E-Book, Italienisch, 310 Seiten
Brask La vita perfetta di William Sidis
1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7091-372-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 310 Seiten
ISBN: 978-88-7091-372-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
A 18 mesi legge il New York Times, a 4 anni impara da solo greco e latino, a 6 memorizza all'istante ogni libro che sfoglia, parla dieci lingue e ne inventa una nuova, il vendergood, e dopo aver scritto saggi di matematica e astronomia presenta undicenne a Harvard la sua teoria sulla Quarta dimensione. Vissuto tra New York e Boston nella prima metà del '900, figlio di immigrati ucraini di origini ebraiche, William Sidis è stato non solo un bambino prodigio, ma una delle menti più eccelse di ogni tempo, con il quoziente intellettivo più alto mai misurato. Come può un simile talento, che avrebbe dovuto contribuire come nessun altro al progresso del sapere umano, sparire senza lasciare traccia nella storia? In un appassionante romanzo Morten Brask ricompone i mille volti del genio e il vero volto di un uomo condannato dalle sue stesse doti a essere tagliato fuori dalla società, emarginato come tutti i diversi. Billy cresce sotto i riflettori come uno 'scherzo della natura', perseguitato dalla stampa, rifiutato dai coetanei, soffocato dalle pressioni del padre psichiatria che lo usa per i suoi esperimenti sul cervello e lo educa a una curiosità insaziabile per tutti i saperi. Ma Billy è anche un idealista che traduce agli immigrati di ogni paese gli ideali bolscevichi, un pacifista 'scientifico' perché nessuna guerra della storia ha mai risolto un problema. Se è vero che per ognuno esiste una vita perfetta, quella di William Sidis è una ritirata dietro le quinte con i suoi unici compagni di viaggio: il desiderio di libertà e il destino di solitudine di chi nutre un amore incondizionato per il mondo e la conoscenza.
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Harvard, 1910
William ripone il gesso sul bordo della lavagna. La polvere bianca gli ha lasciato le dita secche, ha sete, ha parlato ininterrottamente per due ore senza bere. Risale sullo sgabello del podio facendo tremare l’acqua nel bicchiere. Lo prende, lo porta alle labbra, l’acqua sa di argento freddo. Dixon si alza e lo raggiunge sul podio:
“Bene, prima di ringraziare il giovane signor Sidis per questa, come dire, stupefacente relazione, abbiamo tempo per qualche domanda, se ne avete.”
Diverse mani si alzano. Dixon, che conosce quasi tutti i membri della società matematica per nome, dà la parola al primo. Il professore si alza chiedendo qualche dettaglio in più sulla teoria esposta, che William spiega puntualmente senza nemmeno prendersi un secondo per riflettere. È il turno di un altro, nuova risposta, e così una dopo l’altra si succedono le domande.
William si strofina le mani contro i pantaloncini, vorrebbe immergerle nella caraffa d’acqua per alleviare quella fastidiosa secchezza. Le domande lo irritano, tutto quello che aveva da dire l’ha già detto nella relazione, è tutto lì, non c’è altro da aggiungere. E il modo in cui i professori lo interrogano gli fa battere il piede sulla pedana per l’impazienza. Spesso parlano per lunghi minuti, la minuziosità dei discorsi, le riserve accademiche, le citazioni di illustri matematici, è insopportabile. Eppure continua a rispondere, le parole gli sfrecciano fuori di bocca, a tratti incespica perché la lingua e le labbra non stanno al passo con i pensieri, le cifre, i concetti, le correzioni e le dimostrazioni di incongruenza logica delle domande. Diversi del pubblico si scambiano sguardi con un risolino imbarazzato perché non riescono a seguire il corso delle sue argomentazioni mentre William comincia a diventare irrequieto, interrompe chi lo interroga, sa come si concluderà ogni domanda e non ne aspetta la fine per rispondere. Solo un professore accende il suo interesse, chiedendogli se a un livello subatomico possano esistere ulteriori dimensioni. Il resto sono banalità, ma le domande continuano a fioccare, eccone altre, i matematici sono presi dalla frenesia, gli chiedono pareri sulle loro ricerche, gli sottopongono ogni dubbio con una foga tale da far apparire quel bambino sul podio come un oracolo vivente.
Il dibattito si avvicina alla fine quando il professor Hauptman chiede la parola.
“Signor Dixon, posso fare anch’io una domanda?”
Dixon annuisce.
“Mi piacerebbe chiedere al giovane Sidis se ha mai sentito parlare di Hermann Minkowski.”
William scuote la testa.
“No? È un peccato, sono sicuro che l’ultimo trattato di Minkowski le interesserebbe. Insegnava all’Istituto Politecnico di Zurigo, e io ho avuto l’onore di intrattenere con lui un rapporto epistolare. Cinque o sei anni fa un allievo di Minkowski, il signor Einstein, ha scritto un trattato sulla relatività che sviluppa una serie di calcoli contenuti originariamente nell’elettrodinamica di Lorentz. Il mio amico Minkowski è stato così ispirato dal lavoro del suo allievo da formulare una teoria basata su quattro vettori in cui ipotizza che la quarta dimensione sia temporale. Cosa ne pensa di questa idea? Mi pare che sia in completo contrasto con la sua esposizione e tuttavia così interessante e…”
William alza una mano interrompendolo.
