Bass | La vita delle rocce | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 342 Seiten

Reihe: Frontiere

Bass La vita delle rocce


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5649-181-0
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 342 Seiten

Reihe: Frontiere

ISBN: 979-12-5649-181-0
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Descrivendo i sontuosi paesaggi dell'America, Bass esplora la forza della natura e la complessità della società moderna, l'interiorità umana e la frenesia del mondo. In questi tredici racconti torna prepotente il misticismo di questo autore, l'attenzione per le vite dei suoi personaggi, così profondamente umani. Coinvolti da una prosa viva e delicata, condividiamo con i protagonisti di queste storie speranze e illusioni, le luci e le ombre del sogno americano, tratteggiate con incredibile lucidità da un vero maestro.

Rick Bass (1958) è nato e cresciuto in Texas, ha lavorato come geologo petrolifero in Mississippi, e ha vissuto nella Yaak Valley, in Montana, per quasi trent'anni. I suoi racconti sono apparsi su prestigiose riviste come The New Yorker, The Atlantic, Esquire, GQ, e The Paris Review, e sono stati più volte pubblicati sull'antologia annuale The Best American Short Stories. Finalista ai National Book Critics Circle Awards con il suo saggio Why I Came West, Rick Bass ha vinto diversi O. Henry Awards e Pushcart Prizes, oltre a ottenere la NEA Fellowship e la Guggenheim Fellowship. È 'writer in residence' presso la Montana State University.
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Il pesce scorfano

I Cuba Libre sono fatti con il rum, la Coca-Cola Light, e il succo di lime. Kirby mi aveva fatto vedere come farli, e qualcuno, di sicuro, lo aveva fatto vedere a lui. Probabilmente sono così da sempre, come tutto il resto da queste parti. Ma la prima volta che li abbiamo bevuti sul serio, era notte fonda su una spiaggia di Galveston. C’era un gran vento che soffiava fuori dall’acqua, e noi avevamo un fuoco che scoppiettava. Penso che facesse bene a Kirby stare un po’ lontano da Tricia, e io so che, in generale, ci faceva bene stare lontano da Houston.

Volevamo pescare i carnivori rossi – gli scorfani – e da qualche parte, nell’oscurità, oltre quel che ci era dato vedere, avevamo lanciato i nostri ami e i nostri piombini, usando come esche dei gamberetti vivi. C’era una grande luna e le onde ci soffiavano degli spruzzi in faccia; indossavamo dei pesanti cappotti, e le nostre facce erano arancioni, quando ci guardavamo, per via della luce della legna che bruciava nel grande falò.

È sorprendente, quel che emerge dall’oceano. Penso che alla fine tutte le cose del mondo arrivino su una spiaggia. Balene, palme, impianti tv… Kirby e io eravamo seduti su un divano nella sabbia, bevendo i Cuba Libre e guardando le nostre canne da pesca, aspettando che il grande scorfano abboccasse.

Quando lui, o lei, avesse abboccato, l’avremmo tirato su e pulito, lì sulla spiaggia, sciacquandolo tra le onde, e poi lo avremmo grigliato sul grande falò.

Era la prima volta che bevevamo dei Cuba Libre, e ci piacevano ancora di più dei Margarita. Non avevamo nemmeno mai catturato uno scorfano, ma avevamo letto qualcosa su di lui in un libro. Avevamo comprato il divano per dieci dollari a una svendita di oggetti usati in un garage, quello stesso giorno sul presto. Ci eravamo sprofondati dentro, e in quel modo pescare era comodo e rilassante. Al mattino, quando la marea avesse cominciato a calare, saremmo entrati a guado per pescare le trote maculate. Avevamo letto anche di quello, e che bisognava procedere in quel modo per prenderle. Bisognava entrare in mezzo alle onde e seguirle. Sembrava eccitante. Avevamo comprato degli stivaloni di gomma e le licenze per pescare in acque salate e le marche da bollo, così come il divano e il rum. Avremmo provato a correre in mezzo alle trote maculate e a sfidare i nostri limiti, e avremmo riempito la ghiacciaia da pesca con le trote; poi le avremmo portate a Tricia, perché Kirby l’aveva fatta impazzire.

Ma prima avremmo dovuto catturare un grande scorfano. Avevamo deciso che non le avremmo detto niente dello scorfano. L’avremmo grigliato, e avremmo bevuto degli altri Cuba Libre, e forse avremmo fatto una breve siesta, prima che cambiasse la marea; avevamo già aperto i nostri sacchi a pelo per l’occasione. Sembrava che anche quelli fossero emersi dalle onde. Era dicembre, e la temperatura si aggirava intorno allo zero. Eravamo all’estremità sudorientale della baia, e c’era un forte vento. Le fiamme del falò erano alte tre o quattro metri, ma non riuscivamo a scaldarci.

C’era tutta la legna del mondo, enormi assi che venivano dalla chiglia di una nave e chissà cos’altro, e potevamo fare un falò grande quanto volevamo. Continuavamo ad aspettare che il grande scorfano abboccasse al nostro gamberetto e si allontanasse, che si immergesse di nuovo in profondità. Il libro diceva che si nutrivano sui fondali marini.

Mentre bevevamo i Cuba Libre, ci sembrava che potesse accadere da un momento all’altro. Kirby e Trish avevano litigato perché Kirby si era dimenticato di dare da mangiare ai cani quel sabato, mentre Trish era al lavoro. Bevendo il Cuba Libre, Kirby raccontò di averle detto che a mandarla davvero fuori di testa era il fatto di dover lavorare il sabato, mentre lui aveva il giorno libero. (Lavoravano tutt’e due in banca, banche diverse, e maneggiavano i soldi, e guidavano macchine sportive.) Tricia era veramente impazzita, e si era rifiutata di dar da mangiare ai cani.

