.
Più tardi, come le case traballanti in cui abitano, questi enormi clan compositi inizieranno a incrinarsi e disgregarsi. Ci saranno faide familiari e la gente inizierà a dire cose come, Non siamo nemmeno parenti. Le famiglie si allontanano, i figli si sposano e si trasferiscono in Canada, in Australia, negli Stati Uniti, non sanno più come rivolgersi agli anziani, non sanno quali appellativi usare per le persone di una generazione più vecchia o più giovane, non sanno parlare il dialetto che ha contraddistinto il clan, non sanno nemmeno cosa sia la cucina teochew, non sanno certo trovare Xiamen su una mappa, e quel che è peggio, non sanno leggere il proprio nome in cinese. Tornano a casa dall’università e salutano uno zio giovane – non un vero zio, ma uno di quella generazione in ogni caso, uno che forse badava ai bambini mentre i genitori erano al lavoro; «ciao bello», gli diranno con noncuranza. Probabilmente si convertiranno al cristianesimo. O addirittura sposeranno una musulmana. Sarà dura ricordare loro che sono hokkien, hakka, o quel che è; diranno che non ha importanza, che va bene così, ora abitano a Sacramento, a Vancouver, a Melbourne; non fosse che un giorno incontrano uno studente occidentale che si è appena laureato in studi orientali e ha trascorso il terzo anno di università a Pechino e chiede, Ma allora che dialetto parlate a casa? E questo studente conversa in un cinese spedito, pieno di brillanti frasi fatte in cui riconoscono a stento i , quegli aforismi a quattro parole che aleggiano come nebbia ai confini della loro coscienza. E improvvisamente il cervello scatta in modalità traduzione automatica, affannandosi alla ricerca di equivalenti in cantonese, ma il significato rifiuta di emergere dalle tenebre e la loro mente, in preda al caos, continua a cercare e cercare, come un cursore rotante che paralizzi il monitor della memoria senza dare le risposte di cui hanno bisogno. Penseranno di chiedere ai genitori, su Skype, il che sarà imbarazzante dato che francamente non hanno mai provato a parlare il dialetto, ma adesso non hanno scelta, perché – guarda caso –...




