Brison | Dopo la violenza | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 230 Seiten

Brison Dopo la violenza

Lo stupro e la ricostruzione del sé
1. Auflage 2021
ISBN: 979-12-5982-052-5
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Lo stupro e la ricostruzione del sé

E-Book, Italienisch, 230 Seiten

ISBN: 979-12-5982-052-5
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Susan J. Brison, filosofa, propone un saggio dove esamina la distruzione e il rifacimento di un sé all'indomani della sua violenza, esplora, da una prospettiva interdisciplinare, memoria e verità, identità e sé, autonomia e comunità. Un percorso di guarigione e un'esplorazione filosofica del trauma. La mattina del 4 luglio 1990, durante una passeggiata nel sud della Francia, Susan J. Brison viene aggredita senza preavviso, massacrata di botte, stuprata, strangolata fino a perdere conoscenza e, creduta morta, abbandonata nel bosco teatro della violenza. Sopravvissuta e curata, il suo mondo è però stato distrutto. Filosofa per formazione si accorge che la sua specializzazione non poteva aiutarla a dare un senso a ciò che le era accaduto, e che molti dei presupposti fondamentali sulla natura del sé e sull'ambiente che la circonda devono essere ripensati daccapo. Al tempo stesso memoir di un percorso di guarigione e un'esplorazione filosofica del trauma, questo saggio esamina la distruzione e il rifacimento di un sé all'indomani della violenza. Esplora, da una prospettiva interdisciplinare, memoria e verità, identità e sé, autonomia e comunità. Offre un accesso all'esperienza di una sopravvissuta a uno stupro, nonché riflessioni critiche riguardanti una società in cui le donne abitualmente temono e subiscono violenza sessuale. Se il trauma sconvolge la memoria, separa il passato dal presente e rende incapaci di immaginare un futuro, l'atto di testimoniare, sostiene Brison, facilita il recupero integrando l'esperienza nella storia della vita del sopravvissuto.

Docente presso la cattedra di Etica e Valori umani «Eunice and Julian Cohen» e professoressa di Filosofia al Dartmouth College, New Hampshire, USA.
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2.


Il personale come filosofico


L’intelletto libero vuole vedere come potrebbe vedere Dio, senza un hic e un nunc, senza speranze né timori, senza le pastoie delle credenze convenzionali e dei pregiudizi tramandati, calmo, spassionato, con solo ed esclusivo desiderio di conoscenza — una conoscenza tanto impersonale, tanto puramente contemplativa quale è possibile a un uomo di raggiungere. Quindi, anche l’intelletto libero attribuirà maggior valore alla conoscenza astratta e universale, in cui non entrano gli accidenti della storia privata, che non alla conoscenza data dai sensi, e dipendente, come una tale conoscenza dev’essere, da un punto di vista personale ed esclusivo e da un corpo i cui organi sensoriali snaturano tanto quanto rivelano.

bertrand russell, I problemi della filosofia, 1959, pp. 189-190

Mi si è chiarito poco per volta che cosa è stata fino ad oggi ogni grande filosofia: l’autoconfessione, cioè, del suo autore, nonché una specie di non volute e inavvertite mémoires.

friedrich nietzsche, Al di là del bene e del male, 1968, p. 111

I problemi della filosofia di Russell è stato uno dei primi testi di filosofia che ho letto, ed ero così attratta dall’idea della conoscenza come «impersonale, […] astratta e universale» che mi ci sono voluti quasi vent’anni per arrivare a percepire, gradualmente, il fascino della visione nietzschiana della filosofia come una sorta di narrazione autobiografica camuffata. Ero cosciente del fatto che, per secoli, i filosofi avessero scritto nella prima persona singolare, ma quelli «seri», come Descartes, lo facevano come parte di una strategia argomentativa che ogni lettore doveva impiegare per stabilire, in ultima analisi, le stesse verità universali. Non stavano parlando davvero di sé stessi. Come diciamo molto spesso agli studenti che sono alle prime armi con la filosofia e cercano di difendere certe posizioni scrivendo «ho la sensazione che…» o «penso che…», auto-descrizioni di questo tipo non trovano posto nell’argomentazione filosofica. Ciò che il lettore, cioè il docente, vuole sapere non è che cosa questo particolare autore senta o pensi — e perché —, ma piuttosto per quali ragioni qualsiasi persona razionale debba accettare la posizione in questione. Bisogna scacciare dalla mente questi «accidenti della storia privata» denigrati da Russell se si vuole «vedere come potrebbe vedere Dio, senza un hic e un nunc».

Ora, naturalmente, Russell, come Nietzsche, era ateo, perciò è un po’ un mistero il perché abbia pensato che gli esseri umano potessero compiere imprese del genere che, quando attribuite a Dio, rendevano non credibile l’idea di un Essere di quel tipo. Ma molti dei filosofi analitici ortodossi che scrivono oggi, forse la maggior parte di loro, condividono la visione di Russell e considerano la ricerca di verità atemporali e acontestuali la conditio sine qua non dell’impresa filosofica.

Tuttavia, alcuni filosofi — persino alcuni di quelli che hanno avuto una formazione nella tradizione analitica come me (e con questo intendo quella angloamericana, non quella psicoanalitica) — sono giunti a rigettare questa visione. Molte filosofe femministe concordano con Virginia Held quando afferma che «[la] tradizione filosofica che pretendeva di offrire una visione dell’umano in termini essenziali e universali, ha proposto invece, mascherata da questa pretesa, una visione maschile, bianca e occidentale» (Held, 1997, p. 28). Avendo familiarizzato con l’approccio femminista adottato in altre discipline, troviamo sempre più indifendibile l’ossessione della filosofia tradizionale per l’impersonale e l’acontestuale. Scoprendo che quegli «accidenti della storia privata», in particolare quelli legati al genere, alla razza, all’etnia, alla religione, alla sessualità e alla classe sociale, non solo meritano riflessione, ma sono anche inevitabilmente, anche se impercettibilmente, presenti in gran parte della filosofia, abbiamo cominciato a scrivere in prima persona, per ragioni non di sentimentale autocompiacimento, ma di necessità intellettuale.

