E-Book, Italienisch, 384 Seiten
Dalager L'uomo dell'istante
1. Auflage 2016
ISBN: 978-88-7091-436-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 384 Seiten
ISBN: 978-88-7091-436-8
Verlag: Iperborea
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Copenaghen 1855, un uomo entra nell'ospedale cittadino e dice di essere pronto per morire, ha solo 42 anni e il volto noto di Søren Kierkegaard. Filosofo e scrittore tra i più controversi della sua epoca, seduttore e martire, esistenzialista ante litteram e teologo ribelle alla Chiesa istituita, Kierkegaard è giunto al termine di un'esistenza estrema e paradossale, messa in gioco fino in fondo alla ricerca di un'unità più alta di corpo e spirito, e ora che sta per concludersi la «battaglia», la ripercorre dall'inizio alla luce dei propri dissidi e delle due figure che l'hanno segnata: il padre, con la sua religiosità severa, chiusa in un tormentato senso della colpa e del dovere, e Regine Olsen, il suo grande amore, che conquista e poi abbandona perché rimanga un ideale da inseguire per il resto della vita, un sacrificio in nome della sua missione, fino a dire: «Tutto quello che ho scritto, l'ho scritto per lei.» Attraverso i diari, le lettere e l'impetuosa produzione letteraria, Dalager racconta l'uomo dietro un filosofo che ha tratto il suo pensiero da un personale percorso di vita: dai limiti dell'edonismo alla vertigine della scelta etica, dall'impossibilità della conoscenza al «salto» nella fede in cui può appagare il suo bisogno di infinito. E a partire da questo intreccio di filosofia e vita ritrae un precursore della sensibilità contemporanea, che ha opposto a ogni sistema l'urgenza di sondare l'individuo, definendosi «un soldato di frontiera» e un poeta-pensatore, il poeta dell'amore, del pensiero e della fede.
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Cumulonembi nel cielo, non fa freddo, benché sia autunno, lo intuisce anche stando in carrozza, perché all’improvviso gli torna in mente il cielo di Sædding, la brughiera dove suo padre conduceva il gregge al pascolo, e il cielo di Rosenlund, la proprietà fuori dai bastioni dove con i fratelli, guidati da Peter Lund, faceva lunghe escursioni sui prati in cerca di fiori rari, api ronzanti, lontano dal frastuono e dal tanfo della città. Quanti frammenti di cielo si confondono tra loro, quante sfumature di azzurro. Poi, d’un tratto, tutto diventa grigio, sente la carrozza sferragliare sul selciato e gli edifici scivolano via veloci con le loro grandi finestre, come tanti sguardi vuoti.
Fuori un cavallo nitrisce, ecco di nuovo quella fitta alle reni che si propaga verso il basso provocandogli un formicolio alle gambe, come la settimana prima, quando è crollato a terra nel buio appartamento di Klædeboderne mentre tentava di infilarsi i calzoni. Cerca a tentoni qualcosa a cui aggrapparsi, ma non c’è nulla e finisce per oscillare da una parte all’altra dell’abitacolo senza che il suo corpo gracile riesca a reagire, finché non trova un po’ di requie appoggiando testa e cappello contro la parete imbottita della carrozza.
Scende in Bredgade tra i passanti avvolti nei cappotti, con lunghi vestiti e cappelli alti, vuole pagare il cocchiere che ha già proteso la mano per chiedere il denaro, ma si accorge di aver dimenticato dentro la borsa con il portamonete. Non appena si rigira verso la carrozza un ragazzino con il berretto e il cerchio gli sfreccia davanti, per un istante gli tremano le ginocchia ma riesce a reggersi in piedi, apre lo sportello e chinandosi leggermente fruga con le mani al buio in cerca del bagaglio. Eccolo, afferra il portamonete, conta gli spiccioli e li porge al cocchiere che risponde con un soddisfatto sorriso sdentato. C’è qualcosa che gli incute timore in quella strada stretta tra gli alti edifici grigi del Frederikshospital, con le finestre che riflettono il cielo. Vede passare uno sfavillante tiro a quattro con i cavalli neri e due cocchieri in livrea, sarà diretto a Palazzo, le figure nella vettura tirata a lucido sembrano ombre e i volti maschere di gesso, il postiglione la fa sfrecciare via con uno schiocco di frusta, lo scalpiccio degli zoccoli sul selciato gli penetra nelle orecchie.