Così Kirby aveva dato da mangiare al suo cane, ma non a quello di Tricia. Quello era stato il momento in cui Tricia aveva dato veramente di matto. Poi si erano messi a litigare su come il cane di Kirby, un pastore tedesco, mangiasse di più – almeno dieci volte di più – di quanto non facesse il cane di Tricia, Tricky Woodle, un Cocker spaniel. Il buon vecchio Tricky Woo.

Sulla spiaggia, Kirby aveva un taccuino che descriveva i pesci del Golfo,2 e dopo ogni drink gli davamo un’occhiata, fino ad arrivare alla pagina sullo scorfano rosso. Lo avevamo studiato, seduti lì sul divano, come se fossimo stati ancora alle superiori, e ci stessimo preparando per un qualche esame del piffero, invece di essere là fuori nel mondo vero, a sfidare gli elementi, ad affrontare la natura, a pescare il possente scorfano rosso. Il libro diceva che potevano pesare anche quindici chili.

“L’inafferrabile scorfano rosso!” aveva gridato al vento Kirby.

Ormai sorseggiavamo soltanto i Cuba Libre, perché erano veramente buoni, ma i bicchieri cominciavano ad accumularsi. Erano qualcosa di nuovo, e li avevamo appena scoperti, e volevamo berne finché ci saremmo riusciti.

“Inafferrabile e scaltro!” avevo gridato io. “Rosso. E. Scorfano!”

Gli occhi di Kirby guizzavano e si muovevano come nei cartoni animati – come gli succedeva quando era veramente ubriaco – il che voleva dire che presto sarebbe svenuto.

“Potremmo far esplodere l’oceano” aveva detto. “Potremmo gettare delle granate tra le onde, e stordire i pesci. Così verrebbero a galla, tutti i pesci del mondo.”

Si era tirato su, era caduto nella sabbia e in ginocchio si era versato un altro drink.

“Voglio davvero vederne uno” aveva detto.

Avevamo abbandonato le nostre canne, e ci eravamo messi a vagabondare lungo la spiaggia: saltando e battendo i piedi; faceva talmente freddo. Il vento cercava di travolgerci. Avevamo trovato una vecchia torretta di avvistamento ancora in piedi, alta circa sei metri, e avevamo provato – in quello stato di ubriachezza – a tirarla giù, a trascinarla fino al nostro falò. Era solida come il ferro, e là dove era stata in parte sommersa dall’acqua, era ricoperta da cirripedi. Ci eravamo tagliati malamente le mani, ma c’era buio e faceva freddo, e ce n’eravamo accorti solo in seguito.

Eravamo piuttosto lontani dal falò; sembrava molto più piccolo dal punto in cui ci trovavamo. Senza noi due seduti davanti al fuoco, il divano vuoto sembrava privo di senso. Kirby aveva iniziato a piangere e aveva detto che tornava a casa da Tricia ma io gli avevo detto di farsi coraggio e di comportarsi da uomo. Non sapevo davvero cosa significasse né che cosa intendessi dire con quelle parole, ma sapevo che non volevo che Kirby andasse via. Eravamo venuti con la sua macchina, il modello che guidavano tutti quelli della nostra età a Houston, se avevano un lavoro o anche solo qualche spicciolo – una BMW bianca – e io volevo rimanere e vedere com’era fatto uno scorfano rosso in carne e ossa.

“Ho un’idea” avevo detto. “Tiriamo giù la torretta, e trasciniamola fino alla macchina.”

“Yeah!” aveva detto Kirby. “Yeah!”

Delle nuvole passavano rapide davanti alla luna, il vento soffiava più forte, ma io vedevo che Kirby si era un po’ ripreso, e che non sarebbe svenuto.

Sono passati dieci anni da quando eravamo alle superiori. A volte, quando sono con lui, sembra che abbiamo ancora un’eternità davanti, e altre volte, sembra che siamo già morti, in qualche modo, e che tutto, qualsiasi cosa, sia finito. Tricia è bella. Mi ricorda quella macchina sportiva bianca.

Ci eravamo tolti quasi tutta la sabbia dalle scarpe, ed eravamo saliti in macchina, ed era partita subito, come faceva sempre. Era una macchina carina, andava a meraviglia, e Kirby la usava per andare al lavoro tutte le mattine – anche se il lavoro era solo a tre chilometri di distanza – e teneva la sua valigetta sui sedili di dietro; nel bagagliaio invece, gettate lì più o meno alla rinfusa, c’erano tutte le cose che aveva in macchina dalle superiori, cose che pensava gli potessero servire in caso di emergenza.

C’erano un arco con delle frecce, una pistola calibro 22, un’accetta, un binocolo, una pompa, una mazza di legno, alcune canne da pesca supplementari, una cassetta degli attrezzi, del filo spinato, una corda per cavalcare i tori, degli stivali da cowboy, e uno smoking spiegazzato e sporco di olio che aveva affittato senza mai restituire. C’erano anche altre cose, ma fu la corda per cavalcare i tori – che avevamo legato alla torretta e poi al parafango della piccola macchina sportiva – che si rivelò utile quella volta.

Con le ruote che giravano però la sabbia prese a vorticare intorno a noi e, come un animale intimidito, la BMW si seppellì da sola, fino alle portiere.

Penso che Kirby, fino all’ultimo, fosse convinto che l’avrebbe liberata, e che sarebbe uscito dalla sabbia, e che avrebbe tirato giù la torretta: il motore guaiva, la macchina vibrava e sbandava… ma era affondata troppo. Quando alla fine ci aveva rinunciato era dovuto strisciare fuori passando dal finestrino.

I Cuba Libre e il ruggito del vento rendevano la situazione divertente:...



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