L’etica femminista, in particolare, accettando il racconto personale come mezzo legittimo per l’accrescimento della conoscenza, ha reso la scrittura nella voce personale in qualche misura accettabile dal punto di vista accademico. Mettendo in discussione la dicotomia tra il personale e il politico e insistendo sulla pertinenza delle esperienze reali di certe donne, la metodologia femminista può portare alla luce il pregiudizio dell’esclusione dello stupro e di altre forme di violenza sessuale dalle questioni tradizionalmente affrontate dall’etica. Come osserva Held, se da un lato «[la] teoria morale tradizionale è spesso costruita sulle convinzioni che si potrebbero attribuire a una persona dal punto di vista di un ipotetico osservatore ideale, o di un ipotetico essere puramente razionale», l’etica femminista si fonda sulle esperienze autentiche di individui reali, prestando particolare attenzione alle esperienze delle donne e di altri gruppi emarginati che in precedenza erano state trascurate (Held, 1997, p. 43). Le teoriche femministe guardano sempre di più ai racconti in prima persona come mezzo per poter immaginare le esperienze altrui. Un approccio di questo tipo può facilitare l’empatia, giudicata preziosa dalle teoriche femministe come metodo di comprensione morale, che è necessario complemento di un ragionamento analitico più obiettivo.

L’«accidente della storia privata» che mi ha costretta a pensare al «personale» come filosofico è stata un’aggressione sessuale con tentato omicidio che mi è stata quasi fatale. Diversamente da Descartes, che ha dovuto «buttare all’aria tutto quanto […] e ricominciare dalle fondamenta» per trovare tra le conoscenze «qualcosa di solido, destinato a durare» (Descartes, 2009, p. 27), sono stati altri a buttare all’aria il mio mondo per conto mio. Il fatto che un attimo prima stessi camminando lungo una strada di campagna tranquilla e assolata e un attimo dopo stessi lottando con un aggressore omicida ha minato le mie convinzioni più basilari riguardo al mondo. Dopo il ricovero in ospedale, ho preso un anno di congedo dall’insegnamento per inabilità e mi sono ritrovata, come Descartes, piuttosto «in solitudine», con la «tranquillità e [l’]agio» per ricostruire il mio sistema di credenze andato in pezzi (Descartes, 2009, p. 27).

Nel portare avanti questo processo di recupero cognitivo, oltre che fisico ed emotivo, sono rimasta allibita nel trovare tutto quanto scritto da filosofi veramente poco utile al mio scopo. Ho pensato che il fatto che lo stupro non fosse considerato un argomento propriamente filosofico mentre, ad esempio, la guerra invece sì, non fosse solo il riflesso dello scarso numero di donne attive nel campo della filosofia, ma anche del pregiudizio della disciplina verso la riflessione sul «personale», verso la scrittura in forma di narrazione.2 (Naturalmente, anche le esperienze dichiaratamente personali degli uomini sono state trascurate nell’analisi filosofica. Lo studio dell’etica della guerra, ad esempio, si è occupato di questioni di strategia e giustizia, da un punto di vista esterno, non delle esperienze dei soldati in tempo di guerra o delle conseguenze di quel trauma).

In filosofia, le narrazioni in prima persona, in particolare quelle scritte da persone con punti di vista precedentemente esclusi dalla disciplina, sono necessarie per diverse ragioni: (1) per portare alla luce pregiudizi presenti nell’oggetto e nella metodologia della disciplina ma nascosti in precedenza; (2) per facilitare la comprensione delle persone diverse da noi (o l’empatia verso di loro); (3) per mettere sul piatto i nostri stessi pregiudizi come studiosi.

Le narrazioni in prima persona possono portare allo scoperto i pregiudizi, legati al genere e di altro tipo, che sono intrinseci, tra le altre discipline, alla gran parte della filosofia morale, legale e politica. Possono servire per dare testimonianza, e quindi portare l’attenzione dei professionisti sulle ingiustizie sofferte da gruppi che in precedenza sono stati trascurati o non sono stati tenuti in considerazione. Narrazioni di questo tipo possono offrire anche una base per l’empatia verso persone che sono diverse da noi, aspetto cruciale per una comprensione di certe questioni morali, legali e politiche che sia adeguatamente inclusiva, come sostenuto in tempi recenti da teoriche femministe della morale quali Diana T. Meyers (si veda ad esempio Meyers, 1993).

Anche in altri campi, il resoconto in prima persona può facilitare la comprensione di atteggiamenti e pratiche culturali diversi dai nostri, come ha sostenuto (e dimostrato) Renato Rosaldo in Il dolore, e la rabbia di un cacciatore di teste (Rosaldo, ????, pp. ??-??). Nell’introduzione al suo libro così intitolata, Rosaldo, un antropologo che aveva già pubblicato un libro sui cacciatori di teste ilongot (delle Filippine), descrive come l’esperienza della rabbia dopo la morte della moglie, Michelle Rosaldo, gli abbia consentito di comprendere più a fondo la rabbia che gli uomini ilongot più anziani provavano di fronte a un lutto. Prima del suo personale incontro con quel dolore, Rosaldo scrive, accantonava subito le spiegazioni degli ilongot di come «la rabbia nata [da un lutto] poteva indurre gli uomini a cacciare teste». Dice che, probabilmente, stava «ingenuamente [confondendo il] dolore [del...



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