Si ferma un attimo a guardare in lontananza Kongens Nytorv, la Nuova Piazza del Re, con il suo mastodontico teatro che ora gli pare un punto infinitamente distante. Lì ha trascorso alcune delle serate più belle che riesca a ricordare. E poi di nuovo il cielo con i suoi improvvisi raggi di sole che illuminano i tetti, i palazzi, le finestre e i volti: che sia forse un addio? Un ultimo sguardo? Un puzzo fetido gli sale alle narici dal rigagnolo sotto le assi che lo conducono attraverso il portone fino all’edificio principale dell’ospedale, con i suoi pilastri che disegnano un quadrato intorno al cortile verde. Non è ancora entrato quando nell’atrio con le scalinate che portano al primo piano un portiere gli chiede dove sta andando.
«Sono qui per una visita», risponde lui e cerca di raddrizzarsi un po’, ma il suo corpo stremato cede subito tornando ad afflosciarsi.
Ancora prima di riuscire a guardarsi intorno viene accompagnato da un giovane vestito di bianco in una stanza dal soffitto alto: è il tirocinante di guardia Harald Krabbe, che lo prega di sedersi dall’altro lato della scrivania. Ha già davanti un foglio di carta e intinge un pennino nella boccetta dell’inchiostro, pronto per prendere appunti.
«Come vi chiamate?» domanda, rivolgendogli due occhi castani velati di una vaga meraviglia che risaltano sul volto sbarbato.
«Magister Søren Aabye Kierkegaard», risponde lui, e aggiunge il proprio indirizzo.
Krabbe torna a guardarlo, ora con sorpresa maggiore, e per un istante Søren si domanda se per caso quel giovane non lo conosca, magari per averlo visto in qualche caricatura, e si raccoglie in se stesso.
«Siete malato?»
«Sì, è per questo che sono qui…»
«Che sintomi avete?»
«Sono caduto diverse volte nel mio appartamento buio. All’improvviso le gambe non mi reggono più, sento un dolore acuto. Qualche giorno fa sono svenuto per strada e hanno dovuto riportarmi a casa in carrozza. Ho la tosse, e le espettorazioni hanno una consistenza densa. Ho anche difficoltà a orinare.»
«Avete dolori al petto?»
«No, il petto non mi duole più molto, ma respiro con estremo affanno.»
Krabbe fa un breve sospiro, i suoi capelli biondi catturano i raggi del sole scintillando. Lo sguardo di Søren scivola dal giovane volto liscio del medico alle sue mani ben disegnate, si sposta sui riquadri delle finestre e sale verso il cielo dove i cumulonembi sfilacciati e pesanti ora coprono il sole. Si rivede curvo e febbrile allo scrittoio del tetro appartamento di Klædeboderne, nella sua vita da eremita, e la voce di Krabbe gli arriva come da un luogo molto lontano:
«Sareste in grado di indicare una causa specifica dei vostri sintomi?»
«Niente di definito, ma un’idea ce l’avrei, e sono convinto che si tratti di una malattia mortale.»
«E quale sarebbe quest’idea?»
Lì seduto, pallido nella sua marsina, con i capelli unti, il cappello tra le mani e i suoi quarantadue anni, si rende improvvisamente conto di essere un vecchio rispetto a quel tirocinante e di avere sulle spalle un sapere che non è più in grado di rendere a parole, è troppo stanco per dargli un senso.
«Credo che le mie condizioni siano dovute al fatto che ho bevuto acqua fredda col selz quest’estate.»