“Con tutto il rispetto per il signor Minkowski, che non conosco, vorrei farle osservare che non è un’idea nuova considerare il tempo come una dimensione. La stessa teoria è stata esposta da William Hamilton: ‘Si dice del tempo che ha una sola dimensione e dello spazio che ne ha tre. L’entità matematica del quaternione consiste di entrambi questi elementi, in linguaggio tecnico può essere descritto come o : e in questo senso ha, o quantomeno implica un riferimento alle quattro dimensioni’.”
“E dov’è che Hamilton avrebbe scritto questo?” domanda Hauptman.
“, pagina 438, secondo paragrafo.”
“Mmh, mmh. Ma invece di citare questo e quello, può dirmi cosa ne pensa lei, personalmente, dell’idea del tempo come dimensione? È d’accordo con questa teoria?”
“Non ci ho riflettuto molto”, risponde William. “Voglio dire, mi sono concentrato sugli aspetti puramente geometrici della quarta dimensione, per cui è una questione nuova per me, ma…”
“Ovvio, è comprensibile”, grida Hauptman allargando le braccia. “Non pretendo certo che mi dia una risposta, volevo solo informarla del lavoro di un collega, non mi aspettavo che…”
“Posso pensarci?”
“Naturalmente, naturalmente.”
William distoglie lo sguardo da Hauptman e lo fa scorrere sull’assemblea fino alla parete opposta. C’è una pendola tra gli studenti stipati in fondo alla sala, contempla il disco pallido come la luna, le lancette sulle 11 e 20. L’ora, l’ora esatta in quel momento. Con gli occhi fissi sul disco e le lancette immagina il meccanismo ticchettare attraverso la sala, il lento muoversi degli ingranaggi, l’oscillazione del pendolo nel cuore dell’orologio. Lo sente: il tempo che passa, che si ferma, che prende forma. Il tempo non si vede eppure scorre, e all’improvviso è andato. Osserva l’ultima fila di studenti contro la parete di fondo, vede di nuovo Nathaniel Sharfman, lo sta guardando, in attesa, come tutti gli altri, ma a differenza degli altri c’è un sorriso sulle sue labbra, gli sta sorridendo, come se trovasse la situazione divertente, come se si divertisse a vederlo tenere l’intera sala in attesa, e il suo sorriso è contagioso. William non può fare a meno di imitarlo, un mormorio si leva tra il pubblico.
“Signor Sidis”, dice infine il professor Hauptman. “Non era mia intenzione bloccare il dibattito, ritiro la mia domanda.”
Hauptman si siede, il mormorio riprende, ma William rimane in silenzio, inclina un po’ il capo, sente l’orologio, il tempo e lo spazio vorticargli nella mente, pensiero dopo pensiero dopo pensiero.
“Ci ho pensato!” grida.
Nessuno si muove nella sala della Conant Hall.
“Non so se sia esatto, ma ecco cos’ho pensato: in effetti possiamo benissimo immaginare il tempo come una quarta dimensione dell’universo. A livello puramente teorico, almeno. Dobbiamo solo ricordare che questa dimensione ha un altro rapporto con gli oggetti fisici. Se partiamo da questa tesi, dobbiamo immaginare ogni particella come una specie di filo prolungato all’infinito nella dimensione temporale. Ovvero da un infinito passato a un infinito futuro. Dobbiamo anche ricordare che una misurazione temporale non può essere comparata con una misurazione spaziale. Non possiamo pensare a una rete di fili in uno spazio quadridimensionale, ma possiamo comunque usare questa immagine per visualizzare cosa sia un tempo bidimensionale. In tal modo otteniamo uno spazio quadridimensionale con una perfetta tessitura stazionaria di infiniti fili interconnessi in tutti i modi possibili. Bene. Immaginiamo che i capi di questa tessitura scompaiano all’infinito ognuno nella propria direzione. Se ora calassimo dall’alto una pellicola tridimensionale e la facessimo passare attraverso questa rete, le intersezioni dei fili muterebbero rappresentando il movimento delle particelle. Avremmo così l’impressione di una corrente che scorre dalle aree di intersezione più alte a quelle più basse, ovvero l’illusione di una dimensione fluttuante e tre stazionarie, in altre parole di una dimensione di tempo e tre di spazio. Probabilmente non è questo il miglior modo di spiegare il concetto di tempo, ma spero illustri che le due opposte direzioni del tempo non sono diverse dalle due opposte direzioni nello spazio. Il tempo va avanti e indietro. Il movimento passato-futuro sussiste come il movimento fisico avanti-indietro.”
Un brusio crescente attraversa la sala, diverse mani si levano a chiedere la parola, ma Dixon alza entrambe le braccia.
“Sono certo che potremmo continuare all’infinito a fare domande al giovane signor Sidis, ma il tempo è scaduto e dobbiamo per forza terminare qui.”
Si gira verso William, che esita. Che cosa si aspettano da lui? Cosa deve fare adesso? Guarda il pubblico che lo fissa immobile, senza fiatare. Nessuno fa niente. Restano tutti lì seduti nelle loro file a guardarlo. Aspettano. Torna con lo sguardo a Dixon che gli rivolge un leggero inchino. William lo imita, si piega in avanti fin quasi a toccare il leggio con la fronte e rimane lì per qualche istante prima di raddrizzarsi.
Silenzio. Un decimo di secondo di silenzio e poi uno scroscio di applausi, uno schioccare di mani secche e infine un frastuono di sedie spostate. Tutti i professori si alzano in piedi a omaggiare il ragazzo battendo a ritmo le mani. Da una fila si leva un a cui ne seguono subito altri, , . William sente un crepitio, gli ci vuole un po’ per capire che è il pubblico che sta battendo i piedi, esaltato come dopo la rappresentazione di un’opera:...