Krabbe annota tutto, e mentre una venuzza azzurra gli si gonfia sulla tempia ribatte:
«Non direi che sia questo, così come non parlerei di malattia mortale.»
I loro sguardi si incontrano, Søren è infastidito di essere stato contraddetto.
«Ovvio che non c’è un’unica ragione, ma una serie di cause», dice avvertendo il calore che gli sale dal collo alla testa. «Il buio del luogo in cui vivo non è salutare, ho dovuto prendere quella casa perché non ho abbastanza denaro, e poi c’è il mio estenuante lavoro spirituale, troppo intenso per la gracile costituzione che mi ritrovo. La mia malattia è mortale e la morte è necessaria alla causa cui da tempo dedico tutte le risorse spirituali, per la quale io solo potevo combattere e io solo sono stato designato. Questa causa ha richiesto la più strenua riflessione, che non poteva conciliarsi con un corpo tanto fragile.»
Krabbe annota ogni cosa velocemente come d’abitudine, interrompendosi solo per intingere il pennino nell’inchiostro. I suoi occhi castani sono profondi quando solleva di nuovo lo sguardo sul paziente.
«Come devo intendere la vostra ultima frase? Che siete pronto per morire?»
«Potete intenderla così», risponde lui, «perché se continuassi a vivere, mi sentirei in dovere di proseguire la mia battaglia religiosa, ma questo mi sfiancherebbe, prostrandomi del tutto, mentre ora, al punto in cui sono, con la mia morte questa battaglia manterrebbe la sua forza e io avrei vinto.»
«Be’, nessuno desidera morire di sua spontanea volontà…» ribatte Krabbe facendo oscillare la penna in aria.
«Stiamo parlando della causa per cui ho vissuto e ora sono pronto a morire, e state certo che qualcuno nelle alte sfere preferirebbe vedermi morto… avrà modo di pentirsene!» insiste lui modulando la voce sottile e sorridendo debolmente.
Krabbe lo prega di togliersi la marsina e anche la camicia. Søren obbedisce spogliandosi con lentezza e difficoltà, il medico gli appoggia lo stetoscopio sul petto e sulla schiena e gli ausculta il respiro mentre lui si china di lato e poi fatica a raddrizzarsi. Krabbe annota qualcosa, quindi gli prende il polso, gli fa aprire la bocca, gli posa la mano sulla fronte per sentire se ha la febbre. Infine con un martelletto di legno gli prova i riflessi delle gambe, che rispondono debolmente.
«Avete qualche problema respiratorio e un po’ di febbre», gli dice osservandolo con gentilezza, «ma vi misureremo la temperatura con un termometro a mercurio una volta che vi avremo ricoverato, così potremo esaminare meglio anche il petto e la colonna vertebrale. Avete difficoltà a rimanere seduto, vedo.»
«Dunque sarò ricoverato?»
«È quel che desiderate, no? Immagino siate un paziente pagante.»
Søren annuisce un po’ imbarazzato per il fatto di trovarsi a petto nudo e si allunga rapido per recuperare la camicia, ma quando fa per alzarsi e rimettersi la marsina le ginocchia gli cedono e rimane qualche istante in equilibrio precario cercando di infilare le maniche. Alla fine riesce a vestirsi, raccoglie la borsa e sorride amaramente della debolezza che lo ha colto proprio in quello che è sempre stato il suo forte: le gambe e il camminare. Sì, vuole morire, ma la morte sembra così lontana, proprio adesso che è così vicina.
Con una campanella viene chiamato un inserviente in un’anonima divisa grigia che lo accompagna nell’ufficio dell’amministrazione al piano terra, dove Søren si registra come ospite pagante. Ha già fatto i conti e si è informato in anticipo sul prezzo di una stanza singola a «trattamento quasi completo». Consegna praticamente tutto il suo denaro all’ospedale, quel poco che resta è destinato alla tomba di famiglia e al funerale, per i quali ha già lasciato istruzioni dettagliate nel suo appartamento. Niente soldi: alla fine ha raggiunto quella condizione per cui si è tanto...




